Intervista a Massimo Teodori sul finanziamento pubblico dei partiti
Manifesto contro la partitocraziaIl professor Massimo Teodori è un esperto di storia americana, insegna nelle università storia americana ed è professore ordianrio alla facoltà di Scienze Politiche all’Università di Perugia, ma è anche autore di un libro pubblicato nel 1999 che si intitolava “Soldi e partiti, quanto costa la democrazia in Italia”. Ex parlamentare radicale.
Pagliarulo: Nel pieno di quella che viene chiamata “l’onda dell’anti-politica” si è riaperto un dibattito sul finanziamento dei partiti, anche a seguito della parole del tesoriere DS Sposetti. In un’intervista a Il Giornale aveva detto: «Basta demagogia, bisogna tornare al finanziamento pubblico dei partiti»; poi ha parzialmente, in qualche modo, corretto le sue affermazioni e ha detto: «Non volevo tornare, non chiedevo un ritorno al finanziamento pubblico dei partiti prima del referendum del ‘93» quello che i Radicali poi proposero e che venne stravinto con più del 90% dei cittadini che votarono a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Ha precisato Sposetti “Non ho mai chiesto di ritornare alla situazione prima del ‘93, ma semplicemente ho detto che è ora di dare attuazione all’art. 49 della Costituzione, quando si dice: tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Il che significa che lo Stato si fa carico anche del loro finanziamento». Noi vogliamo parlarne oggi con Massimo Teodori. Il professor Massimo Teodori è un esperto di storia americana, insegna nelle università storia americana ed è professore ordianrio alla facoltà di Scienze Politiche all’Università di Perugia, ma è anche autore di un libro pubblicato nel 1999 che si intitolava “Soldi e partiti, quanto costa la democrazia in Italia”. Professor Teodori, lei in un articolo su Il Giornale, di cui è editorialista, ha tracciato in realtà un quadro di una prova assolutamente fallimentare del finanziamneto pubblico dei partiti, perchè?
Teodori: Perchè se noi consideriamo il finanziamento pubblico va avanti dal 1974 ad oggi, si dirà è stato abolito nel ‘93, però è stata una pura finzione perchè dopo l’abolazione del referedum radicale con una gradissima maggioranza di consenso popolare, in realtà è stato reintrodotto il finanzimento pubblico anche se lo si è chiamato “rimborso spese”. Come quei tali che non volendo mangiare la carne il venerdi, chiamano una bistecca “pesce bisteccato”: così è il rimborso spese ai partiti. Il rimborso spese elettorale ai partiti oggi è una forma di finanziamento pubblico, tanto è vero che il rimborso attribuito alle elezioni politiche per Camera e Senato, sia a quelle europee, sia a quelle regionali viene dato in rate annuali e viene scaglionato in quattro anni: significa che non è nient’altro che un finanziamento pubblico e quindi è un po’ ridicolo quello che ha detto il tesoriere DS Sposetti. Il finanziamento pubblico fu introdotto ne ‘74. La ragione dell’introduzione nel ‘74 fu che attraverso il finanziamento pubblico si sarebbe evitato il finanziamento illegale dei partiti. Il risultato di quel finanziamento pubblico, che è andato crescendo attraverso tutta una serie di leggi nel corso dei trent’anni che però hanno aumentato sempre il flusso del danaro verso i partiti, verso tutti i partiti, in realtà se noi oggi facciamo un bilancio vediamo che i costi della politica sono enormente aumentati, che il finanziamento pubblico sotto diverse forme e attraverso vari marchingegni è aumentato in maniera esponenziale, vediamo che tutto questo non ha evitato la illegalità dilagante, tant’è vero che la cosidetta prima Repubblica è caduta proprio sulle questioni dei finanziamenti legali privati. E quindi tutte le ragioni per le quali è stato introdotto il finanziamento pubblico in realtà sono fallite. Sono fallite perchè il costo della politica in Italia è aumentato in maniera esponenziale ed è superiore al costo della politica di qualsiasi altro Paese europeo, per non parlare anche degli Stati Uniti. Quindi occorerrebbe ripensare a questo punto se effettivamente i partiti devono essere finanziati in questa maniera. C’è un’altra ragione molto importante per ripensare radicalmente il modo di finanziare la politica e di finanziare i partiti in Italia ed è il fatto che praticamente tutto dipende dallo Stato e che questo tipo di finanziamento, che va a finanziare qualsiasi gruppo, gruppetto o gruppuscolo e via di seguito, ha avuto un’influenza determinante sulla conformazione del sistema dei partiti italiano. Perchè proprio attraverso questo tipo di finanziamento pubblico, oltre che attraverso le leggi elettorali, si è incrementata la frammentazione dei partiti; perchè è diventato vantaggioso per qualsiasi gruppo o gruppetto mettersi in proprio, concorrere alle elezioni e quindi concorrere al finanziamento pubblico. Noi sappiamo che oggi in Italia esistono una serie di gruppi, gruppetti, partiti e partitini, che non hanno radici storiche, radici ideali, ma che vivono soltanto perchè in una qualche maniera sono finanziati dal pubblico. Quindi è tutto questo che deve costituire il vero dibattito sul finanziamento, oltre naturalmente alla entità e alla quantità del finanziamento nel suo complesso.
Pagliarulo: Ma perchè si arrivò, come si arrivò, nel ‘74, ad introdurre il finanziamento pubblico ai partiti? Lei dice che per tanti anni è stato un tabù, che c’era addirittura solo una proposta di Don Luigi Sturzo che andava in un altro senso.
Teodori: Sì, nel ‘74 fu introdotto il finanziamento pubblico rispetto al quale chi si opponeva era soprattutto il Partito Comunista. Perchè si opponeva il Partito Comunista? Allora credo che il segretario amministrativo fosse Cossutta, perchè il finanziamento pubblico comportava il deposito dei bilanci dei partiti e il Partito Comunista si opponeva sempre al deposito, a che i suoi fatti interni fossero resi pubblici. In quel momento, come sappiamo, buona parte del bilancio del Partito Comunista era coperto dalle sovvenzioni dell’Unione Sovietica (probabilmente un terzo come poi ci hanno spiegato anche dei libri dall’interno della storia del partito comunista).
Pagliarulo:La DC perchè si opponeva?
Teodori: No, la DC praticamente non si opponeva. La DC particolarmente non si opponeva, ma il blocco sostanzialmente era quello. Sturzo alla fine degli anni ‘50 aveva presentato un progetto di legge, ma era un progetto di legge del tutto diverso. Cioè era un progetto di legge per il “riconoscimento dei partiti”, fatti attraverso una visione molto liberale: insomma, Sturzo aveva l’esperienza americana, ma quel progetto di legge di Sturzo - che poi in anni più recenti è stato ripresentato dai senatori Compagna e Del Pennino, mi pare, sempre su quel tipo lì - era inteso a portare alla luce, alla superficie, il finanziamento volontario dei partiti, trasformando quella che alla fine degli anni Cinquanta era una situazione normale, cioè la Confindustria, gli enti di Stato e via di seguito… Di portare i finanziamenti alla superficie invece di avere un finanziamento sotterrraneo. Nel ‘74 ci fu uno scandalo che riguardava dei titoli di aziende pubbliche che avevano una parte dei profitti di questi titoli (se non ricordo male riguardava l’Iri, l’Eni o qualcosa del genere), che andava in nero a favorire i partiti. Allora questo fu un grande scandalo e fu addirittura un personaggio come La Malfa che disse: “Sì, noi abbiamo preso tutti quanti i soldi dagli Enti di stato ed è bene passare ad un finanziamento pubblcio chiaro ed esplicito”. A quel punto i comunisti cedettero le loro riserve, che erano riserve sul non rendere pubblici i bilanci, e si passò al finanziamento pubblico. Ma che era un finanziamento pubblico relativamente basso in quel 1974; poi, mano a mano, è andato aumentando - e qui è inutile farne la storia - fino al ‘93, quando il referendum radicale abrogò il finanziameto pubblico. Ma immediatamente dopo fu introdotto una specie di 4x1000 che però in realtà non ha mai funzionato. Perchè non ha funzionato? Perchè i conti non furono mai fatti e contemporaneamente furono fatte delle leggine volte ad anticipare ai partiti quello che doveva venire con il calcolo del 4x1000. Poi andando avanti tutto questo è aumentato e si è passato al rimborso spese elettorale, anche quello aumentato in maniera esponenziale (perchè prima si trattava soltanto di un piccolo rimborso elettorale sulle elezioni politiche, poi è passato anche alle elezioni regionali, poi è passato alle elezioni europee) e l’entità del rimborso elettorale è diventata enorme e, non solo, il rimborso è stato rateizzato in rate annuali: un vero e proprio finanziamento. Rispetto a tutto questo, come dicevo prima, io credo che si debba aprire un dibattito e abrogare questo sistema perverso e passare ad un altro sistema.
Pagliarulo: Che tipo di sistema?
Teodori: Innanzitutto bisogna individuare gli obiettivi che ci si vuole porre, perchè il finanziamento ai partiti, il finanziamento alla politica, è qualcosa che influisce anche sul tipo dei partiti che si formano, sul sistema dei partiti nel suo complesso e, in generale, sul rapporto fra cittadini e la politica. Io penso che un sistema che eviti una concezione di uno Stato che finanzia tutto e tutti, quindi diciamo di partiti che sono sostanzialmente statizzati possa essere quello del finanziamento volontario. Che significa finanziamento volontario? Finanziamento volontario significa che direttamente le persone, i soggetti fisici o anche i soggetti giuridici, cioè le società e via di seguito, possano dare delle contribuzioni liberali, ma a questo si obietta immediatamente: “Ma così i più ricchi prendono più soldi e i più poveri non prendono soldi”. No. Un sistema di questo genere, che poi è in vigore in parte Germania, in parte in Inghilterra e sopratutto negli Stati Uniti, è un sistema che pone tutta una serie di limiti e di soglie. Vale a dire che ciascuna persona può finanziare un partito soltanto fino ad una certa soglia, che i partiti possono ricevere danari fino ad un certo limite… Insomma, ci sono tutti una serie di accorgimenti che possono fare di un sistema di questo genere non un sistema privilegiato per alcuni, ma un sistema diffuso. E soprattutto c’è un elemento fondamentale in questo sistema e l’elemento fondamentale è che il cittadino sceglie il partito o anche la corrente del partito, o anche l’articolazione territoriale del partito, o anche il movimento specifico a cui dare il proprio danaro: e quindi c’è un passaggio diretto! Perchè noi, oggi, attraverso lo Stato, finanziamo tutti i partiti. Cioè, io, signor X do i miei soldi non solo al partito, ai movimenti che preferisco, ma anche a quelli che avverso e che vorrei abbattere, perchè è lo Stato che finanzia tutti in maniera indifferenziata. Passando a un finanziamento diretto dall’individuo o dal soggetto legale, direttamente al partito, si evita lo Stato. Si dirà: “Ma allora le persone non contribuiranno più”. No, contribuiranno! Perchè se facciamo una detassazione completa, come attualmente avviene per la Chiesa (perchè noi paghiamo la Chiesa), non facendolo passare attraverso lo Stato, ma dicendo; “Io ho dato 1000 euro al partito X e quelle 1000 euro le posso detrarre dalle mie tasse”, questo significa che c’è anche una spinta alle singole persone, alle singole società a demandare direttamente ad un’attività che ognuno preferisce. E’ quello che avviene oggi con le Onlus, con le associazioni per il cancro… ma rendere tutto questo, non attraverso un passaggio dello Stato, ma con un passaggio diretto dall’individuo al movimento o partito politico che si preferisce. A questo sistema, quindi un sistema del tutto volontario e del tutto basato sulla libertà dell’individuo con la facilitazione da parte dello Stato per la detassabilità - entro naturalmente una certa cifra, un certo limite - a questo si può aggiungere un vero e proprio rimborso spese elettorali, ma non come quello di oggi che è una finzione: un rimborso spese elettorale che però deve andare anche qui non al partito centrale, ma al candidato o alla lista, o alla lista regionale, che sia insomma direttamente legato ai risultati elettorali. Questo è un sistema, per esempio, che oggi è in vigore in parte in Germania, perchè in Germania lo Stato dà un rimborso elettorale al candidato, o alla lista o al partito specifico entro però il limite di quanto il partito stesso, il candidato riesce a raccogliere da solo. Che cosa c’è dietro questa idea “io Stato ti dò tot, a condizione che tu raccogli tot”? Che non si inventano i partiti solo per il finanziamento pubblico.
Pagliarulo: Cioè deve raccogliere una soglia minima il partito poi, alle elezioni perchè ottenga questo rimborso elettorale?
Teodori: Il partito sì certo, in Germania è entro il 5%, ma questo è collegato con il sistema elettorale che dice che chi non raggiunge il 5% non ha eletti.
Pagliarulo: Glielo chiedevo per sapere se fa parte della sua proposta.
Teodori: Sì, fa parte della mia proposta, ma questo è legato anche al sistema elettorale che si adotta. Perchè se si adotta un sistema elettorale, diciamo uninominale, allora il criterio è un altro, se si adotta quello proporzionale è un altro ancora, eccetera… Però il problema di fondo è quello di considerare da parte del partito, ma non solo del partito, che so, di un movimento referenderario, di un movimento ad hoc che si propone degli obiettivi civici e via di seguito… di considerare la raccolta di danaro come una forma di consenso. Cioè qui il problema oggi in Italia con il finanziamento statale è che si finanzia tutti anche chi non ha consenso e quindi conviene a chiunque farsi una sua listina perchè se poi racogglie lo 0,5% dei voti, poi raccoglie del danaro e con quel danaro seguita a vivere. Il problema di fondo che in Occidente è stato molto discusso dalla scienza politica, è che la raccolta del danaro è in una certa misura una forma di misura del anche consenso di un partito, di un’iniziativa, o di un candidato. Quindi legare il contributo dello Stato sotto la forma del rimborso elettorale o sotto altra forma alla capacità del partito di raccogliere del danaro come segnale del proprio consenso. Cioè il consenso di un partito non è segnalato soltanto dai voti che raccoglie, ma anche dalla capacità delle persone di contribuire alla vita economica, al finanziamento di un partito. Del resto questo in Italia è stato fatto per molto tempo dal Partito Comunista, che è stato forse il partito che più si è retto sulle proprie gambe oltre ad avere le sovvenzioni dell’Unione Sovietica e sopratutto dal Partito Radicale perchè questa idea è stata sempre alla base del partito radicale: il cosidetto autofinanziamento. Cioè, l’autofinanziamento è un segno del consenso che un partito, una forza politica riceve per le sue iniziative. La vecchia formula che io ho sentito tante volte ripetere nel Partito Radicale è: «Do il mio obolo, la mia lira, per difendere le mie idee»… è una vecchia idea democratico-liberale che è stata vissuta in altri tempi (forse anche oggi, questo non lo so), nel Partito Radicale, oltre che nel Partito Comunista.
Pagliarulo: Certamente, è così tuttora. La sua lettura, naturalmente, presuppone una lettura totalmente diversa rispetto a qualla di Sposetti dell’art. 49 della Costituzione. C’è un fraintendimento secondo lei?
Teodori: Vabbè, quello poverino… adesso devo dire una cosa: forse la cultura costituzionale di Sposetti non è proprio la cultura più ortodossa… Perchè quell’articolo (che poi fu un articolo molto dibattuto alla costituente) legava la vita dei partiti al metodo democratico. Il grande dibattito della costituente fu se lo Stato doveva entrare, se il metodo democratico riguardava la vita in generale, “esterna”, dei partiti rispetto alla politica del paese. O se il metodo democratico dei partiti riguardasse anche la vita interna dei partiti. Questo fu il grande dibattito della costituente e ancora un volta furono i comunisti che si opposero a un’interpretazione di quell’articolo… anzi, c’era un’altra formulazione, che fu appunto abrogata perchè i comunisti non volevano che si interferisse nella loro vita interna, nel senso che la loro democrazia era il centralismo democratico e quindi non volevano… Tutto l’articolo della costituzione si riferisce al concorrere con il metodo democratico alla vita politca nazionale, non ha niente a che fare con il finanziamento. E soltanto una versione centrata tutta sul problema del danaro e con poca cultura costituzionale può interpretare quell’articolo come lo ha interpretato il buon Sposetti.
Pagliarulo: Il quale però ha avuto poi l’onestà di ammettere: «Io non voglio tornare a prima del ‘93, anche perchè i partiti ricevono molti più soldi adesso con il rimborso elettorale di quanti ne percepissero prima», che non è poco.
Teodori: Ma sì, certo, lui ha dovuto fare un po’ uno slalom. Adesso però lasciamo stare le dichiarazioni e le controdichiarazioni. La realtà - io lo accenno anche nell’articolo che ho scritto oggi - è che da 20 anni a questa parte tutte le leggi che riguardano il finanziamento dei partiti, prima del ‘93 e dopo il ‘93, sono tutte leggi che sono fatte in clandestinità o in semi-clandestinità, senza dibattito pubblico, senza dibattito in aula, nel chiuso delle commissioni parlamentari in sede legislativa, senza alcuna pubblicità e senza nulla. Se si vanno a vedere gli atti parlamentari, che io conosco abbastanza bene, anche negli ultimi anni, tutte le leggi, le leggine, sono state fatte con questi metodi. Nelle commissioni parlamentari, con la presenza diretta degli amministratori dei partiti. Tanto è vero che c’è una specie di “club” di amministratori, tutti d’accordo, dall’estrema destra, all’estrema sinistra, al centro, passando da tutti quanti… Sono quelli che si fanno le leggi per conto proprio, con l’ottica di avere più soldi. Non è un’ottica di vedere il rapporto fra il denaro e la democrazia, fra la politica e il finanziamento della politica, quello che significa in termini di meccanismi democratici. Sarebbe molto istruttivo pubblicare e andare a vedere tutti quanti i verbali delle commissioni in sede legislativa che hanno approvato queste leggi e leggine sul finanziamento pubblico. Un paese decente la prima cosa che deve fare è dire: «Va bene, il Parlamento affronti la cosa in maniera aperta, si faccia un dibattito pubblico, si vedano le diverse posizioni, le diverse tesi». Ci possono essere delle tesi più stataliste, meno stataliste - e io personalmente ritengo che la tesi più liberale sia quella del finanziamento volontario sostenuto dalla detassazione dello stato - però tutto questo lo si affronti pubblicamente, non come è stato fatto fino ad ora.
Pagliarulo: Lei era deputato radicale: ricordiamo gli anni in cui le Presidenze delle Camere, Iotti e Ingrao, si ritrovavano davanti questi bilanci dei partiti e ammettevano la loro impotenza…
Teodori: È storico l’atteggiamento della presidenza Iotti, con cui io ebbi uno scontro molto forte, perchè disse (lo riporto nel mio libro, che ormai è vecchio di 15 anni, perchè è uscito nel ‘99): io per carità non posso entrare nei bilanci dei partiti, perchè altrimenti mi intrometto nella vita interna dei partiti, cosa che non si può fare. La cosa istruttiva è stata il fatto che dopo lo scoppio di Tangentopoli, nel ‘93 - ‘94, coloro i quali avevano per legge il compito di verificare i bilanci dei partiti, scrissero sulla Gazzetta Ufficiale, quindi con un atto ufficiale: “Noi in realtà non siamo mai potuti entrare a controllare i bilanci dei partiti: al di là di una verifica assolutamente formale, non abbiamo mai potuto controllare direttamente, perchè ci è stato impedito”. Dico questa cosa non come un pettegolezzo, ma come degli atti che per due anni furono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale. E proprio in quel mio libro io riportavo tutti i dati. Ed era proprio il metodo Iotti che sosteneva, secondo la vecchia linea comunista: “Per carità, non si può entrare all’interno dei partiti”. Mentre oggi il problema, al contrario, è proprio quello di legare qualsiasi sistema di finanziamento, che sia pubblico, privato o misto, a uno statuto pubblico dei partiti. E parlo di statuto pubblico: tanto è vero che in una proposta di legge che noi facemmo chiedevamo un Registro Nazionale, non una legge di riconoscimento dei partiti - che sarebbe anche questa una cosa intrusiva - ma un semplice registro tenuto da un’autorità indipendente o da qualcun’altro, in cui coloro i quali vogliono usufruire di determinati finanziamenti devono registrare i propri responsabili politici e amministrativi e devono depositare i rendiconti: se i rendiconti non funzionano, non sono approvati, non hanno più diritto ad avere qualsiasi tipo di finanziamento. Cioè uno statuto assolutamente di associazioni private, come è in una visione non statalista del rapporto fra l’organizzazione politica, l’organizzazione civile e lo stato.
Pagliarulo: Bene, allora la proposta compare sul giornale anche se con un titolo che forse può sembrare fuorviante: “Soldi ai partiti, così si garantisce più libertà”, firmata da Massimo Teodori, con cui abbiamo parlato. Ringraziamo il professor Massimo Teodori, che peraltro è autore, lo ricordiamo, di “Soldi e partiti, quanto costa la democrazia in Italia”.







