Intervista ad Alfredo Mantica sulla campagna del 2003 "Iraq libero" per l'esilio di Saddam Hussein
Intervista di Paolo Martini ad Alfredo Mantica sulla campagna Iraq libero del 2003 e le rivelazioni sui colloqui Aznar-Bush
29 settembre 2007
Paolo Martini. Una dichiarazione nei giorni scorsi dell’onorevole Boniver evocava anche la possibilità – ma questa è una cosa che deve essere giocata dai grandi paesi dell’area – di offrire alla giunta militare un’esilio dorato in un paese vicino, e liberare il Myanmar da questo gruppo di potere e di gestione del potere che vive in condizioni abissalmente superiori rispetto a quelle della popolazione. Questo ci fa ritornate in mente la campagna su Saddam Hussein, proprio perchè in questi giorni torna di attualità, a partire dai diari – anticipati dal Pais – dell’ex premier spagnolo Aznar, che racconta come verso la fine di febbraio – quando ancora l’attacco all’Iraq doveva partire – parlò con Bush, e Bush aveva ricevuto una disponibilità dell’ex dittatore iracheno ad accettare una proposta di esilio di cui si parlava in alcuni ambienti diplomatici – arabi soprattutto - però voleva troppi soldi disse Bush e noi invece dobbiamo sbarazzarcene subito con altri metodi. Di questo si parlò, lei era membro del governo allora: nel governo italiano arrivò questa notizia in qualche modo? Lei si ricorda della battaglia di Pannella?
Alfredo Mantica. Non solo arrivò, ma posso dire come testimone diretto che in una conferenza internazionale che si teneva proprio nella metà di febbraio in Qatar - che era l’unione dei paesi del consiglio del Golfo in gran parte confinanti con l’Iraq - questa idea dell’esilio di Saddam Hussein era un po’ l’idea prevalente dell’area. Credo anche che ci fosse una grande disponibilità degli sceicchi e degli Emiri dell’area – che certamente non hanno problemi di liquidità – di aiutare, favorire questo esilio dorato, pur di evitare una ipotesi di guerra che comunque già allora veniva vissuta come in realtà secondo me era, cioè il mutamento di grandi equilibri nell’area. E quindi chi vive nell’area in funzioni di governo comunque teme ogni mutamento degli equilibri. Non solo se ne parlò. Noi come governo osservavamo con sguardo distaccato questa proposta, un po’ perchè sembrava incredibile che un personaggio come Saddam Hussein, al potere da 23 anni in Iraq, si legasse a questa vicenda, come dire, squallidamente personale, cioè quello dell’esilio dorato in cambio della fuga dal proprio paese.
Paolo Martini. Non era nemmeno – dice lei – nelle tradizioni battiste-irachene questa ipotesi…
Alfredo Mantica. Si, queste cose le puoi immaginare per un sovrano di un lontano paese che ormai non esiste neanche più nell’Oriente, ma il capo di un paese come l’Iraq, che aveva una forte tradizione laica, che aveva un’altissimo – come ha ancora – livello di scolarizzazione, di cultura di grande estrazione petrolifera: che potesse accettare un ruolo del genere ci sembrava come dire molto strano, e quando Pannella insisteva su questo nessuno diceva di no, ma non c’era un livello di ascolto e credibilità adeguata. Io poi rimasi molto colpito nel fatto di sentirne parlare in sedi importanti tra ministri degli esteri del golfo, nei corridoi, ed era decisamente credibile e spendibile insomma. Quindi non mi stupisce oggi rileggere questo. Credo che comunque tutto il mondo occidentale, spagnolo, inglese, americano, gli avevano prestato un attenzione molto relativa. Non so nemmeno cosa vuol dire quando Bush risponde che vuole molti soldi ma forse può andare in banca e prelevare un miliardo di dollari: certamente per noi sono cifre che nessuno a livello personale può immaginare di avere, ma in quei paesi ricchezze di questo tipo, non dico che sono consuetudinarie, ma c’è certamente qualcuno che se le permette a livello di governo, e le gestisce. Io ero al Ministero degli Esteri e onestamente nessuno la viveva come ipotesi che era reale, ma solo un’ipotesi possibile, una su un milione che andasse in porto. Da noi non c’è stato nessuno che ha operato e agito e inteso muoversi da questo punto di vista. Posso confermare che nel mondo arabo – poi ne ho avuto la conferma anche dopo - questa era invece una delle ipotesi più credibile sul quale si lavorava per evitare la guerra.
Paolo Martini. Se avesse funzionato, se quella possibilità su un milione ci fosse stata, non ci sarebbe stata sicuramente la guerra, ma l’Iraq come ne sarebbe uscito?
Alfredo Mantica. Probabilmente come sempre la situazione sarebbe diversa e migliore, perchè la guerra, di per se, all’inizio per molto tempo provoca traumi e lacerazioni certamente maggiori. Io mi ricordo che dopo la sconfitta di Saddam nel mondo arabo c’era un senso di frustrazione, questo da parte anche di paesi non amici di Saddam, perchè in fondo la guerra era stata persa anche molto male. Non c’era stato un combattimento credibile, la famosa guardia repubblicana non si era dimostrata in grado di reggere nemmeno la capacità di fermare l’avanzata degli americani su Bagdad che andavano ad una velocità da automobile in autostrada. Probabilmente c’è da considerare che c’è anche un aspetto psicologico nel rapporto e nella realtà della guerra: l’aver perso male una guerra aveva creato un senso di frustrazione, la fuga dopo una sfida durata vent’anni, forse avrebbe anche rappresentato un senso di profonda umiliazione, come se questa ipotesi offrisse agli occhi del mondo che in fondo un arabo si può sempre pagare e che quando prende delle posizioni non bisogna crederci perchè basta alzare il prezzo perchè prima o poi si ottiene quello che si vuole. Questo voglio dire che è sempre meglio dei morti, sempre meglio della guerra certamente, ma non pensiamo che anche questa ipotesi non avrebbe rappresentato un prezzo da pagare in una realtà che era comunque conflittuale tra noi e l’Iraq.







