Israele nell'Ue. Storia di un'alternativa alle politiche fin qui praticate per il Medio Oriente

Pubblicato il 18 Ottobre 2006 da Federico Punzi

Altre pagine di questo documento:

  1. Seminario sul Satyagraha mondiale per la pace, la democrazia e la libertà
  2. Israele nell'Ue. Storia di un'alternativa alle politiche fin qui praticate per il Medio Oriente

Pannella all'Israele DayPannella all'Israele Day
La proposta di adesione di Israele nell'Ue non nasce questa estate, in occasione della guerra tra Israele ed Hezbollah in Libano, ma risale al 1988, lanciata da un manifesto pubblicato a pagamento su alcuni quotidiani israeliani in occasione del primo Consiglio Federale del Partito Radicale Transnazionale a Gerusalemme ed è frutto di anni di analisi dei radicali sulla complessa realtà del Medio Oriente. La proposta, alternativa alle politiche fin qui perseguite dall'Europa e dagli Stati Uniti sul conflitto israelo-palestinese, non si fonda sul preteso diritto dei popoli a uno Stato nazionale, ma supera la concezione di una sovranità statuale assoluta e pone al centro il diritto alla libertà, alla democrazia e allo stato di diritto per tutti gli uomini e le donne del Medio Oriente.

«Non c’è un solo giorno da perdere. O divampa la mobilitazione - italiana, europea, parlamentare, politica, nonviolenta radicale, immediata - per salvare Israele, o divamperanno Israele e il mondo, poiché nessuno sembra voler scorgere, presentire, il già vissuto per il mondo, dalla Sarajevo del 1914 alla Monaco nazi-pacifista del 1938». Queste le gravi parole scelte da Marco Pannella per avvertire del pericolo in atto che si palesava questa estate con la guerra tra Israele e le milizie di Hezbollah, un’organizzazione terroristica con sede in Libano, ma sostenuta da Iran e Siria.

Israele decideva di reagire al continuo lancio di missili dal Libano verso il nord della Galilea e al rapimento di due soldati in pieno territorio israeliano. Mentre all’Onu proseguivano le trattative per decidere il cessate-il-fuoco e l’invio di una Forza internazionale in Libano, Pannella vedeva ricomporsi il puzzle della situazione con l’intervista rilasciata dal presidente libanese, il filosiriano Lahoud, al Corriere della Sera: Hezbollah è «parte integrante dell’esercito libanese… La milizia combatte come i vietcong. E io sono con loro».

Per il leader radicale era la «conferma che Israele si è mosso appena in tempo, in incomprensibile, grave, colpevole, ritardo contro la grande, pluriannunciata replica dell’atto di guerra delle Due Torri dell’11 settembre 2001. Replica incommensurabilmente più ambiziosa, più grave, mortale, condotta e lanciata, ai suoi confini, dal territorio avanzato di Iran e Siria, e dallo sconfinato fronte del terrorismo e del neo-fondamentalismo ateo-musulmano animato da Bin Laden, da Al Qaida… “Sproporzionata”, apparve per il nostro Ministro degli Esteri la “reazione” di Israele. “Ma sproporzionata a che, di grazia?” chiedemmo subito. I fatti ora dimostrano che la reazione di Israele oltre che tardiva è stata probabilmente “sproporzionata per difetto” rispetto all’obiettivo mortale del quale può già ora, già in queste settimane, essere vittima».

In Libano, secondo Pannella, è «venuta alla luce una realtà ben più grave di quella evidentemente sospettata e volutamente ignorata in primo luogo dall’Europa di quegli Stati nazionali che stanno tornando di fatto a scomporla, negarla, asservirla, subordinarla. L’Onu rischia di ridursi a maceria politica, burocratica, etica sotto la quale vengono sepolte la sua missione e i suoi obblighi costitutivi…»

Da lì a pochi giorni, Pannella e il Partito Radicale Transnazionale lanciano un manifesto-appello per il primo grande «Satyagraha mondiale per la pace», per «un’alternativa alla minaccia di un prossimo tremendo conflitto che, divampando dal Medio Oriente, si estenda rapidamente al mondo intero». Il «primo, strumentale, obiettivo» viene individuato nell’ingresso di Israele nell’Ue, un «naturale ricongiungimento», «premessa dell’auspicabile ricongiungimento europeo, mediterraneo: con Turchia, con Giordania, Palestina e Libano democratici, fino al Maghreb, al Marocco…»

Una soluzione politica «per rendere inagibile l’obiettivo della eliminazione dello Stato e del popolo israeliani dal Medio Oriente (del quale costituiscono lo 0,2% del territorio e un po’ più dell’1% della popolazione)». Obiettivo, avvertono i promotori, «oggi non più solamente ammesso, ma proclamato e propagandato dalla massima autorità dell’Iran e dal complesso Sistema di potere e di guerra Terroristico le cui forze e minacce sembrano aggravarsi ed estendersi con una capacità eversiva e distruttrice senza precedenti».

Europa e Israele hanno una «gravissima responsabilità», sottolinea il manifesto: l’una, l’Ue, di «abbandonare la costruzione anche istituzionale di una grande Patria Europea, anima dei Trattati di Roma», e del suo «immiserirsi a “Europa delle Patrie”, estranea ai fondatori, agli Adenauer, ai De Gasperi, agli Schuman, e agli Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni…»; l’altra, Israele, di essersi «rassegnata» ad un «arroccamento nazionale» e ad «una politica strutturale di difesa, disperata quanto nobile», ma «estranea alla grande, iniziale, utopia sionista, umanista, socialista e liberale, essenzialmente tolstoiana, nonviolenta».

Una proposta che viene da lontano
Tuttavia, la proposta di adesione di Israele nell’Ue non nasce questa estate, in occasione della guerra tra Israele ed Hezbollah in Libano, ma risale al 1988, lanciata da un manifesto pubblicato a pagamento sui quotidiani israeliani Jerusalem Post, Maariv e Yediot Ahronoth, in occasione del primo Consiglio Federale del Partito Radicale Transnazionale a Gerusalemme.

Nonostante le importanti adesioni via via pervenute sulla proposta, le istituzioni israeliane ed europee non hanno finora mosso alcun passo nella direzione indicata. Israele tende a vedere in un’eventuale adesione all’Ue la fine del sionismo, non la sua coerente realizzazione, mentre gli europei sono prigionieri dei presunti confini geografici dell’Europa, che escluderebbero i paesi del sud del Mediterraneo, e di una sorta di razzismo antiarabo, per cui i popoli del Medio Oriente e del Maghreb non sarebbero pronti alla libertà e alla democrazia.

Israele nell’Ue rappresenta una politica alternativa all’approccio degli accordi di Oslo e all’utopia “terra in cambio di pace”. Come premessa e obiettivo questa politica non pone il preteso diritto dei popoli a uno Stato nazionale, bensì supera la concezione di una sovranità statuale assoluta, principio ormai obsoleto nell’epoca dell’interdipendenza e della globalizzazione, e pone al centro i diritti storicamente acquisiti come naturali alla libertà, alla democrazia e allo stato di diritto per tutti gli uomini e le donne della regione. Certamente garantiti e organizzati da istituzioni, quali che siano purché democratiche e adeguate alla tutela di quei diritti.

La mancata presa d’atto del fallimento della logica di Oslo e il rifiuto di prendere in considerazione politiche alternative spiega perché il contributo europeo alla soluzione del conflitto in Medio Oriente sia stato fino ad oggi pressoché nullo.

La pagina-manifesto sui quotidiani israeliani (1988)La pagina-manifesto sui quotidiani israeliani (1988)
Israele nell’Ue: la proposta
Il Manifesto pubblicato a pagamento sui quotidiani israeliani Jerusalem Post, Maariv e Yediot Ahronoth in occasione del primo Consiglio Federale del Partito Radicale Transnazionale a Gerusalemme (18 ottobre 1988)
La sicurezza di Israele

I confini di Israele possono essere i confini degli Stati Uniti d’Europa (e del Mediterraneo). La difesa, la sicurezza d’Israele possono coincidere con quelle di altri trecento milioni di persone, ed essere integrate nel sistema difensivo che gli Stati Uniti d’Europa possono darsi e si stanno in varie forme dando. In questo scenario la pace può essere trattata e affermata; i territori occupati possono strategicamente essere lasciati. Ma solo in questo scenario.

L’inattualità degli Stati-nazione

Alla vigilia del 2000 lottare per edificare o difendere uno Stato nazionale - tanto più se di minime dimensioni - è un non-senso, un errore strategico oltre che ideale e politico. Questa realtà, che è stata compresa da Stati come la Germania, come la Francia, come la Gran Bretagna o l’Italia, è vera anche per Israele, così come per coloro che lottano per uno Stato palestinese.

Liberazione democratica, non liberazione nazionale

… quasi ovunque nel mondo le lotte cosiddette di “liberazione nazionale” si sono tradotte in catastrofi e in regimi dittatoriali. Occorre rompere anche con un pacifismo “equidistante”, privo di proprie risposte positive, sia sul piano politico che storico. Essere non-violenti comporta essere sempre all’attacco, contro la violenza e i regimi violenti.
(…)

Il Partito Radicale intende lottare perché immediatamente la Comunità Europea si apra alla partecipazione piena di Israele, obiettivo necessario per la difesa della democrazia e per la pace in Medio Oriente, passaggio necessario e obbligato per la liberazione democratica di tutti i popoli e di tutti gli individui che l’abitano. E’ possibile che il Parlamento Europeo si pronunci in tal senso, se questa battaglia sarà ingaggiata e sostenuta anche in e da Israele.

Non possono esserci libertà e liberazione senza democrazia e diritti
Già il 18 marzo 1987 Pannella chiariva che la politica che i radicali volevano costruire aveva «come bussola di orientamento» i diritti umani e la democrazia.

«Una politica che non ritiene possa esserci libertà e liberazione al di fuori di questi valori. Basta, battersi romanticamente per le lotte di liberazione che poi producono oppressioni più atroci. Basta “liberare” i vietnamiti dalle corrotte classi dirigenti del sud e dall’occupazione americana per consegnare la popolazione urbana di Saigon al genocidio o all’atroce fuga sulle boats-people; basta liberare il popolo della Cambogia per consegnarlo alla follia rivoluzionaria di Pol Pot; basta liberare gli iraniani dallo Scià per consegnarli alle amorevoli mani di Komeini e dei suoi ayatollah».

La proposta radicale, che si concretizzerà nel manifesto del 1988, non è che il risultato di un’analisi, che partiva anni prima, sulla complessa realtà del Medio Oriente.

Israele paese assediato, oasi in un oceano di dittature, rischia una “conversione pericolosa”
(Marco Pannella, Notizie Radicali, 15 luglio 1982)

«Sono portato personalmente a constatare che tutti i paesi arabi e musulmani del Medio Oriente, senza eccezione alcuna, sono “strutturalmente violenti, strutturalmente antidemocratici, strutturalmente antipopolari”. Che le persone e i popoli siriano, irakeno, iraniano, sud-yemenita (per restare “a sinistra” visto che a “destra” gli sceicchi sono abbastanza conosciuti per quel che sono) sono vittime quotidiane di assassini, torture, non di rado massacri, e delle più selvagge offese ai loro diritti umani e politici ad opera, non di Israele, ma delle oligarchie che li dominano. Quanto ad Israele sono convinto che la sua politica (“non ancora la struttura”) sia bellicista, violenta, e foriera di una conversione pericolosissima - che va combattuta lucidamente - dei valori storici di gran parte della cultura politica di questo Stato.
(…)

Non esiste guerra pulita, onorabile, degna di rispetto umano. La guerra è barbarie e non può esser altro. Si combatte per vincere l’avversario, per sconfiggerlo, annientarlo. Israele è paese assediato, in primo luogo perché democrazia nel mondo arabo forze di potere violente e classiste interessate al permanere del nazionalismo come strumento del loro dominio, e per impedire che si pongano i problemi e ideali democratici e sociali che li spazzerebbero via».

Il 6 novembre 1985, a seguito dei fatti dell’Achille Lauro, i radicali ribadiscono il «rifiuto di un’equidistanza, una neutralità tra il mondo arabo, palestinese e quello israeliano» e chiedono al governo «un’alleanza di fondo e privilegiata con lo Stato d’Israele, di democrazia politica». Il 6 aprile 1986 Pannella già individuava «le responsabilità criminali della politica di Siria e Libia», come «dell’Iran e dell’Irak», e rimproverava alla politica estera italiana «la mancata alleanza preferenziale» con Israele: «Siamo stufi di una attualità politica, interna ed internazionale, che vede promossi a rango di protagonisti di storia potenti soggetti di cronaca nera».

Riconoscere l’Olp sarebbe un errore
Profetico il giudizio che il 28 aprile 1988 Pannella già dava dell’Olp:

«Riconoscere l’OLP costituirebbe un errore imperdonabile, un’attribuzione di rappresentanza arbitraria ad un’organizzazione che ha i meriti di una guerra e di una lotta, che solo su questo si è costituita e che di questo, non di governo, di per sé, è capace».

Pannella ha sempre rimproverato all’Olp di non essersi costituita governo in esilio. E nell’ottobre dello stesso anno scrive:

«Quando donne e uomini, bambini e vecchi sono massacrati a centinaia o migliaia in Libano o altrove, per le criminali guerre fratricide tra fazioni arabe o a migliaia sono vittime dei regine del Medio Oriente, l’Olp sembra essere distratta ed è sempre connivente. Noi saremo a Gerusalemme pur nelle nostre difficoltà economiche, senza avere i forzieri pieni di denaro dovuto allo sfruttamento dei popoli del Medio Oriente da parte dei feroci regimi alleati e finanziatori dell’Olp o del contributo di questa o quella lobby “occidentale”… Ci saremo da partito nonviolento gandhiano, da partito dei diritti umani e politici di tutti e di ciascuno, da difensori della vita e dei diritti democratici di tutti i palestinesi e di tutti gli arabi, non solamente quando si scontrano con errori e anche crimini di parte israeliana, ma sempre».

Israele: le armi della democrazia
Alcuni mesi prima della definizione, nel manifesto del 18 ottobre, della proposta Israele nell’Ue, Pannella scrive ai deputati della Knesset, invitandoli a riflettere «non sulla strategia del governo», ma «sulla incapacità di attuarla». Ecco alcuni passaggi.
Lettera di Marco Pannella ai deputati della Knesset (Avanti!, 17 febbraio 1988)

«Lo Stato di Israele rappresenta un’isola di minime proporzioni in un duplice oceano: quello dei paesi del Medio Oriente e quello dei paesi del Mediterraneo del sud, inclusi i paesi africani. Questo duplice oceano, questa immensa distesa di territori ha una caratteristica unica, anche se complessa: pressoché ovunque si tratta di regimi a partito unico, dittatoriali, dove i diritti umani e politici, sociali ed economici sono radicalmente negati. Queste dittature sono più tolleranti o meno, più civili o meno, ma tali sono. In numerosi casi, in quasi tutti, in Medio Oriente, si tratta di regimi feroci, assassini, barbari: in alcuni l’opulenza copre questa realtà, in altri la miseria la evidenzia ancor di più. Le dittature sono violenza, ideologia e pratica della violenza. Sono regimi di guerra civile, di oppressione, di guerra tout-court, necessario per il mantenimento del potere. Lo Stato di Israele è dunque un’isola all’interno di questa realtà, ideologica, umana, storica, politica. Un’isola di Stato di diritto, di democrazia politica, di cultura democratica maggioritaria.
(…)

Questo Stato è in guerra, o si ritiene in guerra, o altri lo ritengono in guerra… Lo stato di guerra non è guerreggiato in forme tradizionali, se non in alcune congiunture. Il governo sta riuscendo nella difficile impresa di apparire come espressione di una società e di uno Stato violenti e antidemocratici. E, come tutti gli incapaci, cerca di vincere raddoppiando la violenza.
(…)

Deputato della Knesset, avrei preteso un dibattito non sulla strategia del governo e della maggioranza (è un dibattito continuo, perenne, di ogni giorno) ma sulla incapacità di attuarla, sulla incapacità di governare e di far funzionare l’amministrazione e i suoi diversi settori e momenti. Nel Parlamento europeo, come alla Camera italiana, noi ci siamo ritrovati soli, assolutamente soli, malgrado le solite menzioni delle solite lobbies pro-israeliane ufficiali, a rifiutarci di condannare la politica di Israele, la sua strategia, il suo operato… Sono determinato a proseguire questa linea. Ma, per farlo, ho anche il diritto di colpire tutto quello che la rende ancor più ardua da difendere, addirittura insostenibile».

Perché l‘“unilateralismo” pro-Israele dei radicali
Dalla Relazione del primo segretario, Sergio Stanzani, al 35mo Congresso del Partito Radicale a Budapest (22 aprile 1989)

«Siamo stati accusati spesso, in Italia e in Europa, di essere unilateralmente schierati dalla parte di Israele. Non crediamo di esserlo stati. Se una nostra unilateralità c’è stata, questo è avvenuto perché abbiamo dovuto contrastare un unilateralismo generalizzato, tutto anti-israeliano e filo-OLP, di una sinistra europea che sembra disposta a riconoscere ai palestinesi ed agli arabi un unico diritto, quello all’indipendenza. Questa sinistra è sempre stata pronta a gridare e a scendere in piazza solo contro i pretesi crimini di Israele ed è rimasta silenziosa nei confronti di crimini ben più gravi commessi dagli Stati arabi contro i loro cittadini o contro i profughi palestinesi.
(…)

C’è un altro unilateralismo di cui non siamo partecipi, ed è quello di cui danno prova i Governi e la Comunità dei paesi europei che sembrano solo capaci di fare pressioni perché Israele tratti con l’OLP e riconosca lo Stato palestinese, senza peraltro assumersi alcuna responsabilità per assicurare la sicurezza dello Stato di Israele, pienezza di diritti politici e civili ai cittadini del futuro Stato palestinese, le condizioni di una convivenza pacifica non solo fra i due Stati, ma anche con la Giordania e l’Egitto.
(…)

E’ questo il motivo che ci ha indotto a rivolgerci contemporaneamente ai governanti di Israele ed alla Comunità europea per un coinvolgimento diretto della Comunità nella soluzione della questione mediorientale. Abbiamo proposto l’adesione di Israele alla Comunità e soluzioni di convivenza da studiare con ed eventualmente nell’ambito della Comunità».

Nel 1991, la firma degli accordi di Oslo tra Israele e l’Olp sembra gelare la proposta radicale. Il Partito Radicale però continua a proporre, in ogni sede, a Bruxelles e a Strasburgo, come a Roma ed a Tel Aviv, l’immediata adesione di Israele alla Comunità Europea. E’ il solo modo, sostengono i radicali, per «garantire, strutturalmente e definitivamente, la sicurezza di questo paese, dalle dimensioni minime e, fin qui accerchiato da nemici mortali». Scettici nei confronti delle conferenze “per la pace”, invocate dai “pacifisti” del mondo, a cui partecipano dittatori e oligarchi, chiedono invece una Conferenza dell’Onu che riporti al centro dell’azione politica internazionale «i diritti civili, politici, sociali, costituzionali degli abitanti di questa regione, dal Libano all’Iran». Il 3 luglio 1991, in Israele, viene intitolata una foresta al nome di Marco Pannella e del Partito Radicale Transnazionale.

«Amare Israele, amare la religione della libertà». Il sionismo: umanesimo socialista e liberale
Articolo di Marco Pannella (Il Partito Nuovo, n. 4, settembre 1991)

«Il sionismo è umanesimo socialista, liberale, non l’utopia dei fanatici, che rende crudeli e genera morte; è utopia dell’albero, della terra, della cultura della terra. Di fronte al rischio ed alla realtà della desertificazione del mondo c’è da tanti anni in Israele quest’opera di rimboschimento per far fiorire il deserto. Quest’impresa umana e morale, che è un’epopea dell’umanesimo, rappresenta un ritorno alla terra drammatico, umano, forte, contro una terra avara, che a volte può sembrare cattiva.
(…)

Gandhi ha avuto la responsabilità grave di non comprendere la grandezza del sionismo e la natura della storia dell’ebraismo e degli ebrei; che questa sera si onori questo emblema, è motivo di consolazione, perché vuol dire che, in omaggio a quanto di grande c’è nella religione della libertà e nella nonviolenza, dall’interno del mondo ebraico e israeliano viene perdonata qualcosa che doveva essere perdonata».

Dichiarazione per la piena partecipazione di Israele all’Ue
La proposta di adesione di Israele all’Unione europea riprende slancio il 30 gennaio 2001, quando viene formalizzata in una «Dichiarazione scritta per la piena partecipazione di Israele all’Unione europea», nella quale si chiede all’Unione di impegnare i suoi organi competenti, nonché la sua delegazione per i rapporti con la Knesset, ad approntare immediatamente uno studio e un progetto operativo di accordo atto ad assicurare la piena partecipazione dello Stato di Israele all’Unione Europea. L’appello ottiene rapidamente il sostegno di circa 50 membri del PE, tra cui Willi De Clerck, già presidente dell’Internazionale Liberale, Commissario europeo e presidente della delegazione del PE per le relazioni con la Knesset.

Contro lo Stato nazionale assoluto
Il 17 aprile 2001, in un’intervista a Radio Radicale, Marco Pannella ribadisce i motivi della sua contrarietà allo stato nazionale assoluto di Israele:

«Da sempre sono sionista, sono fedele allo spirito e alla lettera del sionismo e da oltre trent’anni mi batto perché ritengo fondamentale la difesa dello stato d’Israele, oggi sento l’urgenza e la necessità di dire che sono contro lo stato nazionale indipendente d’Israele. lo sono nel solco di Ernesto Rossi, convinto che lo stato indipendente italiano, o francese o tedesco, null’altro possono essere se non contenitori di degrado civile del mondo. la sola speranza perché la democrazia sopravviva in Israele è nella costituzione di uno stato interdipendente, in primo luogo nella e con l’unione europea».

Il destino di Israele nel cuore dell’Europa
Articolo di Adriano Sofri (La Repubblica, 12 giugno 2001)

«L’Europa ha un rapporto speciale con Israele. Gli ebrei erano nel cuore dell’Europa, e la Shoah fu affare europeo… l’antisemitismo, mascherato o no come antisionismo, trovò il modo di rinascere, e di rinnovare periodicamente l’emigrazione. Il destino di Israele era e continua a essere, geneticamente e moralmente (oltre che praticamente: è il Vicinissimo Oriente) responsabilità dell’Europa. C’è da tempo un’utopia minoritaria, fondata su una geografia morale, che auspica l’ingresso di Israele nell’Unione Europea. Di recente è stata ripresa con vigore da Marco Pannella e dai radicali. Poco fa, durante una visita in Germania, il presidente israeliano Moshe Katsav, rispondendo a una rara domanda giornalistica, ha detto di guardare con favore a quell’idea. Ma il realismo politico è così forte che la sua risposta, ignorata pressoché da tutti i media, è apparsa poco più che una frase di cortesia. Da noi, i pochi che si sono pronunciati si sono sbrigati a invocare appunto le ragioni del realismo politico. O, peggio, della geografia fisica: Israele, ufficialmente, non è in Europa. Una simile dimissione della politica in omaggio alla geografia del Vicinissimo Oriente è troppo rassegnata, o troppo distratta».

«L’uomo e la donna arabi e palestinesi esistono solo se incontrano una pallottola israeliana»
Intervento di Marco Pannella al Parlamento europeo - testo (31 gennaio 2001)

«Voi conoscete l’uomo e la donna arabi e palestinesi solo se incontrano una pallottola israeliana; allora gli date almeno l’ onore della sepoltura, l’onore del riconoscimento. Dinanzi ai cittadini palestinesi, arabi, del Medio Oriente, che quotidianamente muoiono, assassinati dai loro regimi - sauditi, basisti di destra, di sinistra - dall’ alleanza storica, forte degli sceicchi e del potere mediorientale, alleato delle grandi multinazionali del petrolio e di voi, sinistra più o meno comunista; dinanzi alla realtà curda, che non è solo quella turca, ma anche quella irachena e degli altri; dinanzi alla concreta vita delle donne e degli uomini sauditi, palestinesi, voi ve ne occupate solo se accade che la parte israeliana si scontri, a volte con gravi errori nei loro confronti. Vi accorgete dell’esistenza dell’umanità palestinese solo quando vi serve per denunciare il vostro continuo nemico di oggi, si chiami Stati Uniti d’ America, si chiami Israele… dove sta scritto che l’ Unione europea si rende garante degli Stati nazionali, della loro indipendenza e della loro conquista? Non esiste in nessun posto, oggi, scritto nei cuori e nella cultura, il diritto allo Stato nazionale ottocentesco: esiste quello dei diritti civili, politici, umani, nei confronti di qualsiasi autorità statale, centrale o centralizzata, e di questo non avete nessuna nozione!»

«Anche dinanzi ai peggiori errori di Israele, noi siamo stati con Israele», ribadisce Marco Pannella il 3 dicembre, partecipando a una manifestazione a sostegno di Israele davanti alla Sinagoga di Roma.

No alla «cinica truffa» dello Stato nazionale palestinese. Servono diritti per gli arabi oppressi dalle dittature
Intervento di Marco Pannella al Parlamento europeo (31 dicembre 2001)

«Gli volete dare uno Stato nazionale. E’ proprio di questo che hanno bisogno? Di un altro Stato nazionale siriano, di un altro yemenita, quale che sia? Hanno bisogno dello Stato nazionale?»

Conferenza del Partito Radicale Transnazionale per Israele nell’Unione europea (Bruxelles, 4/6 marzo 2002)
La dichiarazione conclusiva diventa l’appello per l’adesione di Israele nell’Unione europea, che raccoglie rapidamente la firma di oltre 4 mila cittadini del mondo intero e in particolare israeliani. Il 15 aprile 2002 i radicali partecipano all’Israele Day, manifestazione di sostegno a Israele organizzata da Giuliano Ferrara, direttore del Foglio.

Marco Pannella con il presidente israeliano KatsavMarco Pannella con il presidente israeliano Katsav
«La battaglia per Israele nell’Ue sarà vinta»
13-19 giugno 2002 - Visita di Marco Pannella e di una delegazione radicale in Israele per una serie di incontri politico-istituzionali ed una serie di iniziative per coinvolgere la classe dirigente e l’opinione pubblica israeliana sulla proposta radicale di ingresso di Israele nell’Unione Europea.
Scopo della missione

Visita al Caffè Moment, Omaggio alle vittime del terrorismo

Conferenza stampa di Pannella a Gerusalemme

Conversazione settimanale da Gerusalemme

Assemblea per Israele nell’Unione Europea

Intervento di Pannella al Congresso Sionista

Omaggio alle vittime dell’attentato alla fermata dell’autobus

Bilancio al termine della missione

«La battaglia per Israele nell’Ue sarà vinta, vinta – ripeto – e, preciso, in tempi politici di anni. La bandiera di Israele si aggiungerà alle altre degli Stati che formano l’Unione Europea, i cittadini israeliani avranno anche loro passaporto europeo. Questa non è più una semplice previsione (o come altri ritenevano e ritengono utopia o profezia), ma un annuncio».

Una svolta per il Medio Oriente
Intervista a Pannella (l’Unità, 20 maggio 2003)

«Israele, Stato-frontiera dell’Unione Europea pienamente integrato nella Ue, costituirebbe immediatamente la leva per un processo analogo per tutti i palestinesi, e ciò rappresenterebbe per l’intera area mediorientale, ancor più della liberazione di Baghdad, una svolta epocale equivalente a quella che si determinò per l’Europa e il mondo con la caduta del Muro di Berlino.
(…)

La profondità strategica di una scelta è e resta quella di offrire, per esempio, alle masse arabe, in particolare quelle palestinesi, non un solenne bidone qual è lo Stato nazionale nel 2003. Trovo incredibile, vergognoso, anacronistico, offrire ad una popolazione prostrata dalla miseria la prospettiva del “dono-bidone” dello Stato nazionale, un fatto oggi superato, che rappresenta, tuttalpiù, delle menzogne e delle truffe. L’indipendenza nazionale non esiste. Esiste l’interdipendenza, e quindi di individuare costi e ricavi delle interdipendenze che si scelgono.
(…)

Un Israele parte integrante dell’Unione Europea potrebbe fungere da apri pista per un analogo ingresso, un domani, di uno Stato palestinese democratico».

Il ministro degli Esteri israeliano Shalom non esclude la richiesta di adesione di Israele all’Ue
18-21 maggio 2003 - Nell’ambito della visita in Israele della delegazione del Partito Radicale Transnazionale per il rilancio della campagna Israele nell’Unione Europea, Marco Pannella incontra anche il ministro israeliano per le Infrastrutture, Elizier Sanberg, del partito Shinui, e Simon Peres, ex primo ministro laburista.
Shalom: non esclusa la richiesta di adesione nell’Ue

Consensi anche alla Knesset

Incontro pubblico di Marco Pannella e della delegazione radicale

Assemblea a Tel Aviv e intervento di Pannella a Gerusalemme

«Sto con Pannella. Israele diventi Europa»
Editoriale di Francesco Merlo (Magazine “Sette” del Corriere della Sera, 29 maggio 2003)

«Portare Israele in Europa e dunque una di quelle battaglie radicali che a prima vista sembrano perdute, ma solo perché stanno più avanti, un poco più avanti rispetto al costume, alla mentalità, al luogo comune».

Il 3 novembre 2003 Marco Pannella visita Giordania e Israele con una delegazione di più di 150 parlamentari di vari paesi europei raccolti dall’associazione MedBridge.

L’85% degli israeliani è per la piena adesione all’Unione europea di Israele e auspica che il Governo israeliano ne assuma l’iniziativa
Il 10 marzo 2004 esce un sondaggio, commissionato dalla Delegazione della Commissione europea in Israele, ed effettuato nel dicembre 2003, che rivela che un’enorme maggioranza degli israeliani sostiene (60%) o tende a sostenere (25%) l’idea che Israele dovrebbe inoltrare domanda per l’appartenenza all’Unione Europea. L’80% circa crede che l’UE possa avere uno sviluppo positivo per il mondo e una percentuale ancora più alta (90%) crede che le relazioni di Israele con l’UE siano importanti. Inoltre, un’ampia maggioranza degli israeliani (61%) pensa che Israele non stia facendo abbastanza per promuovere le relazioni con l’UE.

Quando si tratta di valutare le posizioni dell’Ue in merito al conflitto israelo-palestinese, una maggioranza significativa (74%) pensa che il comportamento dell’UE verso Israele sia sleale, e che si schieri con i palestinesi. Tuttavia, la metà circa degli intervistati (49%) è favorevole al coinvolgimento dell’Ue nel processo di pace e ciò è dovuto soprattutto alla percezione per cui l’Europa può essere presa come esempio di soluzione dei conflitti. Una buona maggioranza (60%) crede che l’Ue non denunci mai, o lo faccia raramente, gli attacchi terroristici. Il 55% degli israeliani sostiene che gli aiuti dell’Ue versati all’Autorità Palestinese mirino ad impedirne il crollo, ma tra costoro, meno della metà (44%) pensa che questo aiuti Israele. Tre quarti degli israeliani vedono una collegamento tra il comportamento di Israele nello scenario bellico e le sue realzioni commerciali con l’Europa. Il 59% non scartano la possibilità che l’Ue imponga in futuro sanzioni economiche ad Israele (la leadership europea non ha mai minacciato Israele con sanzioni economiche).

Una vasta maggioranza degli israeliani pensa che almeno la metà delle critiche mosse dall’Ue ad Israele sia ingiustificata. Comunque, solo una piccola minoranza (16%) crede che queste critiche riflettano la posizione europea generale su Israele. La ragione principale delle critiche avanzate ad Israele riguarda l’interesse europeo nei paesi arabi, piuttosto che la compassione per i palestinesi o per princìpi morali. La stragrande maggioranza degli israeliani (92%) pensa che sia importante migliorare l’immagine d’Israele in Europa e i tre quarti circa pensa che Israele dovrebbe rispondere alle critiche europee. Le due strade più consigliate che Israele dovrebbe seguire sono quella di fornire più informazione e di rafforzare il dialogo tra gli opinionisti europei ed israeliani. Una sottile maggioranza, inoltre, pensa che i media israeliani diano un’insufficiente copertura mediatica circa l’Ue.

Il Governo israeliano ascolti il suo popolo
Marco Pannella da Gerusalemme scrive al Ministro degli Esteri israeliano Shalom (16 marzo 2004)

«Il pericolo e il danno più gravi e incombenti sono negli errori congiunti e convergenti della politica israeliana e di quella europea, che vogliono ignorare la necessità, l’urgenza, la concreta possibilità della grande riforma della situazione non solamente mediterranea, europea o mediorientale, che sarebbe rappresentata dalla piena partecipazione dello Stato di Israele all’Unione Europea.
(…)

Per quanto riguarda Israele, si è compiuto l’enorme errore di condannarla ad una “indipendenza” e “sovranità nazionale” che tutti gli Stati grandi e piccoli d’Europa hanno negato a se stessi; continuando a fare di Israele, che costituisce lo 0,2% del territorio mediorientale, non già la testa di ponte e la marca di frontiera di una realtà istituzionale e politica di 400 milioni di persone, ma un’isola assediata da ogni parte, per decenni minacciata di letterale annientamento, con – quindi - costante riflesso di realtà tragicamente assediata, in costante pericolo di morte.
(…)

La richiesta formale di adesione all’Unione Europea è il punto di partenza (e non di arrivo!), del processo, del cammino necessario… letteralmente vi scongiuriamo di far tesoro della saggezza e della grandezza del vostro popolo e di quella parte di popolazioni europee che sono certo in questa stagione di poter fedelmente rappresentare: inviate subito la vostra richiesta di adesione a Bruxelles».

Impedire ogni minaccia su Israele appare un compito fondamentale di civiltà, di progresso e di equilibrio nel Mediterraneo.
Mario Paggi
(24 dicembre 1955)

I sostegni alla proposta

Il premier Shamir «interessato»
Durante un incontro alla Knesset con la delegazione del Parlamento europeo, il Primo Ministro israeliano Shamir dichiara, riferendosi alla proposta di Pannella: «La sua posizione mi interessa molto. Spero che potremo ancora rincontrarci a lungo».
10 gennaio 1989

Il presidente israeliano Moshe Katzav «Assolutamente favorevole»
«Lavoriamo già in stretta collaborazione con l’Ue e spero che questa collaborazione si approfondisca. Sì, voglio che Israele diventi membro dell’Unione europea. Siamo uno stato democratico e dal punto di vista economico e tecnologico siamo al livello europeo. Spero che non vi sarà opposizione alla nostra adesione».
11 marzo 2001

Ehud Gol, ambasciatore israeliano in Italia
3 dicembre 2001

Shimon Peres: «Israele potrebbe accettare di entrare nell’UE»
«Israele è già un membro passivo dell’Ue e sarei felice se divenisse membro attivo».
12 giugno 2001

Shalom: non esclusa la richiesta di adesione nell’Ue
18 maggio 2003

Altre pagine di questo documento:

  1. Seminario sul Satyagraha mondiale per la pace, la democrazia e la libertà
  2. Israele nell'Ue. Storia di un'alternativa alle politiche fin qui praticate per il Medio Oriente
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