Kosovo, grande coalizione per indipendenza immediata

Di Alessandro Logroscino - 18 novembre 2007

PRISTINA - Sale la febbre dell’indipendenza e si fa sempre più simile a una chimera la speranza di un accordo condiviso fra serbi e albanesi sul futuro del Kosovo dopo le elezioni parlamentari svoltesi ieri nella provincia e vinte - come confermano i dati di oggi - dal Partito democratico (Pdk) dell’ex capo guerrigliero Hashim Thaci.

Un voto minato dal boicottaggio del 99% della minoranza serba - a consolidare un muro che appare più alto mai - e disertato anche da oltre la metà degli albanesi kosovari, per i quali evidentemente il sogno della definitiva secessione da Belgrado non è più un lenitivo sufficiente al degrado economico e all’assenza di prospettive. E tuttavia un voto destinato a produrre nell’immediato effetti concreti, con la probabile formazione - evocata in queste ore da fonti del Pdk - di un governo albanofono di grande coalizione incaricato di gestire la promessa transizione verso il divorzio.

Un passaggio che Thaci, autocandidatosi a tamburo battente alla carica di primo ministro, intende avviare «subito dopo il 10 dicembre»: vale a dire all’indomani della scadenza prevista per la presentazione all’Onu del rapporto della Troika Usa-Russia-Ue impegnata nello scetticismo generale in un estremo sforzo di mediazione fra Pristina e Belgrado sulla questione dello status di quest’ultimo lembo di ex Jugoslavia. «Con la nostra vittoria è cominciato un nuovo secolo - ha proclamato in piazza l’ex guerrigliero, arringando nella notte i suoi sotto la neve - abbiamo dimostrato che il Kosovo è pronto per la libertà e l’indipendenza».

La sfida si sposta ora sul piano degli equilibri politici interni. I dati ufficiosi del centro di osservazione non governativo Democrazia in azione hanno assegnato al Pdk il 34% dei consensi, contro appena il 22% (23 punti in meno rispetto al 2004) della Lega democratica (Ldk), la formazione del defunto presidente moderato Ibrahim Rugova e dell’attuale presidente Fatmir Sejdiu ininterrottamente in sella da dopo la guerra del 1999 e dall’insediamento dell’amministrazione Onu (Unmik). In parlamento entrano pure tre altri partiti etnici albanesi, incluso quello del miliardario Begjet Pacolli, e venti deputati alle minoranze etniche (dieci dei quali da attribuire ai pochi partitini serbofoni presenti, malgrado la partecipazione al voto dell’1% scarso dei 100.000 serbi rimasti nella provincia). L’ipotesi più probabile resta comunque quella di una grande coalizione fra il partito di Thaci e gli orfani di Rugova, sebbene con posizioni di forza ormai invertite a favore del primo.

Un patto fra rivali - divisi finora «non tanto da ragioni ideologiche, quanto da motivi di interesse», spiega una fonte diplomatica occidentale all’ANSA - per cercare di accelerare il cammino verso la secessione senza ulteriori indugi diplomatici. Gli spazi del negoziato - affidati ai faticosi tentativi di quadratura del cerchio dell’Ue, ma ostacolati dal braccio di ferro fra il pieno appoggio americano alla causa albanese e quello russo alla difesa serba dei propri diritti di sovranità - sembrano d’altronde sempre più stretti dopo l’esito di una consultazione che radicalizza lo scenario. Con l’ascesa a Pristina di un ex signore della guerra e il totale rifiuto del voto da parte dei serbi. Un atteggiamento, questo, criticato dall’Unmik come un cedimento ai diktat del governo di Vojislav Kostunica, e deplorato come ”un autogol” da qualche raro esponente serbo kosovaro integrazionista come Rada Trajkovic. Ma salutato con favore da Belgrado.

«Queste elezioni - ha commentato il ministro serbo per il Kosovo, Slobodan Samardzic - sono state un fallimento completo tra i serbi, che non hanno voluto votare per istituzioni kosovare separate. E sono state disertate persino da molti albanesi, non per la mancata indipendenza quanto per la crisi economica, il caos, il dominio dei traffici della criminalità».

Fenomeni che preoccupano del resto anche voci meno parziali come quella di Giovanni Di Stasi, capo dei 150 osservatori del Consiglio d’Europa in Kosovo, a giudizio del quale - oltre al rispetto degli standard europei in termini di procedure elettorali - il voto di ieri lascia dietro di sè ben poco da salvare. Con l’ossessione su un unico dossier - l’indipendenza - scarso interesse per i problemi concreti della gente (salari da fame, mancanza di lavoro, penuria di acqua ed elettricità) e assenza quasi totale di dibattito sui temi «della convivenza e della tolleranza». Fra due comunità sempre più estranee.

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