La Canossa del Pd. Veltroni dai teodem: convertiremo i radicali

Di Elisa Calessi - 28 febbraio 2008

Arriva alla fine la risposta al tema più scottante: la presenza dei radicali nelle liste del Partito democratico. Arriva dopo che Walter Veltroni, ascoltati i quattro relatori (Andrea Riccardi della Comunità Sant’Egidio, lo storico Guido Fonnigoni, il sociologo Franco Giarelli, il pedagogista don Carlo Nanni), spiega che il Pd nasce per «superare anacronistici steccati» e «costruire ponti». Alla platea di teodem, popolari, prodiani (ma c’è anche Raffaele Bonanni, segretario della Cisl e Andrea Olivero, presidente delle Acli) spiega che nessuno deve chiedere a qualcuno di rinunciare alla propria «identità».

Ma guai a «difenderla» fino a renderla un «muro». Per questo, nel selezionare le candidature, non si userà il «bilancino» tra laici e cattolici. Comincia una «fase nuova» anche su questo terreno. E mentre i segretari regionali, da ieri, hanno cominciato a portare al loft liste di nomi che poi vengono dimezzate (cosa che sta facendo imbestialire diessini e popolari), Veltroni annuncia la candidatura di due outsider: il filosofo Mauro Ceruli, tra gli autori del Manifesto del Pd, e Andrea Sarubbi, il conduttore di “A sua immagine”, il programma di Rai Uno che va in onda prima dell’Angelus del Papa. E oggi ne annuncerà altre legate al mondo del lavoro. Basteranno a intercettare il voto cattolico, a far dimenticare i radicali? Nella sala dove si è riunito l’arcipelago cattolico del Pd (titolo: “Educare al bene comune”), Garelli avverte che non sarà qualche procedura a far convivere anime così diverse. «Non vorrei che i contrasti su certi temi fossero solo rimandati». Veltroni risponde che i radicali, sottoscrivendo il programma del Pd, hanno accettato «di superare la cultura delle identità separate e di accettare quella della convivenza». Non solo. La scelta del Pd è in qualche modo meritoria: «Abbiamo tenuto dentro una forza che, se fosse rimasta fuori, sarebbe stata puramente identitaria e, allora sì, anche laicista».

I cattolici hanno paura di non contare? Veltroni risponde che è un nonproblema: la sfida del Pd è «andare oltre questo quindicennio». Oltre «i contenuti, il linguaggio che ancora oggi ho sentito ripetere». Basta parlare di laici e cattolici. Poi, sì, cita Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Beniamino Andreatta, Pietro Scoppola. Ma cita anche un sondaggio secondo cui tra i ragazzi più giovani «siamo il primo partito con dieci punti di distacco sugli altri».

La «novità» del Pd sta facendo breccia. Accenna, con una certa irritazione, alle polemiche di questi giorni. «Come se l’Italia fosse condannata a una perenne Porta Pia, ricadendo in un erro re che durante l’Assemblea Costituente fu evitato». No, non ci sta a «considerare prive di fondamento le perplessità di chi si interroga sui limiti della vita». Ma nemmeno a ignorare «gli interrogativi che dovrebbero rendere inquiete le coscienze di credenti e non». Fa bene chi difende certi valori, la famiglia. «Farlo non può essere considerato un’ingerenza». Ma non bisogna «rinchiudersi in certezze assolute». E un «errore rinnegare la propria identità». Ma «guai se diventa un muro dietro

cui trincerarsi». Serve una «laicità eticamente esigente» che sostituisca «l’aut-aut» con «l’et-et». Il “ma-anche” di Crozza, sì.

Cita Barack Obama che ha portato nella politica una nuova tensione morale, mescolando privato e pubblico. Il Pd cercherà mediazioni. Sul testamento biologico e sugli altri temi etici. E a Silvio Berlusconi che definisce il Pdl «anarchico» su questi temi, risponde che «la libertà di coscienza non è la nostra soluzione». Va invocata, ma solo come «riserva ultima». Se no, è una «risposta sbrigativa che fa parte delle furbizie del passato».

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