La comunicazione nonviolenta

Che cosa comunicano all’esterno le forme di lotta che chiamiamo tradizionali? Le molotov comunicano l’attacco, la violenza, e anche se noi sappiamo che non fanno male, possono giustificare agli occhi della gente che la polizia risponda sparando. I cortei che bloccano le strade non infastidiscono Agnelli, ma il lavoratore, l’operaio; e perché questi dovrebbero avere un riflesso positivo? Mancano di coscienza di classe allora? Penso invece che hanno coscienza dei loro diritti, e se dicono vaffanculo, è un riflesso giusto.

Andare incolonnati per strada, è l’occupazione della città, la parata militare, il possesso. Si è in tanti, c’è l’esaltazione della folla, dell’aggressione, il potere che si afferma sugli altri, perché è forte e violento. E quindi chi li vede passare cosa sente? Il brivido delle bandiere rosse, certo, ma è identico a quello che si prova alle parate militari. Oltre a ciò non vedo altro nell’economia del corteo. Andare invece in fila indiana sui marciapiedi, sul ciglio della strada, con un cartello a testa (è già un dato che ti gestisci personalmente mentre nei cortei neanche comunichi con gli altri compagni), significa scrivere un romanzo lungo e leggibile. Alle marce antimilitariste la polizia ci raccomandava di stare in fila indiana davanti a Redipuglia; e noi eravamo d’accordo; una sfilata di trecento cartelli, la gente passava e leggeva. Chi digiuna comunica: “Mi state sfottendo, sono disarmato e non posso fare altro che evidenziarlo, denunciarlo”.

Marco Pannella

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