Conferenza-BarCamp "La crisi della (non)democrazia" - Tutti i video
Dalla protesta al BarCamp. Comitati di cittadini e blogger si organizzano in rete per discutere la crisi della democrazia e le nuove forme di partecipazioneDal 3 al 5 ottobre si è tenuta a Roma la Conferenza-BarCamp "La crisi della (non)democrazia", sugli aspetti critici del funzionamento della democrazia in Italia e nel mondo, e gli strumenti necessari per coinvolgere i cittadini nel processo democratico, dando voce a comitati, cittadini e associazioni direttamente impegnati su questo terreno.
Presentazione
Assistiamo al paradosso per cui se la democrazia è oggi il modello di governo più popolare in quasi tutti i paesi del mondo, nei paesi democratici il parlamento e i rappresentanti eletti godono della fiducia solo di una esigua minoranza della società, assai meno di organizzazioni religiose, forze dell’ordine e altre istituzioni non democratiche.
I partiti politici sono sempre meno agenzie della società civile, organizzazioni attraverso cui si realizza la partecipazione politica dei cittadini, e sempre più apparati dello Stato. Le loro risorse, sia economiche che di legittimità politica, derivano ormai quasi esclusivamente dalle istituzioni e dall’accesso ai mass media, piuttosto che dalle iscrizioni e dall’attività volontaria dei sostenitori. Come affermano due autorevoli studiosi dei partiti politici, Peter Mair e Richard Katz, “la democrazia elettorale è sempre più percepita come mezzo attraverso cui i governanti controllano i governati piuttosto che viceversa”.
In molti paesi si assiste a una deriva autoritaria delle istituzioni democratiche caratterizzata da un consenso di massa nei confronti di provvedimenti che, dal contrasto all’immigrazione clandestina alla sicurezza, dalle emergenze ambientali alla minaccia terroristica, prevedono molto spesso la sospensione di diritti umani fondamentali.
La crescente diseguaglianza economica nelle società democratiche si traduce in un crescente divario di accesso alle risorse necessarie per influenzare le decisioni politiche. Secondo uno dei maggiori politologi viventi, Robert A. Dahl, il vantaggio complessivo in termini di potere, istruzione, disponibilità economiche dei ceti privilegiati può diventare talmente forte che, anche se i ceti meno fortunati costituiscono la maggioranza dei cittadini, il disequilibrio di risorse disponibili li rende incapaci, e forse anche riluttanti, a compiere lo sforzo necessario per vincere le forze della disuguaglianza schierate contro di essi.
Se aggiungiamo che il tempo messo a disposizione dai cittadini per attività politiche è in costante diminuzione, mentre aumenta a livelli sempre più elevati il costo dell’attività politica, appare realistico il rischio che ci si trovi vicini alla fine dell’aspirazione della democrazia al raggiungimento dell’uguaglianza politica tra i cittadini.
Nel mondo indaffarato dei mercati, dell’espressione individuale di sé, e nell’erosione della cultura pubblica prodotta dal consumismo, c’è il pericolo che i cittadini stiano perdendo non solo la volontà, ma anche le capacità necessarie per fare politica. Tutto sembra illusoriamente affidato alle sole scelte individuali, al di fuori delle quali agisce il destino, il prodotto di forze che non possiamo sperare di capire e non dovremmo desiderare di controllare.
Il crescente disimpegno dei cittadini dalla vita politica e la perdita della fiducia nella capacità di cambiamento dell’azione collettiva, mostrano come sia fuorviante misurare il benessere delle società unicamente sulla base del prodotto interno lordo.
In Italia questi fenomeni sono ancora più accentuati a causa del livello di illegalità raggiunto dalle istituzioni, dei privilegi e degenerazioni del sistema partitocratico, della collusione tra poteri pubblici e interessi privati, della scarsa autonomia delle agenzie preposte al controllo del potere politico. La deriva oligarchica riscontrabile anche nelle altre democrazie, in Italia si è accompagnata a una condizione di illegalità e quindi irresponsabilità del potere politico.
La disillusione e il cinismo diffuso tra i cittadini rendono ancora più difficile il cambiamento e il controllo democratico del potere politico, favorendo così il consolidarsi di questo assetto in una nuova forma di regime.
Si potrebbe leggere l’attuale clima di sfiducia come un umore ciclico destinato ad essere sostituito da una nuova ondata di partecipazione e entusiasmo. Ma da cosa può arrivare questa inversione di tendenza?
Secondo autorevoli studiosi è il tempo di sostituire alla cultura del consumo una nuova cultura della cittadinanza. Questo è il compito principale delle forze politiche e sociali che vogliano difendere la democrazia.
Allo stesso tempo, occorre rivitalizzare le istituzioni classiche e disegnarne di nuove per creare una nuova “arena civica” che renda possibile una “politica amatoriale”, in cui non sia richiesto ai cittadini di divenire degli specialisti o di partecipare costantemente, ma gli siano dati gli strumenti per attivare procedure democratiche sulle questioni che sono per loro più importanti.
Occorre evitare la tentazione di voler “superare” la democrazia rappresentativa, o immaginare formule deliberative che presuppongono la possibilità di un accordo “razionale” in grado di far venir meno il conflitto tra visioni. Il conflitto è ineliminabile dalla politica, ed è proprio grazie al conflitto con il potere che le minoranze sono riuscite a coinvolgere l’opinione pubblica nelle loro cause. Allo stesso tempo occorre diffidare di quelle forme di democrazia partecipativa calate dall’alto. Gli strumenti della democrazia dovrebbero essere concepiti anche allo scopo di consentire a conflitti soffocati dalla classe politica di venire al centro dell’agorà grazie all’azione dei cittadini.
Non ci sono soltanto ragioni civili a favore di un rinnovata partecipazione politica. Se i sistemi politici democratici vogliono riuscire a governare il ritmo rapido dei cambiamenti e la crescente complessità sociale ed economica, la partecipazione dei cittadini dovrebbe rappresentare una risorsa indispensabile. Più partecipazione significa infatti più informazioni immesse nel processo decisionale, un apprendimento più efficace da parte del sistema politico, e quindi politiche migliori.
La sfida del XXI secolo è disegnare un sistema politico che sappia rispondere a queste aspirazioni. Per l’Italia questa sfida deve accompagnarsi a un percorso di rientro delle istituzioni nella legalità democratica.


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