La libertà di stampa a spese dello stato non esiste

Di Giuliano Ferrara - 4 agosto 2008

La libertà di stampa a spese dello stato non esiste. Se esiste, esiste prima o dopo l’erogazione di una sovvenzione pubblica, e sopravvive alla sua scomparsa. Magari sopravvive in altre forme. Magari on line. Magari con giornali di una sola pagina. Magari con giornali distribuiti solo in poche grandi città. Al nostro bilancio fanno comodo i due milioni di euro che dovrebbero venire a mancare in seguito ai tagli della manovra triennale di Giulio Tremonti; fanno comodo a noi, quotidiano vagamente liberista, come al Manifesto, quotidiano strettamente comunista, e cercheremo di fare un onesto lobbying perché i contributi diretti ai piccoli giornali politici vengano mantenuti, con qualche dovuta razionalizzazione antifurto. Infatti ci consideriamo utili. Pensiamo di aver fatto, come molti prima di noi, un lavoro giornalistico e culturale decente. Dì avere cambiato qualcosa con risultati interessanti per gli altri, non solo per noi, Teniamo ai nostri stipendi, che non sono glamour, anzi sono austeri come tutta la nostra impresa, la redazione più lontana dall’idea di “carrozzone” che si possa immaginare. Non nutriamo alcun altezzosa boria verso i giornali confratelli maggiori (Corriere, Repubblica, Stampa, 24 Ore) e siamo contenti che per loro e per Radio Radicale, nostra mascotte, i quattrini ci siano ancora. Ma promettiamo ai nostri lettori di non tediarli con insulse battaglie ideologiche.

Le voci che rischiano di essere spente sono quelle di piccole minoranze di lettori aggregate da piccoli gruppi di giornalismo politico e culturale, non sono affatto necessarie a qualificare come democratico il sistema dell’informazione; e poi il sistema dell’informazione deve essere “libero”, non democratico, parola ormai sinistra soprattutto in bocca a tanti scalzacani del politicamente e ideologicamente corretto. Si deve essere liberi di rischiare, e di percepire contributi se ci sono i soldi, ma così, perché è bello permettersi dei lussi, come quando si finanziano la Scala di Milano o la Biblioteca Nazionale, non perché si rappresenta un altro mondo possibile, come dicono, con i quattrini di questo mondo impossibile. Essere in pochi non vuol dire essere necessariamente più stupidi degli altri, o meno brinanti o onesti o capaci di intercettare cose rilevanti, serie, sensibili, che riguardano addirittura l’intera umanità. Ma l’essere pochi, il non avere un destino commerciale solido, il non essere fino in fondo impresa editoriale, non significa nemmeno agire da impuniti, prendersi l’autorizzazione a protestare la propria purezza, trasformare la richiesta secondo legge di contributi pubblici in una sorta di cinica e disonesta azione di ricatto ideologico.

Se poi vogliamo invocare una qualche funzione di servizio pubblico, che nel caso delle cronache parlamentari in convenzione di Radio Radicale ha forse un senso, meno per i giornali che inseguono umori e culture libere o addirittura ortodossie comuniste, vabbè, siamo d’accordo, stiamo al gioco: è vero che lo stato è editore e imprenditore nel campo della comunicazione e dell’informazione, e che se trova i soldi per Amadeus e per quella boiata di Domenica In dovrebbe anche trovare le due lire necessarie a pubblicare stampa di minoranza ma seriosetta, come la nostra. Però questo va detto senza alcun sopracciò, cercando di non farsi dare alla testa dal solito insuccesso delle minoranze che siamo. Perdere la faccia, oltre ai contributi, questo no, cari compagni.

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