La lotta contro i finanziamenti pubblici all'editoria

Pubblicato il 24 Aprile 2008

I radicali si sono sempre battuti contro i finanziamenti pubblici a pioggia all'editoria.

Nel gennaio del 1972 il segretario radicale Gianfranco Spadaccia denuncia:

La stampa è il quadro dove l’attuale situazione di regime, fondata su un intreccio di interessi pubblici e privati e su un equilibrio statico di coalizioni di potere, trova la sua più drammatica espressione. E’ qui la vera causa della mancanza di libertà di informazione, della inesistenza di quella pluralità di voci e di orientamenti che dovrebbe esserne il fondamento. (...)

Ogni ipotesi di riforma dovrebbe partire quindi da un censimento di tutti i finanziamenti pubblici e parapubblici, che non è del resto difficile accertare. In mancanza di questo necessario accertamento e di una vigorosa lotta, è inevitabile che la riforma sia considerata come un modo per consolidare la situazione esistente.

Dalla fine degli anni '70 si discute la legge di riforma sull'editoria che viene approvata nel 1981 con il cosiddetto decreto salva-debiti che aumenta notevolmente i finanziamenti pubblici ai giornali. I radicali, attraverso l'ostruzionismo parlamentare, riescono ad allungare i tempi dell'iter di discussione della legge e a far esplodere il cosiddetto caso Rizzoli-P2.

Gli emendamenti radicali alla legge di riforma dell’editoria

Emendamento alle legge sull'editoria presentato dai deputati radicaliEmendamento alle legge sull’editoria presentato dai deputati radicali

I radicali propongono «l’emendamento all’emendamento», l’intento é quello di sostituire l’emendamento che riguardava il risanamento finanziario dei quotidiani “a pioggia” con un intervento mirato allo sviluppo tecnologico e con una limitazione del tetto complessivo delle provvidenze pubbliche.

Propongono con emendamenti l’esclusione della stampa di partito, che già beneficiava di fondi destinati, dalle provvidenze della legge per l’editoria.

Inoltre, l’elemendato all’articolo 1 del disegno di legge, prevede misure per rendere trasparente la proprietà dei giornali e evitare le concentrazioni editoriali.

Nella conferenza stampa del 17 luglio 1980 Adelaide Aglietta conferma la volontà da parte dei radicali di adottare l’ostruzionismo quale mezzo di protesta verso l’elargizione di soldi prevista dal decreto legge n. 27 del 15 febbraio ‘80, la cosiddetta “leggina sull’editoria”, alla cui scadenza è stato sostituito dal decreto n. 167 del 1980, sempre sulle provvidenze sull’editoria. Allo scadere dell’ultimo decreto, il governo ha presentato un disegno di legge, che prevede una sanatoria degli effetti derivanti dall’ultimo decreto. Inizia così l’opposizione radicale all’incostituzionalità dei metodi impiegati dal governo e contro l’elargizione “a pioggia” dei finanziamenti pubblici.

Lo stato dei finanziamenti pubblici all’editoria dagli anni ‘70 ad oggi

  • Anni ‘70: il panorama editoriale non è florido, le vendite non salgono e c’erano pochi introiti pubblicitari. È un momento drammatico per l’editoria, solo cinque quotidiani in Italia chiudono il bilancio in attivo. Avvengono in questi anni alcune trasformazioni organizzative. Nelle redazioni entrano la fotocomposizione, i videoterminali e le nuove tecniche di impaginazione. Alcune categorie professionali, come i linotipisti e i correttori di bozze, scompaiono. Ma l’ambiente avverte l’esigenza di investimenti massicci per potersi rinnovare.

  • 1981: lo Stato interviene con la legge n. 416. La conseguenza è una riduzione dei poligrafici e la loro trasformazione in tecnici della produzione dei giornali.

  • Lo Stato finanzia la riconversione dei quotidiani, investendo tra l’81 e il ’90 circa mille miliardi di lire. Nonostante gli aiuti pubblici e l’innovazione i giornali hanno però ancora difficoltà nell’affrancarsi, non riescono ad allargare il pubblico, mentre la tv conquista sempre più spazio nel panorama dell’informazione, prendendo buona parte degli introiti pubblicitari.

Ancora oggi lo Stato italiano sostiene l’editoria in modo consistente.

  • Sono 60 milioni di euro all’anno i contributi (diretti) concessi agli organi di partito.

  • Nella finanziaria 2007, il governo Prodi ha previsto un taglio del 7% dei fondi pubblici per le sei testate: il Manifesto, Liberazione e L’Unità, Europa, Il Secolo d’Italia, La Padania.

  • La maggior parte dei contributi (per lo più indiretti) va ai cosiddetti “giornali indipendenti”.

  • Resta l’incognita delle cooperative “fantasma”, cioè quei giornali che si riuniscono in cooperativa esclusivamente con l’intento di incassare i contributi pubblici, e così dopo le modifiche introdotte alla legge sull’editoria, l’Italia dal 2001 spende circa 667 milioni di euro all’anno [è da sottolineare il fatto che l’Italia e la Francia sono gli unici paesi in Europa a finanziare i propri giornali, ma la Francia lo fa spendendo 250 milioni l’anno e solo per i giornali politici.

  • I grandi gruppi editoriali, pur vendendo centinaia di migliaia di copie, godono di una quota maggioritaria della dotazione complessiva della legge per l’editoria, che secondo quanto scrive Beppe Lopez nel suo libro «La casta dei giornali», ammonterebbe a 450 milioni di euro di rimborsi per spese telefoniche, elettriche e postali, nonchè per la carta e per la riqualificazione professionale.

— 2004: La Repubblica-Espresso riceve 12 milioni di euro.

— RCS e Corriere della Sera 25 milioni di euro.

— Il sole 24 Ore 18 milioni di euro.

— La Mondadori 30 milioni di euro

I finanziamenti definiti “a pioggia”, dagli anni ‘70 ad oggi, non avrebbero fatto altro che favorire le grandi imprese editoriali, mettendo in difficoltà le piccole, chiudendo di fatto l’accesso al mercato editoriale e rafforzando il fenomeno della concentrazione.