La lotta per l'abolizione dell'Ordine dei giornalisti

Pubblicato il 24 Aprile 2008

Le lotte dei radicali per la liberalizzazione dell'accesso alle professioni incominciarono negli anni '70 e sono proseguite di fatto fino ad oggi.

Cosa prevede la legge

La disciplina sull’attività (la l. n. 69 del 1963) prevede:

— l’obbligo di appartenenza all’Ordine per chi voglia assumere il titolo ed esercitare la professione di giornalista;

— la definizione dei diritti e dei doveri inerenti allo status di giornalista e la corrispondente previsione dei poteri disciplinari e delle sanzioni, quali l’avvertimento, la censura, la sospensione dall’esercizio professionale e la radiazione dall’Albo;

— la suddivisione dei giornalisti che svolgono l’attività in forma professionale in due categorie: “professionisti” e “pubblicisti”, le due categorie sono distinte all’interno dell’Albo in due elenchi;

— la previsione e la disciplina della “pratica giornalistica” per almeno 18 mesi per l’accesso all’elenco dei professionisti e l’istituzione di un registro dei praticanti;

— una speciale prova di idoneità professionale;

— l’istituzione di elenchi speciali per i giornalisti stranieri, e per i direttori di periodici o riviste a carattere tecnico, professionale o scientifico.

L’Ordine si articola in due organi:

— il primo è costituito dai Consigli regionali e interregionale, eletti su base territoriale dagli iscritti;

— il secondo è costituito dal Consiglio nazionale dell’Ordine, formato da membri eletti in sede regionale con funzione di decidere sui ricorsi proposti contro le deliberazioni dei Consigli regionali.

Lo scopo delle corporazioni professionali è quello di difendere i diritti e gli interessi dei propri membri e quello di soddisfare i bisogni materiali e morali. Le corporazioni sono organismi intermediari tra Stato e società, per questa ragione le corporazioni professionali sono il legame tra settore pubblico e privato.

Nello specifico, per le corporazioni dei giornalisti, l’iscrizione obbligatoria all’Ordine provoca effetti negativi sulla libertà di espressione e di informazione. Per di più nei paesi in cui il tasso di disoccupazione è alto, i giornalisti hanno paura di perdere il posto quindi le condizioni di lavoro risultano essere inevitabilmente lese. Si riduce il potere contrattuale e aumenta la paura di affiliarsi ai sindacati. E’ sostanzialmente per evitare uno scenario simile che, nella maggior parte dei casi, nascono le corporazioni.

I radicali si opposero da subito alla legge del 1963 sull’ordine dei giornalisti. Non potendone impedire l’approvazione in Parlamento, tentarono di vanificarne gli effetti attraverso l’assunzione da parte di Marco Pannella, Marcello Baraghini e Aloisio Rendi, tutti iscritti all’albo dei giornalisti professionisti, della direzione responsabile di decine di pubblicazioni, giornaletti e quotidiani che negli anni ‘60 andavano aumentando vertiginosamente con la nascita dei movimenti della nuova sinistra, la parabola del movimento studentesco e l’esperienza dei gruppi extraparlamentari.

«Per sei anni, da quando è entrata in vigore la legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti,» ricordava Notizie Radicali nel 1972, «abbiamo vanificato la portata della legge mettendo a disposizione di chiunque ne avesse fatto richiesta i nomi di nostri compagni, i quali hanno sempre dichiarato che non avrebbero esercitato alcun controllo sulle pubblicazioni di cui divenivano, in questo modo, responsabili. La situazione di privilegio che la legge corporativa riservava ad alcuni veniva messa, senza condizioni, a disposizione di tutti. E’ stato per questo “servizio” a tanti nostri compagni che il bavaglio che la legge poneva all’esercizio della libertà di stampa è caduto».

La battaglia silenziosamente intrapresa dai radicali già all’indomani dell’approvazione della legge coinvolgerà il mondo del giornalismo e altre forze politiche soltanto dopo il 1968, quando la magistratura comincerà ad applicare le leggi sulla stampa e il Codice Rocco contro i fogli della sinistra extraparlamentare. L’incriminazione per reati di opinione del direttore di “Potere Operaio” Francesco Tolin e di quello di “Lotta Continua” Piergiorgio Bellocchio destarono scalpore nel mondo intellettuale e giornalistico e furono all’origine della costituzione del Movimento dei giornalisti democratici.

Uno dei processi più importanti fu probabilmente quello che si svolse di fronte al Tribunale di Torino nel 1971, dove Pannella venne accusato, insieme a Pio Baldelli, Roberto Roversi, Piergiorgio Bellocchio, Gianfranco Pintore e Pierpaolo Pisolini –intellettuali che avevano assunto nel passato la direzione responsabile del quotidiano Lotta Continua – di avere “istigato militari a disobbedire alle leggi, a violare il giuramento prestato e i doveri derivanti dalla disciplina militare”, e fatto “apologia ed esaltazione di fatti contrari alle leggi”, oltre che per aver “svolto propaganda per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici e sociali costituiti nello stato” e per aver “istigato a commettere delitti facendo anche pubblicamente l’apologia degli stessi”.

Nel 1974 i radicali tentano di raccogliere le firme per avanzare la richiesta di referendum per l’abolizione dell’ordine ma non riescono a raggiunge le 500.000 firme previste dalla Costituzione.

Nel 1997 i radicali ripropongono la stessa tematica e ripresentano la richiesta di referendum, questa volta infatti si raggiunge il numero di firme necessarie per indire il referendum, ma in sede referendaria non si arriva al quorum, infatti votano il 30% degli aventi diritto (di cui 65% per il SI e 34% per il NO).

Furono, inoltre, diverse le iniziative volte alla modifica della normativa vigente riguardante la professione giornalistica. La prima proposta di legge fu la n. 430 del 1987, «Abolizione dell’Ordine dei giornalisti ed istituzione della carta di identità professionale del giornalista professionista», presentata dai deputati Pannella, Rutelli, Mellini, Aglietta, Teodori, Stanzani e Ghidini. Con questa bozza di legge si intendeva:

  • abrogare la l. n. 69 del ‘63 (art. 1);

  • istituire la carta d’identità professionale del giornalista, attraverso cui beneficiare delle disposizioni prese in favore di questo settore e delle facilitazioni previste per chi svolge attività di giornalista professionista (art. 2);

  • la carta d’identità professionale è temporanea con validità di un anno ed è rinnovabile; viene rilasciata dall’ufficio del Garante per l’editoria, su richiesta dell’interessato che deve provare la propria qualità di redattore assunto da almeno un anno (art. 3, 4 e 5);

  • inoltre, sono considerati professionisti i giornalisti free lance che esercitano il giornalismo come professione principale, regolare e retribuita da almeno un anno, i fotoreporter, cineoperatori e reporter-cameramen, i giornalisti italiani residenti all’estero che svolgano la professione al servizio di agenzie o pubblicazioni italiane da almeno un anno, i giornalisti stranieri o apolidi domiciliati in Italia che abbiano una propria occupazione regolare in tale settore (art. 3).

Il progetto di legge dell’11 Agosto 2006 presentato dall’allora deputato radicale Capezzone prevede pressochè le stesse norme predisposte nella proposta del 1987, senonchè:

  • la carta d’identità professionale è rilasciata dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni;

  • presso l’Autorità è istituito il registro dei giornalisti, per il deposito della richiesta di rilascio della carta d’identità professionale, la quale viene consegnata ad un mese dal deposito della richiesta;

  • la carta ha validità per tre anni e se la richiesta di rilascio viene respinta, con le dovute motivazioni, dall’Autorità può essere richiesta dopo tre mesi da ogni risposta negativa;

  • nel caso in cui cessi il rapporto professionale del giornalista è necessario comunicarlo all’Autorità entro sei mesi dall’effettiva cessazione;

  • non esiste diffferenza di trattamento professionale tra giornalisti professionisti che operano in pubblicazioni quotidiane e periodiche e giornalisti professionisti che operano in emittenti radiofoniche e televisive, in agenzie di stampa o a diffusione telematica.