La portata politica del movimento per i diritti civili

Per decenni l’anima, la vocazione socialista, libertaria, laica, alternativa della sinistra parvero, anche ma non solo nel nostro Paese, destinate a essere perdenti di fronte a quella comunista, giacobina, leninista, centralizzatrice e livellante, non di rado autoritaria. Per decenni, all’interno dello stesso antifascismo italiano non meno che in tutti i paesi europei, il PCI ha potuto realizzare una sorta di politica della terra bruciata fra le proprie esposizioni e postazioni e quelle degli avversari storici, di classe. Nei confronti di “Giustizia e Libertà”, contro il Partito d’Azione, contro ogni volontà e politica di autonomia socialista, contro il Partito radicale, contro Il Mondo e le sinistre liberali, repubblicane, socialiste, comuniste libertarie, la politica del vertici del PCI è sempre stata durissima. Tale ancor oggi resta, anche se alcuni nostri compagni e amici mostrano ormai di non accorgersene o si sono rassegnati al destino di “(in)dipendenti di sinistra”, cioè del PCI.

Il movimento e la politica dei diritti civili sembrano poter rovesciare questa tendenza storica; ne hanno comunque, da dieci anni, la proclamata ambizione. Con, senza, o contro il PSI, è giunto il momento in cui deve prendere corpo un confronto fra socialisti e comunisti per la direzione politica dell’alternativa democratica di classe, laica, democratica e libertaria. L’unità e il rinnovamento della sinistra non possono esser liquidati come esigenze priva di rigore, di plausibilità politica e storica, o scontate nel chiuso del passato.

Marco Pannella

(L'Espresso, Luglio 1975)
Argomenti: , ,