La preoccupante situazione di dipendenza energetica dell'Italia dal regime di Putin e le pericolose connessioni tra ENI e Gazprom

Di Margherita Fabbri e Diego Galli - 16 ottobre 2008
Grattacielo ENI (Fornita da Flickr)

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Lo ammette lo stesso Scaroni: «Ci troviamo in una condizione di vera e propria sudditanza»

«L’Italia è il paese dove regna il gas. L’80% delle case, due ospedali su tre e due alberghi su tre vanno a gas e il 60% dell’energia termoelettrica è alimentata dal gas. Questa scelta è stata imitata dal resto dell’Europa. Olio combustibile, carbone e gasolio hanno lasciato il passo al gas. Il risultato netto di questa scelta è che l’Unione Europea ha più che raddoppiato il consumo di gas negli ultimi vent’anni. È una scelta piuttosto ardita perchè noi, come Unione Europea consumiamo più del 20% del gas mondiale e ne produciamo l’8%, detenendo solo il 2% delle riserve.

Cioè l’Unione Europea importa più del 60% del gas che consuma: dall’Algeria, dalla Norvegia e soprattutto dalla Russia (…).

Questa dipendenza non è scevra da pesanti implicazioni geopolitiche, soprattutto tenendo presenti le aree del mondo da cui il gas proviene (…). Ci troviamo in una condizione di vera e propria sudditanza nei confronti dei paesi produttori di gas [e] di questa sudditanza, di questi rischi che corriamo, noi europei ci siamo accorti il primo gennaio 2006, [quando] abbiamo appreso che un dissidio tra Russia e Ucraina rischiava di metterci al freddo nel pieno dell’inverno.

È diventato chiaro a tutti che dipendere, per le nostre forniture di gas, da pochi paesi che ci mandano il gas attraverso una manciata di gasdotti che attraversano paesi che vivono non sempre in uno stato di tranquillità, non ci permette di dormire sonni tranquilli e che la sicurezza dell’approvigionamento energetico del gas è troppo importante per non indurci a delle riflessioni.

Immaginate quanto sarà complicata la situazione quando la nostra dipendenza aumenterà drasticamente [giacchè è previsto] un raddoppio dei consumi entro il 2020 (600 miliardi di metri cubi, [parallelamente] alla diminuzione della produzione di gas in Europa (…).

Le importazioni di gas continueranno almeno fino al 2020. Il gas continuerà ad arrivare soprattutto dalla Russia. La conseguenza in termini geopolitici che dobbiamo interiorizzare è che la Russia rimarrà il pilastro delle forniture energetiche dell’Europa per molto tempo ancora.

La Russia fornisce il 100% del gas alla Finlandia, alla Slovacchia, all’Estonia, alla Bulgaria, all’Ungheria, alla Lettonia e alla Romania; l’80% all’Austria, alla Repubblica Ceca, alla Polonia e alla Grecia; il 40% alla Germania; il 30% all’Italia e alla Francia: in questo quadro è evidente che l’Unione Europa e ciascuno degli stati membri hanno un interesse primordiale a mantenere rapporti eccellenti col fornitore Russia.

Rapporti che esistono da tempo e sui quali noi italiani siamo stati i precursori ed Eni in particolare, che nutre rapporti con la Russia da molti anni. Sono 30 anni che le case degli italiani utilizzano gas russo; non ci sono mai stati problemi nemmeno in epoche di guerra fredda.

L’Unione Europea e la Russia sono diventati in questi anni dei partner reciprocamente indispensabili: su questa partnership ci sono tutte le basi perchè i rapporti tra noi e la Russia si consolidino e diventino ancora più iportanti.

Noi abbiamo bisogno della Russia e la Russia ha bisogno di noi.

Dobbiamo superare ogni visione miope che veda noi e la Russia come due poli contrapposti.

Con la Russia abbiamo interessi riconducibili alla contiguità geografica, alla storia, alla cultura e alle comuni radici cristiane.

Su queste basi dobbiamo impegnarci per far sì che l’Europa e la Russia continuino a vivere in un crescente rapporto di collaborazione che sarà l’unico modo per garantirci la sicurezza eneregetica nei prossimi 20 anni».

Dall’intervento di Paolo Scaroni al convegno “Innovare le energie: impresa e ambiente tra sviluppo competitivo e sostenibilità”, Capri, 4 ottobre 2008.

L’Eni principale complice di Gazprom nell’affaire Yukos

  • Il 25 ottobre 2003 Mikhail Khodorkovsky, proprietario della società petrolifera russa Yukos viene arrestato per evasione fiscale, frode e peculato (Committee to Free Mikhail Khodorkovsky and Platon Lebedev).

  • All’epoca dell’arresto, Khodorkovsky stava fornendo supporto finanziario a diversi partiti politici di stampo liberaldemocratico, in vista delle elezioni parlamentari del 2003 (Committee to Free Mikhail Khodorkovsky and Platon Lebedev).

  • Per parecchi anni, inoltre, la Yukos aveva ottenuto investimenti occidentali emettendo certificati di deposito di azioni americane sulla borsa valori di New York. Nel 2003, la Yukos cominciò a discutere pubblicamente della possibilità di un investimento straniero più significativo da parte di una importante società petrolifera occidentale. Al momento dell’arresto di Khodorkovsky, la Yukos era sul punto di effettuare una fusione con la Sibneft, la quinta più grande compagnia petrolifera della Russia. La fusione avrebbe creato un entità nazionale non posseduta dallo Stato della dimensione delle più grandi compagnie petrolifere private del mondo – della grandezza di ExxonMobil, Royal Dutch Shell e British-Petroleum e più grande della TotalFinaElf o della ChevronTexaco. Allo stesso tempo, era stato ampiamente segnalato che la Yukos aveva avviato contatti per la fusione con primarie compagnie petrolifere occidentali e che tale fusione sarebbe potuta probabilmente avvenire una volta che la fusione Yukos-Sibneft fosse stata completata (“L’abuso di potere da parte dello stato nella Federazione russa”, studio legale Amsterdam&Peroff, 7 febbraio 2007).

  • Il 31 maggio 2005 Mikhail Khodorkhosvy viene condannato a nove anni di prigione, da scontare nel carcere di Chita, in Siberia (Corriere della Sera, 31 maggio 2005).

  • La Corte Suprema svizzera stabilisce che l’azione condotta contro Khodorkovsky ha avuto motivazioni politche. Secondo il tribunale federale elvetico Mikhail Khodorkhosvy e Platon Lebedev, suo socio [anch’egli condannato ed attualmente detenuto in Siberia, nonostante le gravi condizioni di salute], furono vittime di una persecuzione politica (Tribunal Fédéral Suisse, 13 agosto 2007).

  • Il tribunale distrettuale di Amsterdam dichiara illegale la liquidazione delle azioni Yukos, poiché i due responsabili nominati dallo stato per la gestione della procedura di fallimento, Eduard Rebgun (in seguito nominato membro del C.d.A. di Rosneft, la società a partecipazione statale che avrebbe poi enormemente beneficiato della dismissione di Yukos) e Igor Sechin, non avevano basi legali per effettuare la liquidazione della società (UK Reuters, 31 ottobre 2007).

  • La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proclama che in relazione alla detenzione di Pleton Lebedev [il socio di Mikhail Khodorkovsky] sono state commesse cinque violazioni dell’articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza) della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, stabilendo che Lebedev debba essere risarcito con una quota 3000 euro per i danni morali e con la quota di 7000 euro per le spese legali (Council of Europe, Case Lebedev VS Russia, 25 ottobre 2007).

  • Dalle aste per la cessione degli asset Yukos il Cremlino aveva escluso puntualmente eventuali pretendenti stranieri, con la sola eccezione dell’italiana Eni (il Sole 24 Ore, 3 maggio 2007).

  • Secondo Robert Amsterdam, avvocato di Mikhail Khodorkhovsky l’Eni si è resa complice dello smembramento illegale di Yukos «danneggiando profondamente Khodorkovsky e i diritti umani in Russia». Amsterdam ha dichiarato anche che l’Eni è stata utilizzata da Gazprom come paravento per permettere il riciclaggio delle azioni di Yukos, nonché per legittimare la campagnia politica di boicottaggio condotta dalle autorità russe a danno della società (www.robertamsterdam.com, 2 ottobre 2008).

  • Già nell’aprile 2007 il Financial Times Deutschland aveva supportato la tesi di Robert Amsterdam, pubblicando un articolo dove nel titolo si affermava che Eni ed Enel sono gli «utili idioti» della Gazprom (una definizione che rimanda ai tempi del fondatore dell’Urss, Lenin) e che lo smembramento di Yukos da parte delle autorità russe era «una farsa e uno sporco affare, e chi vi prende parte, come Eni e Enel, si sporca le mani». I due gruppi italiani erano definiti dal quotidiano finanziario come «compartecipi di una pessima farsa, il cui vero vincitore è il monopolista pubblico Gazprom». «Teoricamente» gli italiani acquistano svariate società, ma «in pratica» spianano la strada alla cessione a Gazprom. «Perché mai Eni ed Enel si sono lasciate trascinare in questo gioco?» si chiedeva il Financial Times Deutschland, la cui risposta era: «Lo hanno fatto per inseguire l’illusione di rendere più sicure le forniture di gas italiane» (la Stampa, 5 aprile 2007).

  • Nel maggio 2007, anche l’analista di Troika Dialog, Valery Nesterov, affermava in un’intervista all’International Herald Tribune che «le aziende italiane [Eni ed Enel, n.d.r], hanno evitato a Gazprom di essere oggetto di ripercussioni legali», qualora avesse partecipato direttamente all’asta (www.robertamsterdam.com, 1° maggio 2007).

Le relazioni pericolose di Eni ed Enel con il regime di Putin

  • Ad oggi l’Eni è il primo cliente mondiale di Gazprom.

  • Il 26 febbraio 2007 il maggior quotidiano finanziario economico russo Vedomosti riporta la notizia che Eni ed Enel si preparano a partecipare alla gara d’asta per acquisire le spoglie della Yukos, la compagnia petrolifera del magnate Mikhail Khodorkovsky, gettato in galera dopo un processo farsa (o meglio tragedia) più perché oppositore di Putin che per le sue malversazioni fiscali, peraltro comuni a tutte le grandi società russe (…). Il quotidiano russo afferma che la merce di scambio per l’acquisizione dei giacimenti in Russia da parte di Eni e di Enel potrebbe essere o l’accesso (che per altro è stato da lungo tempo concordato) al mercato finale italiano o addirittura la cessione di quote del sistema di distribuzione Snam Rete Gas. Gazprom non parteciperà all’asta per la vendita delle spoglie della Yukos e lascerà che il consorzio italorusso Energogaz acquisti i giacimenti e come contropartita avrà la luce verde per fornire gas direttamente a famiglie e imprese italiane* (AprileOnLine, 27 febbraio 2007).*

  • Il 3 aprile 2007 Enineftegaz, il consorzio di cui fanno parte Eni ed Enel vince l’asta per alcuni asset del fallito gigante energetico privato russo Yukos. Il lotto in asta comprende il 20% delle azioni di Gazpromneft [ex Sibneft, la quinta maggiore compagnia petrolifera russa, ora in mano a Gazprom], il cui pacchetto di controllo è in mano al gigante energetico Gazprom, i pacchetti di controllo [100%] delle filiali Yukos Arktikgaz e Urengoil (due giacimenti nell’area siberiana di Yamal con riserve di metano e greggio provate e possibili per circa otto miliardi di barili) e azioni di altre 19 aziende del settore energetico (il Sole 24 Ore, 4 aprile 2007).

  • Lo stesso giorno Gazprom rende noto un accordo per una call option con le compagnie Eni ed Enel per l’acquisizione entro due anni del 51% futuri asset Yukos inclusi nel secondo lotto nel caso di vittoria di Enineftegaz nell’asta del 3 aprile. L’opzione rientra nella partnership strategica raggiunta tra Eni e Gazprom in data 14 Novembre 2006. [Secondo una nota Enel] nel caso in cui Gazprom «esercitasse la propria opzione di acquisto gli asset verrebbero gestiti attraverso una joint venture tra Eni e Gazprom che avrebbe accesso alle tecnologie più avanzate di Eni». Quanto al 20% di Gazprom Neft, la nota precisa che «sarà di totale proprietà di Eni», ma aggiunge che la compagnia italiana «ha garantito a Gazprom l’opzione di acquisire il 20% delle azioni» di Gazprom Neft «in qualunque momento entro i prossimi due anni a un prezzo di 3,7 miliardi di dollari. A seguito di questo accordo due rappresentanti Eni sono stati nominati nel Consiglio di direzione di Gazprom Neft. (il Sole 24 Ore, 4 aprile 2007 e 20 novembre 2007).

  • Sull’accordo Mario Reali, Ex Responsabile ENI Russia, dichiara: «I giornali hanno scritto “più gas all’Italia”, è tutta una balla, è tutta una menzogna. Perché nessuno dice che esiste una legge, in Russia (…) la cosiddetta legge sull’esportazione del gas che dà il monopolio assoluto alla Gazprom e l’esportazione di gas. Cosa significa questo? Che qualsiasi quantitativo di gas che possa essere trovato nello sviluppo di giacimenti, dovrà essere ceduto, bocca-pozzo, alla Gazprom. Quindi poi sarà la Gazprom a decidere se lo vuol vendere in Cina, o se lo vuol vendere in Europa, o se lo vuol vendere in Italia: quindi in Italia come tale non verrà niente. Scaroni ha definito l’accordo storico. Io sono stato due volte in Russia, e i russi ridendo hanno detto, Scaroni ha detto il vero, ma è storico perché per la prima volta per la storia la Russia varca le Alpi, come il gas, come le varcò con il grande generale Suworow, in questo caso è storico» (Report, 27 maggio 2007).

  • Nel giugno 2007 Eni e Gazprom siglano un accordo per la costruzione del mega-gasdotto sottomarino South Stream, che servirà a collegare i terminali russi del Mar Nero alla Bulgaria e successivamente all’Italia e ad altri paesi europei. La realizzazione di South Stream richiederà un investimento stimato intorno a 5,5 miliardi di dollari (il Sole 24 Ore, 18 settembre 2007).

  • Enel ed Eni acquistano alcuni giacimenti di Gas nella regione dello Yamal Nenets, nella Siberia occidentale, di cui Gazprom potrà rilevare il 51% con un’opzione esercitabile fino a giugno 2009. Enel detiene il 56% del capitale di Ogk-5, la società di generazione elettrica russa, acquistato per 2,4 miliardi di euro. Ha ulteriormente investito per l’incremento della capacità produttiva della compagnia russa nelle centrali di Sredneuralskaya per 350 milioni di euro, Nevinnomysskaya per 400 milioni e in altri siti della regione Tver per 750 milioni. A conclusione il piano di investimenti raggiungerà 1,5 miliardi (il Sole 24 Ore, 14 settembre 2007).

  • Enel è presente in Russia anche nella vendita di energia elettrica, attraverso il 49,5% posseduto in RusEnergoSbyt, il maggiore fornitore del Paese (il Sole 24 Ore, 9 novembre 2007).

  • Il 13 novembre 2007 Eni e Gazprom firmano a Mosca un “ampio accordo strategico” di valenza trentennale per la realizzazione di progetti comuni di produzione e distribuzione del gas. L’accordo prevede anche la vendita diretta di quantità crescenti di gas da parte di Gazprom in Italia, senza passare tramite l’Eni, fino a 3 milioni di metri cubi (il Sole 24 Ore, 14 novembre 2007).

  • Il progetto “Nabucco”, alternativo alla pipeline di Gazprom attraverso il Mar Caspio avrebbe permesso di importare il gas direttamente in Italia saltando la Russia. Ma perché il governo che sigla gli accordi dell’ Eni non spinge per favorire l’importazione diretta? Secondo Pierluigi Bersani, ministro per lo sviluppo economico durante il governo Prodi: «Nella strategia dell’Eni pensare di condurre delle scelte che come qualcuno chiede bypassino totalmente il rapporto con la Russia credo che sia un’intenzione poco realistica» (Report, 25 novembre 2007).


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