La via europea per la promozione della democrazia - seconda sessione
Niccolò Figà Talamanca
E’ un onore poter presentare una prospettiva di come promuovere all’europea la democrazia. La promozione della democrazia è una delle grandi priorità politiche di molti Paesi da diversi anni e comunque dell’Unione Europea. I problemi essenziali individuati in molti Paesi e in particolare sul fronte sud dell’Europa sono la mancanza di democrazia, come evidenziato da certi indicatori, ma anche la mancanza di sviluppo, la mancanza della capacità di risolvere i conflitti e in generale diversi problemi legati alla sicurezza sono attribuibili alla mancanza di democrazia. La democrazia tuttavia è un valore, un valore europeo che merita di essere promosso a prescindere dagli effetti positivi che esso ha sullo sviluppo, sulla sicurezza, sul terrorismo o sulla prosperità economica.
La democrazia, concetto nel quale magari sussistono posizioni diverse, può essere vista come diritto, diritto individuale, il diritto di vivere nella democrazia e di partecipare al governo della cosa pubblica.
A prescindere, per l’appunto, dagli effetti economici e sulla sicurezza, l’Unione Europea ha la responsabilità di promuovere la democrazia in quanto tale. L’Europa ha avuto molto successo nel promuovere la democrazia nel cosiddetto vicinato immediato. I Paesi di pre- adesione dell’ultimo decennio hanno fatto enormi progressi sul piano della democrazia, della trasparenza, del governo aperto. Sarebbe- credo- illusorio ritenere che il risultato sia dovuto solo all’operato dell’Unione Europea. Il fatto che i Paesi di nuova adesione volessero aderire all’Unione Europea è di per sé indice del fatto che volessero avvicinarsi alla democrazia, cambiare le proprie istituzioni, impegnarsi in riforme politiche che includevano tra l’altro l’adesione all’Unione Europea. Quindi lancerei un avvertimento rispetto al fatto di attribuire ad una politica europea specifica e unicamente ad essa i cambiamenti verificatesi dal punto di vista del governo e delle società nei Paesi che nell’ultimo decennio sono entrati nell’Unione Europea. Aderire all’Unione Europea è piuttosto indice di una loro disponibilità di formare piuttosto che l’inverso. Non crediamo che i criteri di Copenaghen possano essere visti come molto altro rispetto ad un cammino prestabilito per questi Paesi che comunque avevano già manifestato una volontà politica a riformare politicamente le proprie istituzioni e i loro strumenti di governo. Dunque, se l’Europa non può rivendicare nemmeno quel successo, che cosa può rivendicare, che cosa dovrebbe fare? Nella prospettiva degli attivisti che operano sul campo, l’Europa dovrebbe fornire maggiore sostegno all’idea stessa di democrazia. In questo senso, l’Europa, il Consiglio e la Commissione e tutte le altre istituzioni e tutti gli altri governi hanno determinate priorità rispetto ai Paesi terzi. La Commissione deve negoziare accordi commerciali, il Consiglio è costituito da Paesi che hanno interessi numerosi, complessi, bilaterali con Paesi terzi. La capacità dell’Europa di considerare prioritaria la democrazia, man mano che l’Europa parla sempre più all’unisono e dunque i rapporti diventano sempre più bilaterali tra l’Unione Europea e i Paesi terzi, naturalmente può essere oggetto di una certa sovrapposizione di priorità, ma dovrebbe restare obiettivo prioritario. Storicamente non è stato possibile considerare la democrazia o- se volete- in generale i diritti umani all’apice dell’agenda negoziale. Speriamo che con le nuove iniziative descritte e presentate fra gli altri dall’On. Edward Mc- Millan Scott sarà possibile avere una voce per la democrazia che prescinda anche dalle priorità politiche espresse da Consiglio e Commissione nei rapporti bilaterali. Occorrerebbe un organo che possa agire indipendentemente dal Consiglio e dalla Commissione Europea, non tanto perchè Consiglio e Commissione non siano disponibili ma perchè per natura non sono in grado di promuovere la democrazia come priorità massima a discapito di altre priorità politiche che devono pur rappresentare nei loro rapporti bilaterali. A tal fine, la voce e le risorse che possono essere messe a disposizione dell’Unione Europea devono poter essere utilizzate efficacemente e in questo quadro diventa essenziale l’iniziativa per la democrazia dal punto di vista del finanziamento anche perchè si tratta di un’iniziativa il cui finanziamento non dovrebbe dipendere dal consenso dei governi in cui vengono stanziate le risorse. Consiglio e Commissione comunque sono sottoposti ad una serie di relazioni bilaterali con i Paesi dove le risorse vengono stanziate e dunque la necessità di mantenere un buon rapporto con ogni singolo Paese. Talvolta si cerca semplicemente di non offendere il Paese ospitante. La Commissione ha propri programmi di diritti umani e di democrazia che sono per definizione poco ostili rispetto al governo del Paese ospitante. Ciò ha ridotto la capacità dell’Europa di far sentire la propria voce in materia di diritti umani e di democrazia e in particolare per la democrazia perchè è più facile fare campagna a favore dei diritti per i bambini- tutti sono d’accordo- piuttosto che fare campagna per un sistema politico che per definizione impone che il governo, come si dice, di tanto in tanto vada a casa per essere sostituito da qualcun’altro. Questa è la sfida, la sfida che l’Unione Europea può raccogliere se esistesse un organo di finanziamento indipendente, una voce indipendente per la democrazia. Organo che possa essere concretamente costituito anche all’interno delle istituzioni europee. Il meccanismo di promozione di democrazia dell’Unione dovrebbe di per sé contribuire a far sì che la democrazia diventi parte integrante della politica estera e di sicurezza comune promuovendo per l’appunto questo concetto all’interno della Commissione e del Consiglio. L’elemento non va visto isolatamente, questo organo dovrebbe poter ricorrere al sostegno di Commissione e Consiglio nei rapporti con i Paesi terzi ma sarebbe un organo indipendente da Commissione e Consiglio e potenzialmente potrebbe rispondere al Parlamento europeo. Altro elemento chiave perchè l’organo possa funzionare. Vi ringrazio per la possibilità che mi è stata data di intervenire.
Marco Pannella
Ora la parola al nostro presidente Edward Mc- Millan Scott. Come molti sanno, egli è vicepresidente del Parlamento europeo, responsabile di EUROMED e correlatore dello strumento dell’Unione Europea per la democrazia e i diritti umani, luogo di lavoro da lui fondato sin dal 1992 circa.
Edward Mc- Millan Scott
Grazie a Marco e grazie anche all’altro Marco che come sappiamo è impegnato nello sciopero della fame- credo siamo al quindicesimo giorno- per difendere i diritti di un cittadino italiano che morire con dignità. Il mio compito oggi è di presentare i meccanismi istituzionali per la promozione della democrazia all’interno e all’esterno dell’Unione Europea. Il prossimo relatore sarà Carl Gershman che è noto a molti, e amico di molti, direttore del National Endowment for Democracy a Wasinghton. Qualche anno fa, quando la caduta del muro di Berlino ha aperto le possibilità all’Unione Europea di unirsi in pace e prosperità, mi sono detto che l’Unione Europea aveva bisogno di un meccanismo equivalente e dopo alcuni negoziati interni al Parlamento europeo abbiamo costituito l’iniziativa europea per la democrazia nel 1992. Suo obiettivo principale era quello di trasformare l’ex blocco sovietico, sono stati aperti uffici a Varsavia, Praga, Mosca e la Commissione ha coinvolto la Fondazione Europea per i Diritti Umani e come agenzia esterna per la gestione del programma, per la definizione delle priorità e per l’amministrazione del fondo. Superato con efficacia per diversi anni, tanto che nel ’97 l’iniziativa europea per la democrazia contava 1200 progetti nei Paesi dell’Europa centro- orientale. Nel 1999 la Commissione Europea ha assorbito tutte le attività ed è iniziato poi un processo di burocratizzazione e di sicurezza. Il programma ha perso slancio ed è stato molto criticato. Come diceva Marco sono co- relatore sul rinnovo o sulla riforma- se preferite- del programma relativo al nuovo strumento di democrazia e diritti umani dal 2007 al 2013. Nella relazione discussa la settimana scorsa al Parlamento europeo potrete leggere nella motivazione una lista delle relazioni che criticano l’iniziativa europea ma non dobbiamo farci prendere dal panico.
Il Tribunale Penale Internazionale, cavallo di battaglia del Partito Radicale italiano, ha sostenuto diversi attivisti dei diritti umani, ha salvato molti dalla pena di morte e ha diffuso valori europei nell’Europa centro- orientale. L’obiettivo oggi è guardare a est: vediamo una democrazia che si sgretola in Russia e in molti Paesi dell’ex blocco sovietico, vediamo un Medio Oriente ancora in subbuglio ma con grande fame di democrazia. C’è un Nordafrica in stato confusionale, Paesi isolati e con una democrazia a volte solo nominale. E’ giusto sperare che il nuovo strumento per la democrazia e i diritti umani possa essere più in grado, possa essere più flessibile, meno burocratico e più adatto ai bisogni dell’oggi. Sono realista e so che il problema sarà gestito da burocrati nella Commissione Europea, mai sarà in grado di fornire informazioni flessibili e adeguate così come fa Carl Gershman al National Endowment for Democracy a Wasinghton. Quindi dobbiamo imparare dall’esperienza americana. Dobbiamo anche imparare come si possa creare democrazia pluralistica in Europa. Non attrvarso le fondazioni alla tedesca, che ricevono 350 milioni di euro circa all’anno dal governo tedesco e fanno un eccellente lavoro su base partitica, però in tutto il mondo occorrono nuovi modelli come l’Isituto Olandese per la Democrazia Pluralistica, il cui direttore verrà qui tra qualche minuto o la Fondazione Westmann di Londra o l’omonima fondazione a Stoccolma. Sono queste le nuove idee per promuovere la democrazia e dobbiamo riprendere le loro esperienze a livello europeo. La necessità di un European Endowment for Democracy resta essenziale. L’iniziativa sarà approvata verosimilmente la prossima settimana o poco oltre al Parlamento europeo e dovremo a quel punto cominciare a riflettere seriamente su come promuovere concretamente la democrazia attraverso la fondazione esterna. Il prossimo relatore è Carl Gershman, amico di molti come dicevo, è stato designato nel 1983 al vertice del National Endowment for Democracy a Wasinghton su base bipartisan ed è riuscito negli anni non solo a promuovere la democrazia in tutto il mondo ma anche a mettere a punto un costrutto intellettuale e teorico a sostegno della democrazia. Senza ulteriori esitazioni, ti passo la parola, Carl.
Carl Gershman
Grazie, vorrei ringraziare per il lavoro che fate, vorrei iniziare ringraziando il Partito Radicale Transnazionale per aver organizzato questa riunione. Sono molto felice di essere presente, di incontrare vecchi amici, nuovi amici, e l’On. Pannella e Marco Cappato, Nicolò. Insomma, tutte le persone che abbiamo sentito ieri, dell’Iraq, della Cambogia, dell’Iran, del Kazakistan, Cuba, Laos, Turkistan Orientale, Libano, insomma, tanti Paesi dove la gente è attiva e anche in piccole parti del mondo dove si sta lottando per la democrazia. Volevo riprendere qualcosa che è stato detto da tutti. Noi dobbiamo pensare a noi stessi come comunità di democratici che condividono la stessa fede nella possibilità della dignità umana, nella sua realtà e lottare per la nostra liberazione, la liberazione degli altri, e questa è un espressione del fatto che la democrazia è un ideale universale perchè tutti hanno dignità a prescindere dal fatto che credano che sia un dono di Dio o no. Comunque il nostro lavoro inizia dall’idea di comunità. Il compito critico per la cooperazione della democrazia è trovare persone disposte a condividere questa fede, pronte a fare sacrifici per assistere la gente, a lavorare a favore di coloro che cercano la libertà e per trovare un modo per fornire aiuto nella loro lotta. Dobbiamo ricordare che la democrazia ha bisogno dei democratici, non può essere promossa o realizzata senza attivisti democratici. Questi assumono aspetti diversi, lavorano in campi diversi, alcuni sono ONG, altri sono attivisti della società civile, altri sono difensori dei diritti umani, diritti delle minoranze, delle donne, degli emarginati, alcuni sono attivi in partiti politici, altri sono giornalisti come Anna Politkosk… , pronti a rischiare la vita per portare alla luce la verità, alcuni sono sindacalisti che lottano a favore dei diritti dei lavoratori, alcuni lottano contro la corruzione, altri sono imprenditori che creano un’economia produttiva, alcuni lottano per le libertà religiose, alcuni, come gli amici di ieri, sono persone che aiutano, educano gli altri a diventare cittadini. La questione non è tanto quello che dobbiamo fare, noi dobbiamo aiutare queste persone, la questione è come farlo. E allora vorrei sollevare la questione del titolo “Democrazia, promozione della democrazia, la via europea” e accetto il titolo come- appunto- promuovere questa idea però per una opinione pubblica europea, per la Commissione. La la via europea è diversa da quella americana, è diversa da quella canadese, è diversa da quella di Taiwan o ceca eccetera? Quante vie ci sono? C’è un modo efficiente, efficace di farlo e un modo che non lo è e noi abbiamo le nostre differenze, anche negli Stati Uniti, sul modo giusto di effettuare, di svolgere questo lavoro. La differenza talvolta non riguarda tanto la distinzione tra quello che è stato definito ieri, tra hard power, soft power, ma fra un approccio governativo o no, controllato, com’è stato spiegato dalla burocrazia governativa, e un approccio, invece, portato avanti da persone che si sentono mosse da una missione e come abbiamo sentito ieri dall’amico dell’Iran, i governi hanno molte funzioni critiche, fra queste funzioni c’è quella di fornire sicurezza, la difesa della pace, l’economia, le relazioni con gli altri governi, ma aiutare i gruppi civili politici dev’essere fatto da organizzazioni che creano partenariati con gli attori locali basandosi su valori politici condivisi, la democrazia, l’appoggio alla democrazia deve essere portato avanti dalla visione dei democretici locali e non dagli imperativi politici immediati. Per cui sicuramente è meglio che venga svolto dalla diplomazia, i governi hanno altre priorità che interferiscono con questo lavoro e non sono i partner ideali di attori non governativi la ciu indipendenza va difesa ad ogni prezzo. Questo non vuol dire che non vi sia un ruolo importante che i governi debbano svolgere nel tentativo di promuovere, di costruire la democrazia. I nostri finanziamenti pervengono dai governi e di questo siamo molto grati. Riforme molto concrete e importanti vanno promosse nel governo per fornire l’assistenza a funzionari, per promuovere la loro prestazione migliorare la fornitura di servizi, è qualcosa che la Commissione definisce good governance. Questo è un ruolo un po’ a parte che dev’essere svolto dai governi per il buon governo e devono utilizzare il loro peso, anche diplomatico, per incoraggiare i governi autoritari ad aprire spazio politico ad attivisti democratici e difendere questi attivisti quando sono oggetto di angherie e persecuzioni. Ma fornire questo aiuto poi dev’essere lasciato soprattutto alle agenzie non- governative e bisogna crearle laddove non esistono, cosa che fa la Fondazione per la Democrazia. Ciò detto, vorrei utilizzare il tempo che mi rimane per ricordare cinque sfide importanti di fronte alle quali ci troviamo, a cui si è accennato ieri durante la presentazione da parte di attivisti in loco.
La prima è la difesa dei diritti umani e delle minoranze nei Paesi in cui ci sono dittature, sicuramente è una tra le questioni più importanti che dobbiamo affrontare. Dobbiamo notare che vi sono vari tipi di dittatura, molti tipi, che vanno da Paesi totalmente chiusi a Paesi relativamente aperti e autoritari come la Cina. Paesi come la Birmania, il Turkmenistan, il Vietnam che si collocano più o meno a metà strada, Penelope mi ha detto prima dell’inizio della riunione che quando la Weiss si è trovata in Vietnam un paio di settimane fa per la riunione dell’OPEC ha detto sperava che la Corea del Nord e la Birmania si sarebbero avvicinati al modello del Vietnam perchè anche questo sarebbe in un certo senso un progresso, un vantaggio, e allora bisogna capire che ci sono queste differenze e nella maggior parte dei Paesi chiusi la priorità principale è la difesa dei diritti dell’uomo e un’informazione indipendente, e nei Paesi meno chiusi è possibile invece fare anche di più, trarre vantaggio dai nuovi strumenti di telecomunicazione, come Internet, o attraverso think- tank. Noi dovremmo fare tutto ciò che è pratico, in altre parole, in queste situazioni dittatoriali e continuare appunto a fare pressione perchè si aprano maggiormente.
La seconda priorità è rovesciare questo slittamento, resistere all’anti democrazia, in Paesi semi- dittatoriali come Zimbabwe, Russia, Bielorussia, Egitto, Uzbekistan. Alcuni di questi Paesi rischiano di entrare nella categoria dei Paesi dittatoriali, la Bielorussia è un Paese sicuramente più oppressivo della Russia, però il problema è lo stesso. I governi autocratici cercano di fare il possibile per prevenire, evitare una rivoluzione arancione, quindi il nostro compito dev’essere di continuare a mantenere aperte le linee di comunicazione e di assistenza democratica di questi Paesi e creare un appoggio mondiale perchè questi governi non chiudano le ONG, non mettano in prigione gli attivisti e costruire un nuovo consenso internazionale che difenda la società civile, i suoi diritti a ricevere un’assistenza internazionale, per un lavoro che favorisce i valori internazionali. E poi si tratta di lottare contro la corruzione che va contro a quelle che sono le necessità primordiali dei cittadini come lavoro, casa, istruzione, e qui il governo può svolgere un ruolo importante.Quando parlavo prima di buon governo- e qui vi è anche un ruolo di attori non governativi- a seguito di una diagnosi del cattivo funzionamento delle istituzioni democratiche, è necessario proporre riforme di queste istituzioni governative, proporre nuove istituzioni che controllino gli abusi di potere, rafforzino lo Stato di diritto, migliorino la trasparenza, la responsabilità dei governi e quindi che i governi rispondano alla richieste dei cittadini. Si tratta di colmare il divario tra politici e opinione pubblica. Quindi educare, creare un pubblico sulla necessità di un impegno verso standard etici, il rispetto della legge, far sì che i cittadini vigilino, se vogliamo che il buon governo sia una realtà. Se le nuove democrazie non faranno tutto ciò, saranno obbligate a farsi da parte da forze antidemocratiche e non si tratta qui di un’agenda di aberrazioni di persone che vivono in dittature. L’altra sfida si trova laddove vi sono conflitti armati in periodi post- conflitto dove bisogna costruire la società spesso da zero. Spesso i governi trascurano le ONG che lavorano nel campo dei diritti umani in situazioni di crisi o post- crisi ma non possono trovarsi ad un tavolo negoziale soltanto i signori della guerra se poi non ci sono gli attivisti della pace che favoriranno il dialogo fra gli intermediari del potere, fra i vari gruppi della società che portino ad una ripartizione del potere a decisioni che avvantaggino il pubblico. E la quinta sfida è affrontare il problema presentato ieri dal collega. Le debolezze dei gruppi democratici nel Medioriente e la forza di quei regimi autocratici, i movimenti islamici che utilizzano la religione e la fornitura di servizi per ottenere l’appoggio dei poveri, degli emarginati, delle comunità rurali. Qui ci vuole una strategia globale per rafforzare i partiti democratici perchè amplino la loro base, mirare a gruppi del Mediorente che promuovano i diritti umani, i diritti delle donne, gruppi che educano la gente sui diritti e sugli obblighi dell’essere cittadino, della cittadinanza, cosa di cui parlavamo ieri. E’ anche necessario sostenere, dove possibile, i riformatori seri nei partiti di governo come per esempio gli islamici moderati che sostengono riforme democratiche e che hanno la possibilità di un’evoluzione. I partiti politici musulmani e democratici come quello turco. Ecco, questa è un’agenda sicuramente molto importante che prevede tanti punti, nessuno da solo riuscirà a realizzare tutte queste cose, quindi ci vuole una collaborazione e al centro di questo sforzo ci dev’essere un’associazione internazionale di attivisti che lavorano congiuntamente così come il Worl Movement of Democracy, ma anche un nuovo partenariato per la democrazia USA- Unione Europea. Secondo me oggi si parla troppo di differenze tra USA e Europa. Prendiamo invece alcune somiglianze, ieri si è parlato del termine “Occidente”. Io pensavo che questo termine fosse passato di moda con la fine della Guerra fredda, ma ad esempio, la collega georgiana che ha parlato ieri lo utilizzava per indicare persone che vogliono la modernizzazione, che vogliono promuovere una civiltà democratica, persone che hanno scelto l’Occidente, l’Europa, gli USA e tutti gli amici democratici che insieme devono appunto permettere il successo di coloro che abbracciano l’Occidente. La nuova Fondazione Europea per la Democrazia potrebbe contribuire a consolidare questo nuovo concetto di Occidente, un’alleanza quindi per la libertà, per la dignità umana. Credo che sia venuto il momento di farlo.
Edward Mc- Millan Scott
Grazie Carl, è molto interessante vedere qualcuno che parla per venti minuti di questo tema e passiamo adesso a Meijenfeld, che si è occupato del Network per la democrazia, per la promozione della democrazia e che adesso presiede l’Istituto per la Democrazia Multipartitica dell’Olanda. Negli ultimi anni l’Olanda è stata un esempio di promozione della democrazia multipartitica che ha esportato questo modello dall’Europa verso il resto del mondo e questo istituto è sicuramente l’istituto meglio organizzato al di fuori della Germania e io devo molto a Carl e a David per aver portato avanti un modello europeo per la democrazia o la fondazione europea per la democrazia quindi, Roel, sono molto felice che tu sia qui. Nel luglio 2004 tu hai organizzato una conferenza all’inizio della legislatura di questo Parlamento per stimolare appunto la discussione, il dibattito sulla democrazia. Non ci siamo ancora però continuiamo appunto su questo lavoro. Prego.
Roel Ven Meijenfeld
Grazie On. Mc- Millan Scott, e grazie anche agli On. Cappato e Pannella e al Gruppo liberale per aver organizzato questa iniziativa, per aver messo al centro dell’agenda europea le democrazia europea. Speriamo seguano questo esempio anche gli altri gruppi politici. Quando è stata presentata alla riunione di oggi, On. Mc- Millan Scott, ha ricordato il ’92 e l’iniziativa europea per la democrazia in cui Lei ha svolto un ruolo chiave. Mi ha ricordato le mie prime esperienze al Parlamento europeo che risalgono al 1988- 1992, anni prima della Sua iniziativa, dunque quando l’Unione Europea sosteneva la lotta contro l’apartheid in Sudafrica per prepararlo ad una transizione pacifica. Venivamo periodicamente ad incontrare i rappresentanti del movimento democratico del Sudafrica che hanno spiegato al Parlamento europeo quanto fosse importante portare la democrazia in quel Paese. L’Unione Europea, con il sostegno del Parlamento europeo ha stanziato 160 milioni di euro per sostenere il movimento democratico in Sudafrica, per preparare la transizione pacifica in quel Paese, ma tutto quel sostegno è passato attraverso un’agenzia speciale dell’Europa, un’agenzia specifica, esterna, che puntava su un rapporto di fiducia fra le due parti. Il che ha favorito il dialogo, è stata esercitata pressione politica sul regime dell’apartheid perchè alla fine si arrivasse alla democrazia in Sudafrica e quel modello, credo sia stato un grande successo per l’Unione Europea. Si è capito che l’Unione Europea non è solo tre istituzioni, Consiglio, Commissione, Parlamento, si è capito che l’Unione Europea riprende un’ampia gamma di strutture, organizzazioni che pure rientrano nel concetto di Unione Europea- e su questo ritornerò-. Non riprenderò l’eccellente introduzione sullo stato della democrazia del collega. C’è stato un momento in cui ritenevamo che la democrazia si sarebbe affermata una volta sconfitte le dittature. Nel mondo di oggi sappiamo che la sfida è ben più complessa. Gli autocrati sono al contrattacco e la democrazia va difesa come diceva Carl, ma anche dobbiamo chiederci cosa possiamo fare noi per difendere la democrazia perchè non è sfida semplice. Dobbiamo organizzarci meglio, non è possibile agire solo con le istituzioni europee, occorre una risposta più ampia. L’Europa ha delle credenziali per sostenere la democrazia, Carl diceva che non è opportuno sottolineare troppo l’identità europea però è vero che l’Europa ha molto da offrire dal punto di vista del sostegno alla democrazia. Innanzitutto l’Unione Europea è formata da 25- 27 democrazie diverse, vale a dire che ha molta esperienza. L’Europa non esporta necessariamente un sistema politico come modello, esporta i modelli su cui si fondano quei sistemi politici, è questa una delle carte vincenti dell’Europa. L’Europa ha sviluppato la democrazia anche con la giustizia sociale e noi soteniamo un rapporto diretto tra democrazia e sviluppo. La combinazione di questi due elementi è- a mio modo di vedere- la stessa storia dell’Europa e importante per l’Europa è il fatto che si siano liberati i Paesi dell’Europa dell’est attraverso un processo di transizione pacifica, un’esperienza estremamente preziosa per quanto riguarda il sostegno della democrazia all’esterno. Ci sono molti altri motivi per cui secondo noi l’Unione Europea dovrebbe essere ben più attiva nel sostegno della democrazia rendendo questo obiettivo ben più prioritario nella sua politica estera. Innanzitutto è nostra vocazione, come ha dichiarato recentemente sul Financial Times il Presidente della Georgia, la democrazia è la region d’essere dell’Unione Europea, essa si basa sulla democrazia, su quella basa è stata costruita prosperità e pace. E’ un’esperienza- dunque- che dovremo integrare ben più nella politica estera dell’Unione Europea. Che cosa abbiamo imparato nel frattempo in quanto al sostegno della democrazia? Il concetto tradizionale dell’elezione della società civile non basta per affermare la democrazia. Un elemento essenziale emerso in quest’ambito è il problema della mancanza di fiducia tra gli attori politici nei vari Paesi, la mancanza di fiducia tra gli attori politici e la società civile. Il sostegno alla democrazia è dato in termini competitivi, si sostiene la società civile contro i partiti politici, o un partito politico rispetto ad un altro. La sfida è incoraggiare i nostri interlocutori in un processo di democratizzazione ad aprire un dialogo sulle riforme necessarie e occorre valutare ciò che serve per rafforzare la democrazia nelle varie società. Ci sono diversi esempi che potremmo ricordare ma sostanzialmente bisogna investire a lungo termine sulla fiducia e sul partenariato. Come partner internazionali non possiamo esportare i nostri sistemi, non possiamo esportare la nostra ideologia, possiamo però facilitare il dialogo a livello nazionale, possiamo incoraggiare gli attori nazionali perchè mettano a punto ducumenti strategici di consolidamento della democrazia come si fa per la povertà e in ambito politico possiamo invitare i nostri partner a sviluppare programmi di riforma a lungo termine attorno ai quali si possa coagulare un consenso nei vari Paesi in cui operiamo. L’attuale architettura europea si sviluppa a diversi livelli. Brevemente, vorrei citare alcuni di questi sviluppi. Innanzitutto a livello di Consiglio. E’ stato presentato un primo documento politico intitolato “Materia su cui riflettere”. Il Consiglio ha avviato la discussione sulla necessità di un sostegno alla democrazia e questo è uno sviluppo apprezzabile, speriamo che il sostegno alla democrazia possa diventare uno degli obiettivi essenziali della politica estera europea ufficiale per i prossimi anni. A livello di Commissione la discussione sul nuovo per la democrazia e i diritti umani a livello mondiale ha fatto enormi progressi, sono stati introdotti strumenti più flessibili, gli strumenti sono disponibili anche per altri attori e il consenso dei governi, com’è stato detto, non è più indispensabile. Ci sono altri strumenti finanziari in bilancio per l’assistenza allo sviluppo su cui è possibile costruire iniziative per promuovere la democrazia, con o senza l’approvazione dei governi. Vi è poi il negoziato sul nuovo strumento finanziario. Grazia al Parlamento europeo, lo strumento finanziario ha assunto le caretteristiche di cui ci potrà fornire i dettagli il collega Mc- Millan Scott. Perchè abbiamo intrapreso l’iniziativa di creare la Fondazione Europea per la democrazia attraverso il partenariato. E’ un’integrazione della nuova architettura europea di sostegno alla democrazia con i Paesi partner al di fuori dell’Unione Europea. L’obiettivo principale è già stato citato stamani da Nicolò ed è avere una voce europea con cui possono interloquire i nostri partner internazionali. Ieri pomeriggio si è parlato della necessità di interloquire con i partner dell’Unione Europea, ma non vi è un’istituzione dell’Unione Europea che possa essere un vero interlocutore per gli attivisti della democrazia nei vari Paesi del mondo. Questo è il motivo principale per cui occorre questo istituto, un’istituto che possa essere un interlocutore a lungo termine e che possa sostenere i rapporti influenzando la politica ufficiale. A livello formale e istituzionale, l’agenzia esecutiva, la Commissione, non può essere partner degli attivisti per la democrazia a livello internazionale ma nella Fondazione Europea possiamo avere questo interlocutore. Non è l’unico interlocutore possibile per le varie istituzioni europee, ma è comunque un bacino di esperienza e di capacità. La Fondazione Europea è concepita come hub, come bacino di raccolta di conoscenza, di esperienze e come interlocutore nel processo di dialogo sulle riforme democratiche nei Paesi partner. Una piccola Fondazione costituita con eminenti europei e il Presidente Havel ha accettato di essere il patrocinatore di questa fondazione e ne sono molto lieto. Infine, con il sostegno di molti dei presenti e di molti deputati al Parlamento europeo, vorrei si potesse costituire formalmente questa fondazione nel marzo del prossimo anno, quando l’Unione Europea celebrerà il proprio cinquantenario. Sarebbe un momento opportuno per riconoscere questa vocazione dell’Unione Europea che è la democrazia. Potremmo approfittare di questo momento per creare per l’appunto una Fondazione Europea per la Democrazia attraverso il partenariato. Grazie.
Edward Mc- Millan Scott
Grazie Roel, terremo presente il tuo suggerimento secondo il quale il cinquantenario dell’Unione Europea possa essere celebrato con la creazione di una Fondazione Europea per la Democrazia, per promuovere la democrazia in tutto il mondo sulla base del modello europeo così com’è. Passo ora ad uno dei miei colleghi del Parlamento europeo, Alessandro Battilocchio, il sindaco più giovane d’Italia e adesso deputato sorprendente e correlatore con me sull’iniziativa per la democrazia e i diritti umani della Commissione Sviluppo.
Alessandro Battilocchio
Aggiungo volentieri il mio contributo a questa importante discussione e parto dall’importante esperienza vissuta anche insieme a Edward, alla Signora Flautre, stiamo portando avanti in qualità di relatori sullo strumento finanziario sulla democrazia e per i diritti umani. La democrazia è il tema di questi incontri ed è stato oggetto di grandissime discussioni all’interno delle istituzioni comunitarie. Il piano proposto dalla Commissione è proprio legato alla democrazia, al dialogo e al dibattito. Ora il punto nodale riguarda la domanda su cosa può fare l’Unione Europea per promuovere la democrazia nei Paesi dove essa non è ancora presente a livelli soddisfacenti e cosa sia possibile fare per garantire e per preservare le conquiste presenti all’interno delle democrazie occidentali.
A mio avviso, i livelli di azione possono considerarsi essenzialmente tre.
Innanzitutto- e se ne è parlato ampiamente ieri- c’è la possibilità di un’azione dal basso. E’ sicuramente il livello d’azione più importante. Ieri sono stati trattati diversi temi e sono stati formulati importanti suggerimenti. Mi sento di focalizzare l’attenzione essenzialmente su due spunti. E’ basilare da un lato favorire lo sviluppo economico e sociale perchè chiaramente il popolo sia nelle condizioni di poter soddisfare i propri bisogni primari e di potersi quindi dedicare con maggiore attenzione all’esercizio dei diritti all’interno della comunità, della polis, della politica e del gioco democratico.
In questo contesto l’Unione Europea e la Comunità internazionale in genere, possono dare un contributo importante, non solo attraverso programmi di cooperazione allo sviluppo, ma anche vegliando alla coerenza dell’insieme delle politiche che influenzano i Paesi terzi come ad esempio le politiche commerciali. Troppo spesso sono queste politiche a schiacciare lo sviluppo economico di quegli stessi Paesi che con l’altra mano poi si pretende di aiutare. Un altro punto importante in questo contesto di un livello d’azione che parte dal basso, quello di creare una cultura della democrazia che è una cosa sicuramente complessa. Significa educare i cittadini e la società civile ai principi base della democrazia. In alcuni casi, questo contributo importante può venire dall’esterno. E l’Unione Europea con la sua storia e le sue esperienze può avere un ruolo fondamentale e anche lo strumento finanziario rispetto al quale sono relatore, parla, nello specifico, di questi temi. Al Parlamento europeo, nel recente dibattito avuto a Bruxelles nell’ultima sessione in miniplenaria, ho insistito proprio sulla necessità di rafforzare il ruolo dell’azione dal basso. Quindi grande attenzione alla società civile, alle associazioni di cittadini e alla dimensione locale delle azioni. Ieri il relatore cubano ha giustamente fatto presente che gli aiuti dati alle istituzioni del regime di Fidel Castro non toccheranno mai i cittadini cubani e che quindi occorre sostenere direttamente la società civile. Questo è un po’ quello che anche noi abbiamo voluto ribadire nello strumento finanziario, del quale discuteremo la prossima settimana durante la sessione di Strasburgo. Le riforme istituzionali possono e devono partire anche dal basso, dal livello locale. Qui esce fuori un po’ anche la mi anima di sindaco, dove la vita partecipativa è senz’altro più semplice e poi è possibile estenderla ai livelli superiori. Sarebbe un errore finanziare solo azioni a livello nazionale e regionale perchè questo per esempio avrebbe reso impossibile affrontare problemi di realtà come il Tibet, il Chapas o la Cecenia, per citarne alcuni.
Un secondo livello di azione importante è quello che riguarda le riforme istituzionali. Qui ci sono stati in questi due giorni, dei passaggi veramente interessanti. Ieri, un relatore proveniente dall’Africa ha criticato l’eccessiva attenzione che l’Unione Europea riserva al processo elettorale, in confronto poi al sostegno che è dato alle istituzioni che emergono dalle istituzioni. Sono assolutamente d’accordo con questa impostazione, anche per quanto riguarda lo strumento di cui sono relatore. Insieme ai colleghi ho particolarmente insistito perchè venisse posto un limite, un tetto alle missioni elettorali, che dovrebbe arrestarsi attualmente al 25%. Queste osservazioni elettorali, seppur utili, sono in genere estremamente costose, quindi vanno anche garantite altre azioni che possano avere anche maggiori risultati. Un parlamento forte è capace di dare forma e strutturare legislazioni e bilanci, di controllare il lavoro degli esecutivi, di garantire la libertà d’espressione, l’uguaglianza dei cittadini. Questo è un requisito preliminare alla istituzione di una vera democrazia in ogni processo di sviluppo. In alcuni casi i parlamenti non hanno la capacità di adempiere correttamente alle loro funzioni. Questo può essere legato a diverse ragioni: alla mancanza di infrastrutture di base, alla mancanza di capacità. Un punto basilare è che molto spesso i documenti di programmazione con i Paesi in via di sviluppo sono negoziati tra la Commissione Europea e il governo relativo. Così spetta al governo del Paese beneficiario chiedere- se necessario- i fondi per il parlamento. Questo è un meccanismo che non sempre ha funzionato correttamente in quanto a volte il governo non considera quella parlamentare come una priorità e paradossalmente questo succede paradossalmente in quei Paesi che più avrebbero bisogno del rafforzamento del ruolo dei parlamenti. Anche per questo il Parlamento europeo ha insistito sul fatto che lo strumento per la promozione della democrazia fosse svincolato dall’approvazione dei governi beneficiari. E’ uno dei punti fondanti di questo strumento. Lo stesso Commissario alla sviluppo, Louis Michel, in risposta ad alcune interrogazioni riguardanti proprio i Paesi ACP, ha confermato che il capacity building parlamentare non è visto come un settore prioritario nei programmi indicativi nazionali della zona ACP. Questo è un segnale chiaro di come molti governi dei Paesi terzi trascurino lo sviluppo strutturale e la capacità dei propri parlamenti di come un contributo dall’esterno sia spesso particolarmente necessaria.
Purtroppo l’emendamento che ha presentato il mio collega Marco Cappato per trasformare le risoluzioni del Parlamento sulle questioni dei diritti umani e della democrazia (questioni che molto spesso vengono discusse il giovedì sera davanti ad un’aula plenaria del tutto deserta) in risoluzioni prioritarie di intervento, non è stato integrato all’interno dello strumento attuale, con la giustificazione di Consiglio e Commissione che non si può vincolare uno strumento giuridico ad uno strumento di soft law come le risoluzioni del Parlamento europeo. Come Commissione di sviluppo, avevamo presentato anche un emendamento che mirava a dare un peso politico e diplomatico ad un eventuale rifiuto da parte di un governo di accettare l’implementazione di un’azione finanziata con lo strumento per la promozione della democrazia nel suo territorio. Un messaggio politico che potevamo lanciare soprattutto in Paesi come la Cina o la Bielorussia che cercano spesso con successo di ostacolare azioni a loro scomode e con complicazioni burocratiche e finanziarie, però questo emendamento che purtroppo non è stato approvato dal Consiglio e dalla Commissione.
Tra gli strumenti giuridici a disposizione dell’Unione Europea, che trovano la base a partire dal Trattato, dagli articoli 177 e 181, ricordo due importanti comunicazioni della Commissione, una del 2001 sul ruolo dell’Unione Europea nella promozione dei diritti umani e della democratizzazione, le Linee guida per i diritti umani del 2004, le quali contengono interessanti spunti. Per quanto riguarda invece gli strumenti finanziari che l’Unione Europea possiede, ci sono degli spunti, degli accordi bilaterali esterni. Finora di rilevante riporto solamente l’accordo di Cotonou a clausole precise, sulla democratizzazione e sui diritti umani, la cui violazione porterebbe all’implementazione di misure appropriate quale la sospensione degli accordi, il rifiuto dei visti e così via. Ci sono poi in corso dei programmi importanti di cooperazione, come il Fondo Europeo di Sviluppo o lo strumento di cui abbiamo parlato finora, quello per la promozione della democrazia e dei diritti umani di cui discuteremo la prossima settimana a Strasburgo.
Un ultimo livello- e questo è il terzo punto- è quello del dialogo, della democrazia e della politica estera. In alcuni casi si arriva effettivamente ad avere delle istituzioni democratiche ed efficienti, ma può succedere che manchi il sostegno o il riconoscimento da parte della comunità internazionale.
Nel caso della Repubblica del Sarawi, la quale svolge regolarmente le sue istituzioni, è dotata di istituzioni e ministeri del proprio sistema scolastico e sanitario, e tuttavia ancora oggi non riesce ad ottenere il riconoscimento della propria autonomia. Anche in questo caso, entrando nello specifico, l’Unione Europea potrebbe indubbiamente fare di più poichè il Marocco che ostacola questo processo, oltre che avere accordi importanti con l’Unione Europea in materia, ad esempio per ciò che concerne la pesca, è anche uno dei Paesi che riceve e continua a ricevere piu’ fondi europei, nonostante questa evidente violazione.
Per concludere, ritengo che sia assolutamente imprescindibile che l’Europa rafforzi il suo ruolo come attore internazionale. E’ importante che l’Europa stessa promuova delle riforme interne che sono assolutamente necessarie affinchè il suo ruolo a livello internazionale abbia il peso necessario per affrontare le situazioni di cui abbiamo discusso finora. L’empasse sulla Costituzione è del tutto evidente, la necessità di un seggio unico all’ONU è secondo me un altro punto importante, poi c’è la necessità di trovare una strategia differente per fondare un’autonomia energetica. A partire dai prossimi mesi mi auguro che dall’Europa giungano dei messaggi precisi. Il ruolo va rafforzato per evitare di essere un vaso di coccio tra vasi di ferro.
Edward Mc- Millan Scott
Grazie Alessandro, grazie per quello che hai detto sugli strumenti.
E adesso ho l’onore di dare la parola dal Dipartimento di Stato al Sottosegretario responsabile per gli affari mediorientali Scott Carpenter che è anche Responsabile per la democrazia e i diritti dell’uomo del programma dell’ONU in questa regione degli Stati Uniti. E’ un uomo molto impegnato nel promuovere la democrazia. Tutto questo è molto d’attualità, tenuto conto poi della pubblicazione della relazione Back- Hamilton dopo le elezioni di medio termine che critica la situazione attuale nell’Iraq. Nonostante tutto ciò però la lotta per la democrazia continua e Scott Carpenter è un campione della democrazia di Washington. Prego.
Scott Carpenter
E’ un gran piacere essere qui tra voi stamattina. Io sono stato in Giordania, nell’Arabia Saudita e ho questa nota che mi dice che c’è questa riunione dell’ALDE in cui si considererà la questione della via europea per promuovere la democrazia e sarebbe bene avere anche una prospettiva governativa americana. Quando ho visto che Carl Gershman sarebbe stato qui a rappresentare la prospettiva non- governativa ho detto: “Bisogna che colga l’occasione”. Mi dispiace che molti di voi non fossero qui presenti ad ascoltare la presentazione di Carl perchè sicuramente è stata una presentazione estremamente interessante e io mi associo a quasi tutto. Ma è più di un simbolo il fatto che io e Carl siamo seduti uno di fianco all’altro. A livello di governo io provengo da un ambito non governativo che si è occupato della promozione della democrazia in molte parti del mondo, in particolare nell’Europa centro- orientale ma non soltanto. Ciò che vorrei fare è parlarvi per alcuni minuti sulla via americana della promozione della democrazia perchè come sapete c’è questa idea insita nel titolo. Accetto questa nozione, come ha detto anche Carl, come modo di vendere l’idea della promozione della democrazia ad un pubblico europeo, alla Commissione Europea, eccetera. Ma implicito nel titolo della mia prospettiva, la critica implicita alla via americana. Prima di criticare questa via americana, cerchiamo di capirla, e cioè come gli USA hanno sempre cercato di spiegare a loro stessi la politica estera, come si vedono gli USA. Il realismo della politica estera americana non è lo standard. Più tipico è il fatto che gli USA abbiano questo idealismo di politica estera a prescindere poi da come questa viene percepita dal resto del mondo. Ogni qualvolta c’è un’avventura all’estero, questa avventura comporta anche una spiegazione agli americani di quello che il governo americano sta cercando di fare e che consiste nel migliorare il mondo, dare la possibilità a tutti i cittadini del mondo di vivere in un sistema democratico, di governo democratico. E’ sempre stato così e sarà sempre così. Quando gli Stati Uniti hanno deciso dopo anni di entrare nella Prima Guerra Mondiale, Wilson ha parlato al Congresso americano, al pubblico americano del perchè, non ci si basava su una Realpolitik razionale per rendere il mondo più sicuro, più democratico. Non più sicuro ai fini d’esercitare un buon governo ma più sicuro per la democrazia. E non si trattava soltanto di diritti dell’uomo, non soltanto di questo si trattava, ma si trattava della democrazia come miglior protettore dei diritti umani, quindi alla fin fine, nei nostri rapporti con i governi del resto del mondo noi facciamo pressione su di loro, li sfidiamo a diventare più democratici. Perchè un governo democratico è quello che meglio protegge umani e gli altri diritti delle genti. Nel 1983 il Presidente Reagan con il Congresso americano su una base bipartisan hanno creato il Fondo Nazionale per la Democrazia che è stato un attore fondamentale nel garantire che nel mondo ci fossero dei democratici che venissero sostenuti nel portare la democrazia nei loro Paesi. La democrazia in genere non viene imposta, proviene dall’interno. E chi sono coloro appunto che sostengono questa rivoluzione democratica all’interno, la rivoluzione di velluto, quella arancione? Sono i democratici all’interno del Paese. E quindi questa è l’idea alla base del Fondo Nazionale per la Democrazia. Gli USA avevano bisogno di un modo per sostenere i democratici tenuti comunque ad una certa distanza dal governo. E quindi il Fondo include quegli istituti, i partiti politici simili alle fondazioni tedesche, i sindacati americani, l’imprenditoria americana. Oltre a ciò, e come molti di voi conoscono, il Fondo è stato anche in grado di sostenere gruppi che nel mondo lottano per la democrazia. Ma tutto questo risale al 1983. Nel frattempo il Fondo è cresciuto a cento milioni di dollari americani l’anno, ma la spesa globale degli USA per la democrazia rappresenta un miliardo e quattrocento milioni il che significa che c’è stata l’evoluzione anche di altri strumenti a livello bilaterale in cui per esempio le agenzie americane per lo sviluppo internazionale sostengono appunto i Parlamenti, la democrazia. Quindi vi è un meccanismo molto laborioso che è stato creato per la promozione della democrazia. Volevo aggiungere che se volete un risultato migliore per i soldi che investite, il modo migliore è lavorare insieme, stimolare la società civile nel mondo e attraverso organizzazioni non governative. La società civile può stimolare, cooperare. Il governo arriva fino ad un certo punto, poi c’è una ripartizione dei compiti fra settore governativo e non per promuovere la democrazia. E questo lo vediamo soprattutto nella regione di cui mi occupo io, nel Medio Oriente. Dall’11 settembre la politica americana è cambiata fondamentalmente. Non si guarda più tale regione come ad una regione che fornisce petrolio agli americani, ma noi siamo preoccupati su come i governi operano, come trattano i propri cittadini. Quindi la nostra politica si è modificata e a tal fine il Fondo Internazionale si è modificato. Abbiamo iniziato un ampio programma con al suo centro questo partenariato del Medio Oriente che è attivo in tutto questo insieme di riforme. La via americana dev’essere comunque molto chiara, dev’essere quella della promozione della democrazia. Noi facciamo pressione laddove è necessario, siamo molto diretti con i governi per trovare modi di appoggiare la società civile. Nel trovare modi e meccanismi per appoggiare questa democrazia e la società civile, dal mio punto di vista personale, l’Europa ha moltissimo da offrire a questa missione storica a favore della democrazia ma non sempre così chiara. Nel processo Euro- Med, quando è iniziato dieci anni fa a Barcellona, il linguaggio della democrazia era presente nei vari documenti, ma penso che non fosse una priorità da sostenere per tutto un lungo periodo. Si parlava soprattutto di creare la capacità sociale, lo sviluppo, la capacità economica della regione, ma non specificamente sulla promozione della democrazia. Adesso le cose stanno cambiando, è chiaro. A Tampere, nelle conclusioni adottate, mi è parso ci fosse un linguaggio chiaro da parte dei governi per la regione, ma questo non è ancora sufficiente. L’Europa e gli USA hanno fatto molto insieme, ma penso che debbano continuare a lavorare insieme, ci dev’essere una visione condivisa. Dobbiamo parlare all’unisono e solo in questi modi avremo risultati migliori. Abbiamo un nemico comune che ha una visione alternativa alla nostra, molto negativa. Non possiamo lottare con nulla, dobbiamo lottare forti della nostra fede nel sistema democratico e non è sempre facile convincere regimi recalcitranti, ci sono delle condizioni positive che dobbiamo creare e dobbiamo utilizzare di volta in volta carota e bastone. Se la democrazia in Europa è la sua raison d’etre, come diceva il Presidente Giordano, oltre alla politica di vicinato europeo, al piano d’azione europeo, le condizionalità positive, ci devono essere altri mezzi a sostegno dei democratici ed è per questo motivo che io sono molto entusiasta di questa iniziativa di una Fondazione Europea per la Democrazia perchè, come dicevo, un miliardo e quattrocento milioni è quanto viene speso dagli USA nel mondo. I governi possono farlo, però non possono farlo nel modo migliore e io parlo in quanto rappresentante di un governo. Non riescono a farlo perchè devono sempre trovare un equilibrio fra i vari interessi: sicurezza, terrorismo. I governi, inoltre, non vogliono irritare altri governi promuovendo sempre e soltanto la democrazia. Noi dobbiamo parlare di democrazia, dobbiamo essere duri con questi governi nelle riunioni bilaterali eccetera. Però come governi possiamo interagire con il settore non- governativo. Il mio programma fornisce risorse al settore non- governativo, organizzazioni che possono essere finanziate solo in questo modo, dal denaro americano, e che dicono di attingere da questo denaro e mostrano anche coraggio nel farlo ma non è il modo migliore di procedere. Ci devono essere- e grazie al cielo ci sono- altri strumenti per farlo. Grazie.
Edward Mc- Millan Scott
Grazie Scott. Come lontano cugino di Laurence d’Arabia, voglio ricordare che gli interventi stranieri in Medio Oriente non sempre sono fruttuosi.
Ed ho l’onore di dare la parola a Graham Watson, leader del gruppo liberale del Parlamento europeo, ma prima la Commissaria per gli affari esteri Benita Ferrero- Waldner. Coloro che l’hanno conosciuta in questi due ultimi anni sono sicuramente sorpresi di fronte alla sua energia, al suo impegno non soltanto nel processo di riforme nel Medio Oriente ma anche per tutti gli altri impegni che ha nel resto del mondo. ex Ministro degli Esteri austriaco, promuove adesso la democrazia e i diritti umani e il valore dell’unione in tutto il mondo. Benvenuta Benita.
Benita Ferrero- Waldner
Grazie Presidente, grazie per le gentili parole, caro Graham, colleghi, amici, onorevoli deputati. La Commissione Europea ha sempre guardato al Parlamento europeo come alleato nella nostra vigorosa promozione dei principi della democrazia e dell’universalità dei diritti umani. Credo che sia molto importante continuare a mantenere questa realtà. Quindi ho appreso con piacere che il Gruppo Liberale al Parlamento europeo intendesse organizzare questa conferenza sulla promozione della democrazia e ringrazio una volta di più Graham Watson che mi ha rivolto a partecipare. Questa conferenza è- credo- un chiaro segnale che dimostra l’importanza che l’Unione Europea attribuisce alla promozione della democrazia, del buon governo, dei diritti umani in tutto il mondo. Di per sé, ma perchè questi elementi sono la pietra fondante della pace e dello sviluppo umano. Come organizzazione fondata sul rispetto dei diritti umani, della democrazia e della legalità, crediamo che la democrazia sia di per sé preziosa e auspicabile a livello universale. E siamo moralmente obbligati a promuovere questi valori con tutti i nostri partner internazionali e in concerto con essi. Negli ultimi mesi abbiamo avuto numerose discussioni con gli stati membri su come coordinare la nostra assistenza e su come si possa strutturare meglio l’assistenza in futuro perchè si può sempre migliorare. E siamo sempre disponibili a nuove idee per migliorare le nostre attuali pratiche. Guardo dunque con interesse alle raccomandazioni che scaturiranno da questa conferenza. Ci sono ancora questioni da dibattere, ma prima di arrivare a queste vorrei segnalare qualche elemento talvolta trascurato. Il fatto che l’Unione Europea abbia ottenuto validi risultati per la promozione della democrazia. La democratizzazione non è un nuovo inizio per noi. Sono stanziati due miliardi di euro per i progetti a favore della democrazia in Europa, circa la metà è spesa da noi, dall’Unione Europea. In tutto il mondo operiamo con le Nazioni Unite, il consiglio d’Europa e naturalmente con l’OSCE, ma anche con donatori bilaterali per far sì che la nostra assistenza arrivi in modo efficace. Lo strumento ufficiale che utilizziamo è quello dei programmi geografici, destinati a coprire i bisogni specifici dei Paesi. La filosofia alla base di questa assistenza è una filosofia a lungo termine su misura rispetto ai bisogni locali, consapevoli che l’elemento cruciale della democratizzazione è lo slancio interno di riforma. Come dimostra il consenso europeo per la politica allo sviluppo, il sostegno alla democrazia, ai diritti umani e al buon governo sta alla base della nostra assistenza allo sviluppo. Il nostro principale successo di democratizzazione è stato probabilmente l’allargamento che ha utilizzato la forza gravitazionale dell’Unione Europea per promuovere democrazia e legalità, Stato di diritto nei Paesi dell’Europa Centro- Oientale e- come sapete- il processo continua ancora. L’allargamento è una possibilità straordinaria per fornire l’incentivo dell’adesione all’Unione Europea, ma abbiamo utilizzato l’esperienza acquisita anche per sviluppare una nuova idea di democratizzazione, la politica di vicinato dell’Unione Europea, politica di cui sono particolarmente responsabile. Questa politica definisce un quadro di promozione della democrazia e dello sviluppo economico nei Paesi alla frontiera dell’Unione Europea allargata e punta- questa politica- a favorire lo slancio della democrazia fornendo ai nostri partner ulteriori incentivi a favore della riforma. Rafforzando legalità, democrazia, diritti umani e promuovendo una riforma economica orientata al mercato. Offriamo in questo modo la possibilità di partecipare al mercato interno dell’Unione Europea, una stretta collaborazione su tutti gli elementi che stanno a cuore agli altri Paesi: trasporti, energia, ricerca e sviluppo- tanto per citare qualche comparto politico- e diamo anche la possibilità a questi Paesi di partecipare ad altri programmi interni dell’Unione. Questa settimana- lunedì, per essere precisi- ho annunciato che avremmo proposto iniziative per rafforzare la politica di vicinato proponendo nuove e migliori offerte per essere, speriamo, più efficaci. Una proposta è quella di creare una struttura di governo, come già pensato per la prima politica di vicinato, che possa essere rafforzata. Ci sembra essenziale questo. Questo strumento darà modo ai governi che si comportano meglio di ricevere strumenti e finanziamenti addizionali e realizzare nuovi progetti facendo una distinzione tra i Paesi che si comportano normalmente e quelli che ottengono eccellenti risultati. Già abbiamo agito in questo senso con Marocco, Giordania e Ucraina nell’est europeo. Speriamo che l’iniziativa possa coinvolgere anche altri.
Lo slancio deve venire, come dicevo, dall’interno. Non credo si possa imporre tutto dall’esterno. Però possiamo cercare di rafforzare, rinvigorire le forze presenti all’interno ed è questo che facciamo quando parliamo di governance. Offriamo tutti gli incentivi possibili oltre ai vecchi strumenti relativi alla governance abbiamo creato un fondo speciale, il Fondo d’Investimento per il Vicinato che consente di realizzare strade, reti ferroviarie e reti per l’energia. Infrastrutture, dunque, una buona possibilità per rafforzare il processo di riforma. E vorrei anche citare l’iniziativa europea per la democrazia e i diritti umani che dedica circa 120 milioni di euro l’anno a favore dei programmi regionali che stanno a cuore al nostro presidente. Nel corso dell’anno abbiamo pubblicato un documento politico che definisce le priorità politiche per il prossimo esercizio finanziario. Questo documento ci dà più flessibilità rispetto al passato e ci dà più strumenti. Dovremmo essere in grado di rispondere più rapidamente a quanto succede nel mondo perchè abbiamo norme finanziarie estremamente vigorose e a volte ci vuole molto tempo prima di passare all’attuazione delle nuove iniziative. Ma vi è un altro strumento importante che vorrei ricordare e sono le elezioni, le quali sono un pilastro fondamentale della democrazia. Questo bilancio finanzia anche le attività di osservazione delle elezioni della Commissione e abbiamo messo a punto una certa esperienza a tal riguardo e crediamo che l’Unione Europea sia sempre più visibile e credibile nelle osservazioni alle elezioni. Ci sono 12 missioni l’anno e in media in Paesi come Etiopia o Afghanistan, solo per citare alcuni casi. Queste missioni credo abbiano fatto la differenza, sono un segnale estremamente pratico dell’impegno dell’Unione Europea a livello internazionale a favore della democrazia e dei diritti umani. Questo strumento, cioè il DHR, è spesso criticato perchè si concentrerebbe troppo sui diritti umani e troppo poco sulla democrazia. Non credo si possano separare in realtà i due concetti, il rispetto per i diritti umani è uno dei fondamenti della democrazia. La democrazia si sviluppa a partire dai diritti umani. Com’è possibile mantenere i diritti umani senza l’altra componente del sistema democratico, lo Stato di diritto e un sistema giudiziario indipendente? Com’è possibile far funzionare un sistema democratico senza fare attenzione ai diritti, alle libertà di tutti, anche i gruppi minoritari, marginali. La Commissione ha una visione olistica nella definizione e nell’attuazione di queste strategie di assistenza e di aiuto. Guardiamo a tutti gli aspetti, dal diritto del singolo, al diritto globale. Occorre garantire una sicurezza umana, la libertà dal bisogno e dalla paura, vale a dire porre l’individuo al centro di tutto. Non lo Stato, non i gruppi, il singolo. Ecco perchè guardiamo sia ai diritti del singolo, sia ai processi, sia alle istituzioni che poi rappresentano le fondamenta di un sistema democratico. Passiamo attraverso diversi canali e i DHR, programmi regionali. Tutti questi elementi interagiscono in realtà. Colleghi alla presidenza, signori e signore, come dicevo siamo già un attore importante sulla scena democratica, ma sappiamo anche che si può ancora migliorare molto. Ho citato le discussioni in corso con gli Stati membri su come migliorare la nostra assistenza. Sappiamo, e discutiamo ampiamente con il Parlamento a riguardo, che l’assistenza comunitaria non è abbastanza coerente, visibile e chiaramente identificata, talvolta. E sappiamo anche che esistono questioni delicate da affrontare, come sostenere la democratizzazione in Paesi in cui le libertà sono limitate, in cui vi è ostilità nei confronti dell’intervento esterno a sostegno della società civile ed è la questione che ponete voi, giustamente. Come sviluppare un profilo europeo di sostegno alla democrazia sulla base delle esperienze di democratizzazione raccolte, pratiche di democratizzazione acquisite, come migliorare l’efficacia dei nostri incentivi, le condizioni. Spero siano formulate riflessioni importanti in tal senso perché promuovere la democrazia non è scienza esatta. Come tutti, anche noi stiamo imparando ciò che funziona e ciò che non funziona. Vorrei dire al collega americano che il processo di Barcellona- lei diceva- ha previsto ma anche concretizzato iniziative perché i Paesi destinatari facciano di più, ma spetta anche a noi incentivare di più. La politica di vicinato, dunque, integra l’approccio multilaterale. Volevo ricordarlo perché forse spesso non si sa tutto. con l’aiuto della vivace comunità degli attivisti e degli esperti della democrazia qui rappresentata, credo sia possibile fare la differenza e fare di più, continuare a fare di più. la cura per i mali della democrazia è, come si dice, “più democrazia”. Grazie.
Edward Mc- Millan Scott
Grazie Benita, grazie per tutto quello che fai. Prima di ripassare la presidenza a Marco Cappato, vorrei presentare Graham Watson. La democrazia non si può costruire senza i partiti politici o gruppi politici. Sono un conservatore britannico, Graham è un liberale, ho una tradizione diversa, io vengo dal PPE che è il gruppo maggiore al Parlamento europeo. Va detto però che Graham ha fatto un lavoro straordinario nel costruire il Partito Liberale che è passato da un partito relativamente piccolo ad un protagonista del Parlamento europeo. Un mediatore molto vivace, un promotore della democrazia. E’ un grande piacere dunque accoglierlo qui alla presidenza e ascoltare che cosa avrà da dirci. Prego.
Graham Watson
Grazie Ed, grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questa conferenza, grazie in particolare a Marco Cappato e agli amici Pannella, Bonino e ad Anemie … . Vorrei ringraziare poi tutti coloro che partecipano a questa conferenza. Mi sembra che sia molto importane, la democrazia è in fondo ancora l’unica idea capace di apportare energia allo sviluppo degli esseri umani negli ultimi cent’anni. E sono ancora considerati valori, quelli che stanno alla base della democrazia, ma in realtà è tutto un processo che porta ad una vita migliore. La democrazia aiuta a vivere meglio, a garantire diritti e libertà, ad affermare la nostra identità. Ed essa è importante, spesso penso che il più grande cervello del diciannovesimo secolo non fosse Carl Marx con la sua idea di classi, ma Woodrow Wilson con la sua identificazione dell’identità. La democrazia liberale, che può essere descritta come una democrazia rappresentativa, insieme alla protezione dei diritti dell’uomo, Stato di diritto, separazione dei poteri, protezione delle libertà e in particolare la libertà di parola, di riunione, di religione, di proprietà. Questo è un concetto che ancora viene sviluppato, vi sono pochi Stati al mondo, oggigiorno, che non sono toccati dagli sviluppi di questa idea. Vi sono pochi Stati che in fondo non si definiscano democratici. L’Unione Sovietica e tutti i suoi alleati si definivano sempre democrazie popolari così come la Repubblica Popolare Cinese che appunto continua a farlo. Gli unici Paesi esplicitamente non democratici sono alcuni Stati semi- feudali come l’Arabia Saudita, ma anche questi Paesi sono toccati dagli sviluppi democratici e se ci guardiamo attorno nel mondo e cerchiamo di fare una mappa della democrazia, si vede che negli ultimi trent’anni il numero dei governi democratici è raddoppiato. Il numero di persone che vivono in democrazie praticamente è il 60 % delle popolazioni indiane rispetto al 30 % del 1950. Un vecchio Segretario Generale dell’Internazionale Liberale che ha partecipato a gran parte del lavoro a favore della democrazia, sa benissimo quanto è stato rapido lo sviluppo dai Paesi dell’America Latina, sono passati da dittature alla democrazia negli ultimi trent’anni, però i governi eletti rischiano sempre di cadere o di essere rovesciati. Pinochet è giunto alla sua ultima ora, la sua ombra si sta dissolvendo per l’America Latina. Le elezioni difficili della Repubblica del Congo in Africa, da cui sono appena tornati gli Osservatori europei, sono emblematiche dei cambiamenti in questa regione. Il mondo arabo ha queste difficoltà nell’adattarsi alla modernità della democrazia: diritti dell’uomo, parità di genere, rappresentanza democratica. Ma quando si prende la via della democrazia così come è avvenuto per le elezioni democratiche in Palestina, noi dovremmo rallegrarci piuttosto che condannare i risultati. Tanto c’è ancora da fare nell’Indocina, senza parlare poi della Russia e dei suoi satelliti rimanenti. Gal… aveva identificato gli imperativi dello sviluppo come, innanzitutto, la pace, l’istruzione, in particolare per le donne, cui spesso viene negata, investimento in un buon governo. E speriamo che l’Unione Europea insieme alle democrazie dell’America del Nord possano promuovere questi imperativi. Siamo qui per discutere la via europea. Così come ha detto la Commissaria, abbiamo visto che quanto fatto dall’Unione Europea ha contribuito a promuovere la democrazia nel resto del mondo. Il Consiglio Europeo ha prodotto un documento sulla democrazia, sottolineando quanto è importante avere un profilo dell’Europa nell’assistenza alla democrazia come parte integrante della nostra strategia per la sicurezza. L’Unione Europea non è mai stata convinta che la democrazia potesse venire esportata, ma può essere incoraggiata, può essere promossa. La nostra assistenza a Paesi terzi tiene conto sempre più della necessità di sostenere la democrazia nelle sue tre dimensioni. Già all’inizio degli anni Novanta il Gruppo Liberale Riformatore al Parlamento europeo aveva presentato una linea di bilancio per sostenere il referendum democratico in Madagascar. Nel ‘94 il Parlamento europeo istituisce l’espressione della democrazia, poi vi fu l’iniziativa per la democrazia e i diritti dell’uomo, ora poi mi rallegro per l’iniziativa di Mac- Millan Scott.
Adesso il Parlamento europeo voterà un nuovo strumento finanziario per la promozione di fondazioni politiche e della società civile democratica. Penso che questi tre strumenti in un mondo globalizzato garantiscano che i concetti intrinsechi alla democrazia vengano sviluppati parallelamente al mercato libero. Non posso fare a meno di fare riferimento al mio ultimo libro, “Democrazia europea e la sua esportazione nel mondo” che è disponibile nelle librerie ad un prezzo ridicolo. Quello che diciamo è essenzialmente quello che dice la Commissaria. E’ importante promuovere la democrazia, ma è importante anche guardare all’elemento della sicurezza. Dobbiamo lavorare insieme a fondazioni come quella americana, fondazioni europee, fondazioni di Taiwan e ovunque si trovino nel mondo- vedo che Parris Chang si trova qui- dovremmo utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione, nuovi strumenti finanziari, strumenti legislativi come l’accordo di associazione che abbiamo con i Paesi terzi, e gli strumenti politici che abbiamo come il premio Sakharov, le risoluzioni d’urgenza che il Parlamento vota regolarmente.
Io sono diventato un politico trent’anni fa, di fatto solo dodici anni fa però tutta la mia attività è cominciata trent’anni fa perché ero convinto che l’idea della democrazia fosse esportabile. E sono rimasto ottimista in tal senso. A volte nel mio Paese si dice che se si gratta la superficie di un conservatore si trova pessimismo. Se si fa la stessa cosa con un liberale si trova ottimismo. Mac- Millan Scott, ovunque tu sia, dovresti essere nel gruppo liberale. La presenza di Anemie Neyts qui nel pomeriggio avviene grazie al contributo degli amici del partito Transnazionale Radicale. Tutto ciò è un simbolo di tutta la strada che abbiamo fatto e della strada che rimane ancora da fare. Sono convinto comunque che lavorare insieme farà in modo che si assista alla diffusione della democrazia in questo secolo e con Victor Hugo possiamo vedere un futuro in cui l’unico campo di battaglia sarà quello aperto per il commercio o per la diffusione delle idee oppure, come diceva il poeta irlandese Mc Keany, un giorno sarà la speranza a guidare la storia. Grazie.
Marco Cappato
Grazie a Graham Watson, grazie alla Commissaria Benita Ferrero- Waldner.
Iinvito ad intervenire o dalla sala o dalla presidenza Bakhtiar Amin, Presidente dell’Alleanza per la Giustizia in Iraq, Presidente della Fondazione per il Futuro, lo strumento regionale per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di sostegno ad ONG e società civile che si occupano di democrazia. Grazie Bakhtiar per aver accettato l’invito e a questo punto ti lascio la parola.
Bakhtiar Amin
Grazie Presidente. Eccellenze, Onorevoli parlamentari, assemblea distinta. E´un onore e un piacere rivolgermi a questa distinta assemblea. Vorrei esprimere la mia gratitudine al gruppo ALDE e al Partito Radicale Transnazionale, a No Peace Without Justice, che sono venuti da me e dai colleghi iracheni che mi hanno invitato a essere con voi. Sono venuto col Presidente del Parlamento del Kurdistan, che parla a nome del governo iracheno e con una delle donne leader in Iraq, che fa parte dell’Assemblea nazionale irachena. Entrambi saranno con noi sia quest’oggi che domani. Devo, a questo punto, svolgere diverse funzioni, quindi mi rivolgerò a voi in diverse vesti. Faccio parte di un’associazione internazionale, sono Presidente della Fondazione per il Futuro, ma innanzitutto, come attivista per la democrazia e i diritti umani, parlerò in questa veste e poi passerò alle altre vesti e i dirò che cosa farà la Fondazione per il Futuro. Inizierò col dirvi che vengo dal Medio Oriente, sono iracheno, kurdo, sono stato in questa sala, nei corridoi di questo Parlamento, ho testimoniato di fronte a questo Parlamento, conosco molti parlamentari, ho fatto della lobby per i cambiamenti democratici contro la dittatura di uno dei peggiori tiranni, despoti del mondo dalla seconda guerra mondiale, Saddham Hussein. L’Unione Europea non ha avuto una politica coerente rispetto all’Iraq, per aiutare gli iracheni, per arrivare ad un cambiamento democratico. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione molto importante riconoscendo le vittime del regime. Ha chiesto la creazione di un tribunale ad hoc a suo tempo e per questo vorrei ringraziare in particolare il Gruppo Radicale e Monica Frassoni del gruppo dei Verdi e molti altri, anche tra i cristiano- democratici, tra i liberali, che hanno dato un aiuto, alcuni socialisti che hanno sottoscritto la risoluzione a suo tempo. Sto cercando di fare un po’ la cronistoria. Come vittima io stesso ho perso tanti familiari, abbiamo perso cari amici, abbiamo perso membri della nostra famiglia. Il Presidente del Parlamento due anni fa è sfuggito alla morte durante un attacco di Al- Quaeda, metà delle sue guardie sono state uccise e lui è sopravvissuto anche se gravemente ferito. Ora è un combattente per la democrazia. In Medio Oriente abbiamo sofferto per questo dispotismo, tirannia. Oltre a questo uno dei problemi principali è il problema israelo- palestinese e al di là di queste questioni, ci sono stati molti conflitti. Molte le persone che sono state uccise in questi conflitti, in queste guerre interne, in Iraq, in Sudan, in Algeria, in altri Paesi nordafricani, come ad esempio il problema nordafricano. Abbiamo perso il problema kurdo. Abbiamo perso 50 volte più persone in questi conflitti rispetto ai conflitti tra i palestinesi e gli israeliani dal ‘48. Però nessuno ha preso atto di questi conflitti. Si trattava della conseguenza di regimi tirannici, totalitari, erano la conseguenza della mancanza di democrazia, di libertà. Oggi, come voi tutti vedete quotidianamente, accade questo spargimento di sangue nel Medio Oriente, dalla Palestina all’Iraq, al Libano, in Darfur, in Sudan, ma nessuno ne prende atto. Soffriamo per il terrorismo, ci sono delle forze oscurantistiche, ci sono forze radicali e violente. Dobbiamo essere fermi nella nostra relazione, dobbiamo avere una cooperazione europea regionale per combattere il terrorismo e per combattere queste forze oscure.
Un problema che io ho personalmente quando vedo persone oppresse, vulnerabili, emarginate, quando si tratta soprattutto di giovani, adolescenti. Più del 65% della popolazione del Medio Oriente ha 25 anni e molti di loro non hanno un posto di lavoro. Nel 2020 avremo 120 milioni di disoccupati nel Medio Oriente, secondo quella che è la relazione araba. Abbiamo già 70 milioni di analfabeti, 3 milioni di bambini di strada che sono ugualmente trascurati nella nostra società. Ci sono moltissime carenze per le donne e per la gioventù. Le capacità economiche sono estremamente importanti, la lotta alla povertà, la lotta all’analfabetismo, la lotta alla disoccupazione sono degli imperativi, come lo è trasformare questa società in una democrazia. Tutto questo a sostegno della riforma istituzionale, a sostegno delle riforme amministrative di questi Paesi, ma non dobbiamo dimenticare che c’è una stragrande maggioranza della popolazione che pensa che di fatto non possa cambiare nulla nella loro vita di tutti i giorni. E ci sono grandi gruppi di persone disperate in queste società. E’ davvero molto facile per i gruppi terroristici, violenti, reclutare migliaia di persone quotidianamente, per la strada, in ogni città del Medio Oriente. Per la povertà, per il fatto che sono disperati. Quando si è disperati si vuole accorciare il cammino verso il cielo, alcuni trovano rifugio nella religione, altri ricorrono al suicidio e danneggiano altri. Ecco perché è importante non ignorare i diritti economici e sociali della gente. Voi in Europa avete dato un grande aiuto, una grande assistenza nella fase di transizione: la Spagna, la Grecia, il Portogallo e anche i Paesi dell’Europa dell’est sono stati molto aiutati da voi. Ebbene, noi in Medio Oriente speriamo di avere la metà di quanto avete investito come Unione Europea in questi Paesi. Detto questo, siamo comunque riusciti a collaborare con alcuni governi, ma questi governi spesso non hanno investito in forme di good governance o di riforma, soprattutto per quanto riguarda l’indipendenza del sistema giudiziario, la libertà dei media, la lotta alla corruzione, eccetera.
Vorrei parlare anche della responsabilità dei Paesi ricchi di quest’area, per essere giusto. Essi purtroppo non hanno investito nella lotta contro la povertà, non hanno contribuito alla costruzione della democrazia. Nel 2005 i Paesi ricchi petroliferi hanno guadagnato più di 120 miliardi di dollari con l’aumento dei prezzi petroliferi. Se avessero investito una parte di questi in riforme, sicuramente la regione starebbe molto meglio.
Bisogna cercare di individuare “chi fa cosa” a livello europeo, a livello internazionale, ONG, governi, diverse agenzie, in modo tale che la mano destra sappia cosa fa la sinistra in questa area, che non ci siano dei doppioni, che i soldi dei contribuenti vengano investiti al meglio. Questo purtroppo non esiste in modo esaustivo.
Vorrei anche adesso dire due parole per quanto riguarda la nostra fondazione che è stata una risposta ai bisogni dell’organizzazione della società civile per la promozione della democrazia e delle libertà fondamentali. La Fondazione per il futuro è stata creata a Manama durante il Forum per il Futuro, una conferenza del 2005. E’ un gruppo di quest’area, soprattutto, ma ci sono anche delle personalità internazionali tra loro nel Consiglio della Fondazione, che hanno creato questa Fondazione. 55 milioni di dollari sono stati stanziati da cinquanta Paesi tra i quali l’Unione Europea e la Commissione Europea, quindi, grazie!
Noi finanzieremo le organizzazioni della società civile, gli istituti accademici per la promozione della democrazia e delle riforme in quest’area.
La Fondazione per il Futuro ha un sito che è www.fondazioneperilfuturo.com, avrà il quartiere generale a Beirut, per il momento è in Giordania.
Con questo concludo e ancora una volta grazie, grazie per avermi invitato.
Emanuele Ottolenghi
Grazie per avermi invitato a questa manifestazione, grazie a Marco Cappato e alla sua equipe per aver organizzato questa manifestazione. Vorrei qui fare tre semplici considerazioni che dovrebbero essere tenute presenti parlando di democrazia. Faccio parte di una generazione di europei nati dando per scontata la democrazia. Talvolta, chi è cresciuto in un ambiente democratico o chi ha beneficiato delle libertà democratiche dimentica quanto hanno pagato le precedenti generazioni per creare il libero ambiente in cui viviamo. E si dimentica che il sistema garante di queste libertà è fragile se non viene difeso con coraggio. E prima di fare i miei commenti vorrei rendere omaggio a chi tra i presenti viene da Paesi, società in cui ci si deve battere per la democrazia e lo si fa ad un prezzo. Il loro coraggio e il prezzo che pagano non sono solo un esempio per altri, è anche un indice di quanto sia difficile, complessa, a sfida della promozione della democrazia al di fuori delle regioni di quei Paesi, società come l’Europa in cui le libertà democratiche possono essere date per scontate. Nel promuovere la democrazia dobbiamo tutti raccogliere tre grandi sfide. Un primo dilemma è quello delle elezioni. Talvolta riteniamo che un’elezione libera renda un Paese democratico e dimentichiamo che le elezioni sono solo procedure, sono un meccanismo che consente di scegliere chi governa e che determina secondo quali regole si producono decisioni e politiche. Ma le elezioni garantiscono la democrazia insieme ad altre procedure solo a certe condizioni, solo se queste condizioni sono già esistenti. E il dilemma sta nel fatto che spesso cerchiamo di promuovere la democrazia nelle società incoraggiando le libere elezioni, mentre le condizioni che rendono libere le elezioni non esistono. Le condizioni che consentono dunque il funzionamento della società. Non possiamo dunque investire troppo nelle elezioni di per sé.
Ciò che è essenziale per promuovere la democrazia è il rafforzamento delle condizioni che rendono le elezioni veramente democratiche.
Il secondo dilemma viene dal primo, è il dilemma della società civile, molti prima di me hanno giustamente fatto presente che bisogna sostenere la società civile per poter promuovere la democrazia. Ma dimentichiamo che la strategia delle dittature è distruggere la società civile, creare nella società divisioni, sospetti, paure tra i cittadini reprimendo qualunque tentativo del singolo o di gruppi di organizzarsi come meglio ritengono. Spesso quando ci troviamo di fronte a sistemi dittatoriali o autoritari scopriamo che i governi che stanno al potere hanno minato, disintegrato, represso la società civile per far sì che possa perpetuarsi il proprio regime. La sfida non sta tanto nel lavorare con la società civile per promuovere la democrazia, ma nel garantire con una serie di misure che la società civile si riaffermi, si ricostituisca, si ricrei come conditio sine qua non per la democrazia e non è semplice. Ci sono altri fattori che rendono significativa la democrazia in mancanza dei quali le procedure elettorali e altri meccanismi che riconosciamo nei sistemi democratici sono privi di senso. Sono stati ricordati ma vorrei ribadirli. Il primo- e non li cito necessariamente in ordine di importanza- è l’alfabetizzazione. Se solo il 10- 15% del corpo elettorale di un Paese che deve tenere le prime elezioni riesce a leggere, non è possibile parlare veramente di democrazia perché l’altro 85% dei cittadini che non è in grado di leggere i giornali, che non sa, quindi, quali sono i candidati, quali sono i programmi politici e le piattaforme politiche, quali partiti si presentano alle elezioni, non sarà in grado di fare una scelta informata.
Il secondo aspetto è la mobilità sociale. Nelle società in cui non vi è mobilità sociale, in cui alcune categorie di persone in virtù di religione, nascita, filiazione tribale o altri fattori non possono mai sperare di ascendere a posizioni di influenza e si vedono negate opportunità. Per nascita, per credo o per appartenenza ad un gruppo sociale. In questi casi non vi può essere democrazia, anche se le elezioni sono libere e giuste. Dunque occorre creare società in cui la mobilità sociale sia una possibilità concreta. Normalmente l’esperienza concreta in Europa ci insegna che solo quando il monopolio sul potere dell’aristocrazia e del clero è stato superato, quando lal gente comune ha potuto sperare di avere la possibilità vera di avere accesso a posizioni di vertice per influenzare il corso della società, solo in quel caso si è data vera democrazia. Un corollario alla mobilità sociale è la riduzione delle diseguaglianze di reddito. In tutte le società in cui vi è un divario enorme fra pochi ricchi e moltissimi poveri, non vi può essere vera democrazia perchè chi può votare può essere comprato dai pochi che hanno il privilegio di essere ricchi.
L’altra questione da affrontare è legata al fatto che in nessuna società vi può essere vera democrazia se non si dispone di una cultura forte e indipendente fatta da istituzioni forti e indipendenti e in generale ci deve essere una cultura degli operatori del diritto che difendono il giusto processo e alcuni elementi fondamentali della libera democrazia che stanno a monte delle elezioni, che sono essenziali per garantire le libertà. Tutti questi elementi garantiscono due fattori essenziali senza i quali non vi può essere democrazia e non hanno nulla a che vedere con le elezioni.
Un primo fattore è il principio che ci rende liberi, l’idea che in una democrazia si può credere e fare quello che si vuole senza timori. Churchill diceva che la democrazia è un sistema in cui se qualcuno ti bussa alla porta alle 5 di mattina si sa che deve essere il lattaio, mentre in un sistema antidemocratico alle 5 di mattina bussa alla porta i servizi segreti che vi possono portare via senza nessuna protezione delle vostre libertà e diritti individuali. A meno che non si viva in una società in cui la gente non abbia paura di esprimersi liberamente. Una democrazia fatta di procedure, come le elezioni unicamente, è senza senso. Diversamente da quanto molti credono, il pilastro fondamentale della democrazia non è governare con il consenso ma la protezione del dissenso e del deviante. Le società devono accettare che gli eretici non vanno bruciati al rogo. I dissenzienti religiosi devono poter avere la possibilità di praticare quello che vogliono, i devianti sessuali non devono vedersi negati i propri diritti. Le differenze sono ciò che arricchisce le nostre società. Solo attraverso un libero mercato di idee in cui tutti possono esprimere il proprio sentire liberamente, solo così si può costruire la vera democrazia. Occorre garantire il pluralismo in queste sfere: la fede, l’orientamento sessuale, le convinzioni personali e politiche. Fintanto che questi principi non sono sanciti solidamente con procedure formali e nella pratica della società, fintanto che questo non sarà realtà, non vi può essere democrazia.
Col terzo dilemma, concludo. Non dimentichiamo che quando promuoviamo la democrazia nelle società che non sono democratiche, i governi in carica non sono i nostri partner, non possiamo mai trattare i dittatori come partner nella promozione della democrazia. Quindi abbiamo un dilemma, oggi, quando volgiamo promuovere la democrazia in Medio Oriente, in Cina, in altri Paesi al mondo, perchè abbiamo intereressi commerciali. E quando promuoviamo incentivi economici, spesso ci vincoliamo. Vogliamo promuovere le società civili in questi Paesi, ma non riusciamo a farlo perchè i governi di quei Paesi non abbracceranno mai la democrazia, non apriranno mai le loro società perchè ciò non è nel loro interesse quindi non illudiamoci. Il cammino verso la democrazia è molto lungo e promuovere la democrazia, a meno che non si tratti di Europa o di America dove la democrazia già esiste, è lavoro improbo, difficilissimo. Non illudiamoci. Il dialogo e l’impegno con i dittatori non porteranno mai a incentivi perchè i dittatori abbandonino il potere. Guardiamo alle società dittatoriali: quanti presidenti si sono ritirati, si sono occupati di altre cose solo perchè sono stati dati loro incentivi perchè lo facessero? Nessuno. Si può dialogare, offrire incentivi, ma in ultima analisi i dittatori sono i nemici della democrazia e se vogliamo veramente promuovere la democrazia nel mondo, bisogna combattere contro i dittatori e non con i dittatori. Grazie.
Emma Bonino
Volevo farti una domanda, posso intervenire? Allora, che si fa con questi dittatori, li si bombarda, li si isola? Prendiamo la Russia, in fondo sono loro che ci stanno isolando. Che cosa si fa con i dittatori quando si dipende completamente da loro? Questo è un altro tema. Sono assolutamente d’accordo con te, cammino lungo, contraddittorio. Non c’è un unico strumento, una bacchetta magica per ogni situazione. Non si tratta di doppi standard, semplicemente che se si vuole andare a Napoli da Roma, si può andare in treno, in autobus, in bicicletta, in aereo. E allora si cerca di trovare il mezzo più efficace a seconda delle condizioni. Se si vuole andare veloci, se si è un gruppo. Quindi la mia domanda è questa: per promuovere la democrazia laddove esiste, Europa, Stati Uniti eccetera, l’impegno è significativo ma non impossibile e può andare avanti. Come si può promuovere la democrazia in Paesi dove ci sono dittature, dove non ci sono tanti interessi? Si additano, questo è chiaro. E’ ciò che possiamo fare con Cuba, che per noi europei non sono di grande interesse, neanche economicamente. La mia domanda è un’altra, che è un’altra possibilità di quanto accade nel mondo. Che cosa si fa con quegli stati, dittature, dai quali si dipende completamente. Prendiamo ad esempio la Russia. La Russia, senza energia. Iran, la stessa cosa. Cina. Eccetera. Questo è l’interrogativo che mi interessa moltissimo, non solo perchè sono Ministro per il Commercio Internazionale. Se io voglio promuovere il commercio, lo posso promuovere con la Svezia, con la Svizzera e pochi altri. Io non ho la risposta, ma vorrei che i gruppi che si occupano di diritti umani portassero avanti questo dibattito e questo caso specifico: Paesi potenti, inevitabili. Che cosa si fa con essi? Lei dice: “Nessun impegno, non lo meritano”. Isolamento, boicottaggio, bombardamento, o cos’altro? Sto davvero ponendo un interrogativo profondo perchè cosa facciamo altrimenti? Nominiamo tutti i dittatori e abbiamo un’altra scelta. La democrazia è un processo, abbiamo qualche interesse a responsabilizzare la Cina perchè diventi protagonista sulla scena internazionale oppure diciamo: “No! E’ impossibile”. Se la seconda risposta è quella che scegliamo, allora dobbiamo dare un’altra risposta, che cosa si fa a quel punto? La stessa cosa vale per la Russia. Quindi vorrei che la comunità per i diritti umani e politici riflettessero su questa terza possibilità di rapporti con questi Paesi. Oltre a questi, ci sono degli altri gruppi in questi Paesi. Io non ho mai parlato con questi gruppi, non mi è mai stato chiesto di interrompere i rapporti con l’uno o con l’altro governo. Quando ho incontrato il gruppo cinese, è stato piuttosto sorprendente, quindi vi lascio con questo interrogativo aperto. Io do un po’ una risposta per esperienza, ma vorrei sapere se anche la comunità per i diritti umani si può impegnare in questo senso, a cercare di dare una risposta. Questo significa quindi che i gruppi per i diritti dell’uomo sono importanti e devono fare il loro lavoro. I politici devono fare il proprio lavoro. Ma su quale strada, qual è il cammino, ci sono delle differenze di comportamento tra i gruppi per i diritti umani e i governi? Tutto questo in un contesto nel quale l’equilibrio geopolitico ed economico si è spostato completamente ad est. Ci sono Paesi che non erano poi così importanti fino a dieci anni fa. Ma adesso il petrolio è a 70$ al barile. Non si può poi fare tanta pressione sull’Iran, non abbiamo leve. Essi possono vendere il loro petrolio alla Cina, all’India, a chi vogliono. Allora, che tipo di pressione si può fare nei confronti degli stati- dittature dai quali si dipende completamente e che non hanno bisogno di voi. Possono essere interessati ad avere dei buoni rapporti con l’Europa, ma non hanno bisogno dell’Europa. L’Iran non ha bisogno di noi. Ci sono altri Paesi che hanno bisogno di petrolio per altri motivi, è un interrogativo aperto che vorrei lasciare a questa assemblea. Grazie.
Emanuele Ottolenghi
Tenuto conto del tempo limitato, ho un minuto per la risposta. Capisco quelli che sono gli obblighi della realtà, ma anche tenendo conto di questi obblighi non abbiamo bisogno di impegnare sia la Russia che l’Iran o altrimenti possiamo farlo a livello più basso rispetto a ora o lo si può fare anche imbarazzandoli. Ma il fatto è che tra bombardare o sostenere, vi sono altre posizioni intermedie. Ingaggiare significa essere pronti a difendere i nostri valori e a pagarne il prezzo. Questo è ciò che deve essere fatto. C’è spazio tra isolare e ingaggiare e quindi si tratta adesso di trovare questi strumenti intermedi. Finora non siamo stati tanto brillanti nel trovare questi strumenti intermedi innovativi o meno che possono essere utilizzati perchè ci aiutino a procedere in questa zona grigia che esiste fra questo isolare/ingaggiare. E’ una delle sfide che dobbiamo affrontare ed è qui che cerco di riflettere, di fare degli sforzi per vedere quali potrebbero essere questi strumenti, dei gesti, simbolismo, efficacia. Perchè a volte gli elettori sono in Europa e le azioni altrove devono poi riflettersi in Europa. L’obiettivo è quello di promuovere la democrazia là dove bisogna farlo e non per far sì che poi la stampa in Europa scriva un articolo. Dobbiamo vedere dove vogliamo andare e noi tutti dobbiamo riflettere su cosa vuol dire questo impegno. Vuol dire calare le braccia, arrendersi o cos’altro?
Marco Cappato
Grazie anche ad Emma Bonino. Il prossimo ospite sarà un nodo importante anche per i prossimi giorni del Consiglio Generale del Partito Radicale Transnazionale.
Ho l’onore di dare la parola ad un ospite che viene da molto lontano, che è presidente del Parlamento Regionale de Kurdistan, Adnan Al- Mufti, lo invito a prendere posto qui alla presidenza e mi scuso nei suoi confronti perchè c’è stato un errore nel titolo che portava la prima versione del programma. Anche Bakhtiar Amin può unirsi alla presidenza e aiutarci con l’interpretazione. Alcuni degli ospiti previsti per stamattina, parleranno nel pomeriggio, mi scuso con loro, ma non si poteva fare altrimenti. Presidente Al- Mufti, prego. Colgo l’occasione per informarvi che distribuiremo un documento che è una proposta di documento finale, dichiarazione dell’ALDE per la promozione della democrazia e la via europea. Ringrazio in particolare Nicolò e Nicola Dell’Arciprete che ci hanno aiutato a preparare questo documento che sarà disponibile dopo la fine di questa conferenza.
Adnan Al- Mufti
Grazie Presidente, signore e signori, vorrei parlare in kurdo, nella mia lingua materna perchè ritengo che questo sia molto importante per la mia gente, che sono 40 milioni e vivono in Medio Oriente, che soffrono a causa di regimi dittatoriali, che lottano per la democrazia, per l’autodeterminazione.
Presidente, signore e signori, a nome mio e a nome del Parlamento del Kurdistan vi saluto, esprimo la mia gratitudine agli organizzatori per avermi invitato a prendere la parola su questo tema così importante che è la promozione della democrazia, la via europea. Parliamo di un settore importante, di una regione importante del Medio Oriente, dell’Iraq e del mio popolo, 40 milioni che lottano per la democrazia e il diritto all’autodeterminazione. Il Kurdistan iracheno conta 6 milioni di abitanti e nel 1992 i kurdi, per la prima volta hanno conosciuto delle elezioni democratiche. Si è trattato di un’esperienza unica, di un esempio unico nell’Iraq, per l’Iraq e per il Medio Oriente. Dopo la caduta del regime dittatoriale di Saddham noi abbiamo organizzato altre elezioni nella regione, abbiamo partecipato alle elezioni irachene. Noi e il Parlamento iracheno rappresentiamo il secondo gruppo più importante. Il Parlamento del Kurdistan conta 111 seggi, con due grossi partiti che detengono la maggioranza. 15 seggi vanno poi a due gruppi islamici. Vi sono poi dei gruppi ancor più piccoli che hanno dei seggi, il partito comunista, il partito socialista, che hanno rispettivamente 3 e 2 seggi, in cristiani 5 seggi, i turcomanni quattro seggi.
Da quando il Parlamento del Kurdistan si è insediato, ha creato nuove dinamiche nella società kurda una nuova vita democratica è iniziata e ci siamo avvicinati al nostro sogno di trasformare la nostra società in una società libera e democratica. Per questo sogno abbiamo sacrificato decine di migliaia di nostri concittadini. Il regime iracheno aveva distrutto 5000 villaggi, utilizzando l’arma chimica contro di noi come ben sapete. Avrete sentito del martirio della città di Halabja. Parliamo dell’esperienza democratica europea e come promuovere la democrazia nel mondo. Io penso che la democrazia non possa avere successo in una regione se non tutto il mondo è democratico. In particolare oggigiorno con la globalizzazione noi abbiamo bisogno della democratizzazione di tutto il mondo. Circa 25 o 30 anni fa noi bussavamo alla porta dell’Europa, delle istituzioni europee per richiamare la loro attenzione sui crimini commessi contro il nostro popolo o per sostenere la nostra lotta per la democrazia, ma sfortunatamente molti non ci sentivano. Il silenzio di allora è stato interpretato dai regimi dittatoriali in modo sbagliato, cosa che ha fatto sì che le guerre continuassero. La guerra con l’Iran, l’invasione, l’occupazione da parte dell’Iraq del Kuwait, la continuazione del conflitto israelo- palestinese. Il silenzio della comunità internazionale ha fatto in modo che essa non facesse fronte alle sue responsabilità, ha portato ad un aumento del terrorismo nella regione. Dal 1992, dalla creazione del Parlamento kurdo eletto dai kurdi, si è realizzato un sogno democratico della nostra gente e la maggioranza della gente aveva partecipato a tale elezione. Sfortunatamente però i Paesi europei non ci hanno assistito, non hanno cooperato con noi così come sarebbe stato necessario. Io penso che se la democrazia nell’Iraq, nel Kurdistan non dovesse avere successo, questo avrebbe ripercussioni non soltanto sulla regione ma anche in Europa. Leggo spesso nella stampa che l’Europa si preoccupa di fronte all’immigrazione in particolare dal Medio Oriente. Il motivo principale di questa immigrazione sono i profughi che arrivano in Europa, poiché manca la democrazia, la giustizia, la libertà nella nostra regione. Se l’Europa vuole continuare la strada della democratizzazione e a favore della democrazia in generale, deve assisterci, deve aiutare noi forze democratiche. Ci sono ovviamente differenze fra la politica europea e la politica americana, sarebbe molto meglio se ci fosse una politica comune americana e europea nel costruire la democrazia, nell’appoggiarla e nel lottare contro il terrorismo.
Penso che noi ci siamo amministrati molto positivamente cambiando la vita della nostra gente in modo positivo, vi è libertà per i partiti politici, vi è diversità, vi sono dei media indipendenti, liberi, abbiamo visto la costituzione di tante televisioni satellitari e locali, abbiamo costruito negli ultimi anni tre nuove università. Tutto ciò verrebbe messo a repentaglio se l’ esperienza democratica dell’Iraq dovesse fallire. Ciò pesa come una minaccia non soltanto su di noi ma su tutta la comunità internazionale. Pensiamo che coloro che desiderano il fallimento di questa impresa, rappresenta uno scontro fra i neo- moderati e i fascisti. Il parlamento del Kurdistan invita l’Unione Europea, il Parlamento europeo, invita voi democratici ad appoggiare le forze democratiche e la democrazia nell’Iraq, nel Kurdistan, perchè questa esperienza abbia successo, perchè ci sia un vero e proprio scambio fra di noi. Nell’ultime decade molte buone leggi sono state varate nel nostro Parlamento per garantire la giustizia, la vita democratica per tutti, la difesa dei diritti della donna. Ci sono 27 donne deputate e stiamo affrontando degli avanzamenti per un parlamento responsabile nei confronti dell’opinione pubblica dandole la possibilità di trovare rispose sul lavoro del Parlamento. Grazie della vostra attenzione, grazie per avermi ricevuto, mi auguro che questa conferenza abbia successo.
Marco Cappato
Grazie presidente, grazie Bakhtiar, abbiamo preso nota delle specifiche raccomandazioni formulate quanto alla necessità che l’Unione Europea e il Parlamento europeo dedichino particolare attenzione alla vostra esperienza istituzionale. Con i colleghi cercheremo di realizzare questa raccomandazione. Grazie Presidente, altri colleghi interverranno per riferire domani delle esperienze del Parlamento iracheno. Invito ad intervenire Parris Chang, ex- vicepresidente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Taiwan.
Parris Chang
Vorrei ringraziare il Partito Radicale Transnazionale e il presidente Graham Watson dell’Alleanze dei Liberali Democratici Europei per avermi invitato. Il tema della conferenza è “Promozione della democrazia, la via europea”, è un’altra versione del fardello dell’uomo bianco o una forma di esportazione dell’Occidente. Nel Terzo Mondo si guarda all’America e all’Europa e alle loro democrazie con un certo sospetto. A Taiwan abbiamo- credo- qualcosa da condividere con gli amici europei. Sono stato presentato come ex vicepresidente del Consiglio Nazionale di Sicurezza. Il Presidente del Paese è il Presidente del Consiglio Nazionale di Sicurezza e io, più che Vicepresidente, ero Segretario generale. Ritengo sia utile la mia presenza qui visto che per una dozzina d’anni sono stato deputato al Parlamento di Taiwan e ho presieduto per anni la Commissione Esteri. Per dodici anni ho presieduto il direttivo dell’UMPR e ho fatto quanto potevo per promuovere la democrazia sostenendola in tutto il mondo. Visto che ho fatto tanto a livello di UMPR, sono stato designato Presidente onorario di quella organizzazione e sono anche un membro della Fondazione di Taiwan per la Democrazia e facciamo molto per promuovere la democrazia in tutto il mondo da quella sede. Sono qui per questi motivi e spero di formulare utili raccomandazioni sul come promuovere la democrazia nel mondo. Ieri il nostro ambasciatore che è stato Presidente della Fondazione di Taiwan per la Democrazia ha già descritto la situazione di Taiwan. Il Partito Progressista per la Democrazia è riuscito ad affondare il Titanic e la dittatura del Comingtan. Molti ritenevano che il Comingtan avrebbe governato a Taiwan per sempre. Noi siamo riusciti a prendere il potere con la pace, attraverso metodi democratici e in modo corretto. Un’esperienza che possiamo condividere con chi altrove promuove la democrazia. Chi ha paura della democrazia, a Taiwan o altrove? A Taiwan oggi abbiamo i conservatori, abbiamo degli interessi consolidati, i poteri forti che non vogliono la democrazia, hanno paura della democrazia e quindi continuano a bloccare i canbiamenti, il buon governo. E, peggio ancora, sono in collisione con la Cina, cercano di ostacolare la democratizzazione e le riforme democratiche a Taiwan. La democrazia dev’essere difesa, sostenuta da tutti al mondo. Oggi la Cina ha più di 830 missili puntati su Taiwan perchè si considera Taiwan una minaccia. Ecco perchè servono queste misure contro Taiwan. Taiwan è una minaccia? Noi non abbiamo missili puntati contro la Cina, ma la Cina ritiene che la democrazia taiwanese sia una minaccia perchè la democratizzazione in Taiwan fa sì che molti cinesi chiedano ai loro leader: “Ma se Taiwan è diventata democratica, perchè non la Cina?” e ancora: “Perchè non possiamo eleggere i membri al Parlamento o il governo o il presidente?”. Ecco perchè Taiwan è vista come minaccia dalla Cina, ecco perchè ci sono tanti missili puntati si Taiwan. Noi vogliamo rafforzare gli amici europei, il Parlamento europeo. Ogni anno viene adottata una risoluzione in cui si invita la Cina a non usare la forza nei confronti di Taiwan e si adotta una risoluzione in cui si chiede che i Paesi dell’Unione Europea non revochino l’embargo sugli armamenti nei confronti della Cina. In Europa ci sono mercanti di morte che vogliono guadagnare vendendo alla Cina, ma il Parlamento europeo è sempre stato molto fermo nell’approvare questo tipo di risoluzioni di anno in anno, cosa di cui ringraziamo. La democrazia, come ritengo, va sostenuta anche dall’esterno, questa è un’idea importante. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere alla Cina che se la Cina avesse utilizzato la forza contro Taiwan, essi sarebbero intervenuti e li ringraziamo per averlo fatto. Riteniamo che Taiwan abbia l’obbligo di sostenere la democrazia e gli sforzi per la democratizzazione che sono in corso altrove. Per esempio facciamo quel che possiamo per sostenere gli sforzi democratici in corso in Asia. C’è un’organizzazione che è il Consiglio dei liberal- democratici asiatici, che sosteniamo. Il presidente della Fondazione Europea per la Democrazia è qui presente. Questa organizzazione è stata finanziata dal nostro congresso, dal nostro parlamento e anche dai privati. Aiutiamo anche le strutture all’Aia. Abbiamo sentito ieri una signora, il commissario Waldner che ha sottolineato l’importanza di promuovere la democrazia. Occorre essere generosi nel sostenere orgqnizzazioni come l’AMPO, un’eccellente organizzazione che sostiene la democrazia. Taiwan sostiene la democrazia anche in Cina. Se la Cina è democratica, pacifica, rispettosa dei diritti umani, il mondo può essere migliore. Taiwan fa tutto il possibile. C’è “La voce di Taiwan” dove consentiamo agli esuli tibetani e a Sua Santità di trasmettere in tibetano e in cinese e informiamo gli amici del Turkistan cinese perchè possano utilizzare questo strumento per trasmettere i propri messaggi ai Ching- Chang e all’Asia centrale.
L’Europa in futuro dovrà riprendere le trasmissioni di strutture come “Radio libertà”, “Radio Europa libera” perchè negli anni ‘70 e ’80 questi strumenti hanno avuto un ruolo essenziale per far passare un messaggio attraverso la cortina di ferro. Un qualcosa, questo, che l’Unione Europea potrebbe effettivamente fare meglio oggi.
Francis Fukuyama, uno scrittore americano, ha parlato della fine della storia, quando è crollata l’Unione Sovietica. In realtà non siamo alla fine della storia, siamo all’inizio, credo. Il processo di democratizzazione nell’ex Unione Sovietica, in Europa dell’est, è ancora un processo agli inizi. Resta ancora molto da fare. L’Europa- credo- possa fare di più ed essere più creativa. Se l’Unione Europea vuole sostenere la democrazia in Ucraina con la Rivoluzione arancione, è buona cosa, ma occorre fare di più.
In Cina, ma anche in Thailandia, vi sono stati colpi di Stato. In Thailandia gli Stati Uniti non hanno fatto nulla e nemmeno l’Unione Europea, nulla hanno dichiarato nei confronti di questo colpo di Stato militare. Ed è un peccato perchè la democrazia deve essere sostenuta perchè può essere schiacciata dall’interno o dall’esterno.
Per concludere vorrei dire che la creazione di una Fondazione Europea per la Democrazia è un’idea eccellente che sosterremo. La Fondazione di Taiwan per la Democrazia e Taiwan hanno bilanci operativi limitati, un milione di dollari, ma possiamo utilizzare le poche risorse a nostra disposizione, soprattutto le nostre idee per sostenere la democrazia perchè credo che nel difendere le libertà siamo davvero tutti nella stessa barca.
Marco Cappato
Grazia Parris. Promozione della democrazia: la via taiwanese, la via universale. Possiamo modificare così il titolo. Abbiamo ancora una decina di minuti che dovranno dividersi Samer Abu Libdeh, Rihad Malki e Mohsen Marzouk. Prego.
Samer Abu Libdeh
Grazie presidente, cercherò di essere un vero democratico e quindi rispetterò i cinque minuti. La nuova realtà del Medio Oriente dimostra la necessità di una vera e propria cooperazione fra USA e Europa per la promozione della democrazia. Però la debolezza principale è la mancanza di prospettive di entrare nell’Unione Europea. L’Unione Europea non ha strumenti per promuovere il cambiamento democratico in questi Paesi per l’appunto non democratici. I programmi dell’Unione Europea vengono incorporati nei Paesi terzi con la cooperazione dei governi interessati, quindi noi abbiamo creato questo Centro per le Libertà nel Medio Oriente, questo think tank che dovrebbe appoggiare i democratici nella regione attraverso programmi e attività varie. Vorrei fare alcune raccomandazioni al fine di agire. Secondo noi vi sono varie azioni che l’Unione Europea, le sue istituzioni e i suoi governi possono portare avanti. Innanzitutto l’idea di elezioni non deve essere considerata come l’obiettivo finale. Molti Paesi del Medio Oriente cooperano a vario livello con i Paesi dell’Unione Europea, però la gente di questi Paesi non viene rappresentata equamente, la loro voce non viene ascoltata. Le leggi elettorali e i distretti elettorali vengono previsti a favore di un’etnia creando così motivi di frustrazione per le altre. Quindi l’Unione Europea dovrebbe cominciare ad approvare piani d’azione e metodi intelligenti per mettere in discussione questi sistemi che rendono difficile la via alla democrazia. In secondo luogo, lavorando con i legislatori del Medio Oriente, i parlamenti americani ed europei dovrebbero contattare la loro controparte fornendo loro tecniche, assistenza per creare commissioni di riforma perchè vengano monitorati i progressi fatti dai governi. Al momento non esistono tali commissioni. Inoltre si può parlare di appoggio ai partiti che hanno un’agenda democratica, alla società civile, agli individui, identificare quali sono gli attori della regione con cui collaborare. Abbiamo visto che tanti programmi per la promozione della democrazia e dei diritti umani sono molto importanti per il loro essere convincenti, però vanno fatti nelle lingue locali al fine di coinvolgere la base. In quarto luogo, la capacity building per i settori intermedi, coinvolgendo gli editori, facendoli collaborare con i colleghi europei. La stragrande maggioranza dei redattori nei Paesi del Medio Oriente, spesso si trova legata ai governi, quindi con poco spazio per riforme. Così quindi è impossibile contestare la posizione del governo, preparare l’opinione pubblica ad un vero cambiamento. I programmi di formazione sostenuti dai partner vanno svolti in questo senso, ovvero bisogna agire con il rafforzamento dei media- media anche come Al- Jazeera che sono però più rivolti all’esterno che all’interno dei Paesi arabi.
L’Unione Europea e gli USA dovrebbero utilizzare la loro leva di assistenza economica anche per coinvolgere le zone rurali. Lavorando con i governi e con i consigli locali, l’Unione Europea deve trovare il modo di coinvolgere anche queste zone affinché imparino a conoscere le istituzioni democratiche dell’Occidente e che quindi non si basino solo sulle elite urbane vicine ai governi.
Vorrei concludere dicendo che dopo dieci anni dall’inizio del processo di Barcellona è venuto il momento che l’Unione Europea, che gli stati membri capiscano la struttura dei Paesi arabi e che quanto fatto fino ad ora non permetta di realizzare gli obiettivi a lungo termine di democrazia, di società democratiche. Anche se ci sono state elezioni democratiche o con la presenza degli osservatori internazionali a garantire la democraticità di queste elezioni, non c’è un vero e proprio cambiamento verso valori democratici e quindi bisogna creare nuove alleanze con coloro che credono in questi valori. Grazie.
Marco Cappato
Ha ora facoltà Marzouk, direttore del centro per la transizione democratica.
Mohsen Marzouk
Molte grazie. A tutto quello che ho sentito vorrei aggiungere un paio di punti. Innanzitutto vorrei dire che pochi nella regione ritengono che l’Europa abbia una vera strategia per l’affermazione della democrazia in Medio Oriente. Pochi pensano che l’Europa ne abbia una. Semmai esiste una tale strategia, è molto esitante e ciò è dato da tre motivi: esitazioni della democrazia nei confronti della stabilità, molto importante da un punto di vista politico e pratico, esitazioni sulla strategia di un movimento dal basso verso l’alto, rafforzare la società civile perchè si giunga al cambiamento, o dall’alto verso il basso perchè il tutto parta dai governi, dalle elite. Poi si tratta di vedere se le elezioni nella regione portano al potere persone vicine a certe ideologie o alla democrazia.
E’ impossibile affermare che l’Europa abbia una chiara strategia. Vorrei fare una sottolineatura. Prima di pensare a costruire fondazioni, istituzioni, è importante che la strategia a lungo termine sia chiara, che sia chiaro l’approccio alla regione. Una valutazione della situazione è molto importante. Ho ascoltato l’intervento in cui si cercava di analizzare la situazione basandosi su concetti, dittature, la democrazia: concetti molto statici per una valutazione. Per il Medio Oriente è importante valutare la regione basandoci su un approccio dinamico e anche per tale regione vi sono tre processi. Il primo si basa sulla riproduzione degli attuali sistemi, cioè con alcuni cambiamenti “cosmetici”, i governanti cercano di mantenere lo status quo. Poi un altro scenario è quello che avviene in molti Paesi e lo vediamo nel Libano, in Iraq, in Algeria. Quindi vi è un processo di transizione alla democrazia, che è nato in alcuni Paesi. A volte i tre processi sono in atto nello stesso Paese quindi con una chiara strategia si deve vedere come indebolire quel processo di riproduzione ed eventualmente vedere come sostenere gli altri approcci. Le forze del cambiamento contro le forze del caos e quindi bisogna che ci sia una chiara strategia basata su una valutazione di ciò che accade. E’ quindi importante, a volte, considerare i governanti come dei partner, quando c’è la possibilità di coinvolgerli in un processo di cambiamento.
Vi sono molti punti pratici di cui possiamo parlare dopo per valutare questi diversi approcci. Ci deve essere però innanzitutto una nuova strategia per la promozione della democrazia, basata su una nuova visione, su una nuova valutazione delle situazioni nei nostri Paesi. Grazie.







