Le firme di Putin sono trenta milioni
Tra poco più di una settimana, la Russia elegge la nuova Duma, ma la partita vera è solo un rebus sul prossimo futuro di Vladimir Vladimirovich Putin. La campagna elettorale ha messo in mostra la sfida tra le élite pro-Putin, alimentate e cresciute all’ombra del leader e oggi assiepate intorno alla sua figura, ansiose di continuare a trovarsi dalla parte giusta ovvero dalla parte che Lui preferirà. Perché la sola cosa certa e l’unica che interessa ai poteri forti di questo paese è che Putin resti e che tutto rimanga come prima. Il solo punto in discussione, l’interrogativo degli interrogativi è come. In fondo, niente di nuovo per la Russia, che a ogni cambio di zar rinnovava il suo parco di aristocratici di corte e a ogni nuovo segretario del Pcus assisteva alle lotte tra le correnti interne per il mantenimento dei privilegi. E in effetti Putin è sempre più una figura sovietico-zarista, un mix di culture con una sola anima, quella russa, addomesticata al concetto dell’uomo guida-condottiero. La macchina organizzativa cremliniana intanto va avanti e tiene la regia di una serie di iniziative affinchè il presidente resti oltre il limite stabilito dalla Costituzione. Tra le ultime Pavel Astakov, leader del movimento “Za Putina” (per Putin) di recentissima istituzione, ha parlato di una raccolta di oltre 30 milioni di firme perché Putin «nel rispetto della fedeltà dovuta dal capo dello stato alla Costituzione, si trovi una posizione che gli consenta di rimanere leader».
La scelta di Vladimir Vladimirovich di candidarsi capolista del partito Russia Unita lascia aperte ancora molte strade. L’ultima più in voga nel dibattito, anche sulla stampa da Vremiya Novostei, a Kommersant a Nezavisimaya Gazeta, è la presidenza di Russia Unita. Il grande consenso di cui gode Putin - complice anche l’assenza di media sufficientemente liberi - gli darebbe una maggioranza schiacciante in Parlamento. La figura di Putin si identificherebbe totalmente con il partito e gli darebbe quella legittimazione a intervenire, a gestire e a decidere a 360 gradi. Il nuovo presidente, ancora più autorevolmente, sarebbe espressione del capo del partito maggiore da ogni punto di vista.
Si tornerebbe, come osservano in molti, alla mitica figura del segretario del Pcus con tutto il potere reale concentrato in un uomo solo. In fondo nulla di molto diverso dalla Russia di Putin presidente.
L’altra opzione del premierato forte rimane sempre possibile, seppure con il limite che il primo ministro si troverebbe gerarchicamente sottoposto al presidente. Il paradosso sarebbe che il presidente se lo sarebbe scelto lo stesso Putin, pertanto la linea gerarchica - al di là del dato formale - sarebbe spontaneamente indebolita. Il problema sarebbe semmai la rappresentatività internazionale, dato che la figura del primo ministro non ha competenza in politica estera. Il fatto di non potersi sedere al tavolo del G8 potrebbe pesare su Putin sia in termini personali sia in termini di visibilità interna.
Ammesso che Putin si trovi a guidare Russia Unita con una maggioranza bulgara in parlamento, resta comunque l’interrogativo su cosa succederà di qui alle elezioni presidenziali. Un Putin deputato e presidente? Non sarebbe possibile. Per questo alcuni ipotizzano che il presidente potrebbe lasciare il Cremlino anzi tempo, farsi eleggere capo della Duma e ripresentarsi come candidato a marzo non più da presidente uscente ma, almeno formalmente, da deputato. Una tesi difficile da far digerire soprattutto sul piano internazionale, ma non del tutto da escludere. La verità è che nessuno sa quale sia l’opzione che Putin si accinge a scegliere, forse nemmeno l’interessato, combattuto tra le varie possibilità e pronto a fiutare la scelta che non ne metta in discussione all’eccesso la credibilità di leader. Un esercizio questo, bisogna ammettere, che ha finora svolto con successo.


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