Le liti tra il Partito Democratico e la Quercia sulle fondazioni diessine

Pubblicato il 3 Dicembre 2007
La "Fondazione Ds" mette in salvo i tesori del partito, tra cui un collage di antiche tessere del Pci (genova.repubblica.it)La "Fondazione Ds" mette in salvo i tesori del partito, tra cui un collage di antiche tessere del Pci (genova.repubblica.it)

Le difficoltà economiche del Partito Democratico e le liti con il tesoriere dei Ds Sposetti sulle fondazioni diessine. Il patrimonio comunista che non sarà consegnato al Pd.

Ma tra Pd e Quercia è lite sui soldi (la Repubblica, 28 novembre 2007)

«I due non si sono mai presi. E ieri pomeriggio se n’è avuta la conferma. «Questa storia delle fondazioni diessine non mi convince per niente. Non capi­sco se è il tentativo di costruire una struttura parallela al Partito democratico», è stato l’affondo di Walter Veltroni contro il tesoriere della Quercia nonché in­ventore delle fondazioni Ds (che tengono dentro il patrimonio im­mobiliare ex Pci e i debiti) Ugo Sposetti. A fine giornata il neote­soriere del Pd Mauro Agostini ha un diavolo per capello: «Come vanno le cose? Lasciamo stare che è meglio…», risponde con un tono molto alterato. Insomma, all’ombra del Pd è scoppiata Iali­te più annunciata del mondo, lo scontro sui soldi, tema bollente della vita dei partiti.

Riunione tesa, ieri pomerig­gio, nella stanza di Dario Franceschini alla Camera. Con Veltroni, Piero Fassino e i tesorieri di Ds, Margherita e Pd. A sbrogliare la matassa vengono dunque chia­mati anche i leader. Il Partito de­mocratico, per quanto riguarda le risorse, naviga a vista. Pochi i soldi arrivati dalle primarie (l’in­casso totale è stato fissato a 4 mi­lioni e 200 mila euro). E soprat­tutto non è chiaro come i Ds, at­traverso Sposetti, vogliono gesti­re il passaggio alla nuova gestio­ne. Pesa, sul rapporto tra Veltro­ni e il tesoriere vicino a D’Alema e Fassino, anche la vicenda Unità per la quale si va verso l’acquisi­zione della famiglia Angelucci, sponsorizzata da Sposetti. Perciò Veltroni vuole che tutte le carte siano scoperte e ha puntato il di­to contro il ruolo delle fondazio­ni. Che però sono già state costi­tuite anche a livello territoriale, hanno già tutte un presidente e un cda e in molti casi anche un nome che richiama il Pantheon della sinistra (in Sardegn asi chia­merà Enrico Berlinguer, a Milano Elio Quercioli, per esempio). È una rete che punta a mantenere vivo non solo il patrimonio dei Ds ma anche la sua identità».

Sposetti: darò i soldi al Pd però prima devo pagare i debiti (Corriere della Sera, 30 novembre)

«I Ds sono im­pegnati nel definire una ordinata sospensione della propria attività, ono­rando — come fa un partito di gente per bene — tutti gli impegni assunti verso terzi. È fuori discussione l’im­pegno dei Ds a garantire certezze a tutto il personale, sia a quello che si trasferirà al Pd, sia agli altri. Come è fuori discussione l’impegno a portare a conclusione il programma di rientro delle nostre esposizioni ban­carie. Nel 2001, all’atto del mio inse­diamento come tesoriere dei Ds, ho trovato un’esposizione di 580 milio­ni di euro. Essa è stata nel corso di questi anni considerevolmente ridot­ta. Residuano oggi 150 milioni di eu­ro in mutui bancari. Il programma di estinzione di tali mutui, che deve necessariamente concludersi nel 2010, non può quindi prescindere dall’utilizzo delle risorse dei rimborsi elettorali dei Ds. Fermo restando che ogni risorsa eccedente quelle necessarie al paga­mento dei mutui sarà devoluta al Par­tito democratico».

Il colore rosso dei soldi (Il Giornale, 30 novembre)

«È allora utile chiedersi da dove venga il vasto patrimonio comunista che non sarà consegnato al Pd ma resterà conservato in una rete di fondazioni intitolate al pantheon comunista, da Togliatti a Berlinguer. In un primo tempo lo costituirono i tesori di cui si impadronì il Pci durante la Resistenza. Ad esso si sommarono poi gli ingenti contributi dell’Unione Sovietica che riempirono le casse di Botteghe Oscure fino all’inizio degli anni Ottanta. Queste storie sono ben note, così come quelle delle generose tangenti sugli affari dell’interscambio economico e commerciale con i Paesi dell’Est europeo e del terzo mondo. È invece meno discusso ma politicamente più istruttivo, in tempi di Casta, considerare il modo in cui le organizzazioni comuniste e postcomuniste hanno drenato soldi dalle casse pubbliche, cioè di tutti noi, sfruttando abilmente lo statalismo della cultura italiana. (…)

Sono stati soprattutto i comunisti, e dopo di loro i post-comunisti, che hanno costruito pazientemente attraverso le assemblee rappresentative nazionali, regionali e locali un meccanismo complesso e funzionante, difficilmente smantellabile, volto a succhiare soldi dallo Stato per canalizzarlo ai rappresentanti dei partiti i quali, nel caso del Pci, hanno sempre riversato disciplinatamente una parte delle risorse nelle casse del partito.

Se è vero che tutto questo mastodontico sistema finanziario partitocratico e statocentrico, ha avuto come motore principiale il Pci, non si deve dimenticare che tanta accumulazione di ricchezza alle spalle degli italiani è stata possibile solo per la complicità e la condiscendenza di tutti gli altri partiti tradizionali (…)».