L'egemonia in Europa? Ora Mosca ci crede
Quando, lo scorso febbraio, pubblicai “The New Cold War”, molti contestarono il mio titolo. Ma quella che un tempo sembrava una teoria eccentrica oggi è diventata moneta corrente. I rapporti tra Russia e Occidente sono entrati in un periodo di sfiducia e disprezzo reciproco senza precedenti. Anzi, dopo il conflitto in Georgia, la definizione di “guerra fredda” rischia di apparire riduttiva. La Russia ha dimostrato di essere pronta a usare la forza militare contro un altro Paese; l’Occidente ha dimostrato che non combatterà e che si limiterà a rispondere con una protesta simbolica. Qualcuno nell’Unione Europea, come il presidente francese Nicolas Sarkozy, potrà anche vedere la tregua che ha posto fine ai combattimenti (ma non alla pulizia etnica, che continua), fatta su dettatura del Cremino, come un trionfo. Dal punto di vista della Russia, la lezione dell’avventura georgiana è semplice: l’abbiamo fatta franca.
Le notizie, la scorsa settimana, della simulazione da parte di un bombardiere nucleare russo, di un attacco contro una città dell’Inghilterra settentrionale, combinata alle più grandi manovre militari dai tempi del crollo del Patto di Varsavia e all’invio di una flotta navale russa nei Carabi, sollevano due interrogativi pressanti: che intenzioni ha la Russia e che risposta dovremmo dare noi?
La risposta, semplice ma errata, alla prima domanda è che Mosca sta semplicemente mostrando i muscoli in risposta alle incaute ingerenze occidentali, come la decisione di espandere la Nato e di installare un sistema di difesa antimissile alle porte della Russia. A differenza degli anni ‘90, oggi dobbiamo rispettare, e accettare, gli interessi russi. Un elenco delle cose da fare se si volesse seguire questa linea potrebbe includere: sacrificare la Georgia, annullare l’espansione della nato (o meglio ancora, sciogliere l’alleanza), accantonare lo scudo antimissile, forzare gli Stati baltici e l’Ucraina a concedere alle loro minoranze russe uno status speciale, consentire alla Russia di comprare quello che vuole nell’Europa occidentale; e così tutto andrebbe bene.
Ma supponiamo che l’obiettivo della Russia sia la creazione di una versione light dell’impero sovietico, basata non sulla potenza militare ma sul predominio economico e sul monopolio degli oleodotti e gasdotti, e che voglia la “finlandizzazione” dell’Europa occidentale. Un fine del genere implica l’uso di denaro, apertamente e sotto banco, per coltivare lobby amiche. Un esempio è l’impressionante salvagente da 4 miliardi di euro lanciato dal Cremlino all’Islanda. Un altro esempio è l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroder che presiede un consorzio di gasdotti russo-tedesco. La “schroderizzazione” dell’Europa è accompagnata da tattiche in stile “divide et impera”. Risultato: la maggior parte dei grandi Paesi della vecchia Europa tiene più ai legami con la Russia che a quelli con i loro presunti alleati in Europa orientale.
Cercare, in risposta, di isolare la Russia sarebbe sbagliato: mantenere aperti i canali di comunicazione con il regime potrebbe contribuire a contenere la sua paranoia e il suo avventurismo, e potrebbe anche inviare un segnale alla nascente classe imprenditoriale russa. La crisi finanziaria ha indotto alcuni personaggi potenti, come Aleksandr Lebedev, il finanziere ex Kgb, a criticare apertamente la retorica bellicosa e le politiche repressive del Cremlino all’interno del Paese.
Ma possiamo anche rendere più difficile alla Russia fare quelle cose che ci danneggiano. La necessità più impellente è quella di ripensare la politica energetica. Al momento, la tendenza all’interno della UE è verso una maggiore liberalizzazione. Sarebbe un bene se le aziende da cui prendiamo l’energia non fossero società monopolistiche legate a filo doppio alla politica. Se la Commissione europea può incalzare Microsoft per il suo scandaloso comportamento con il software Windows, può fare lo stesso con Gazprom, non solo in quanto strumento di politica estera del Cremlino, ma anche perché fissa i prezzi e impedisce la concorrenza (ad esempio rifiutando di concedere a terzi l’accesso ai suoi oleodotti e gasdotti). Una società della Ue che agisse come Gazprom si ritroverebbe in pochi giorni sul banco degli imputati.
Una misura ancora più importante è quella di limitare il flusso di denaro sporco (non soltanto dalla Russia) che arriva nelle nostre banche e sui nostri mercati. Invece di stare a fare i ragionieri senza coscienza, i fiscalisti dovrebbero fare i guardiani della probità finanziaria, imponendo misure rigorose ai clienti che basano i loro affari su intrallazzi e nepotismo.
Lo stesso vale per i banchieri. Se occultano i proprietari reali di queste compagnie paravento sono complici di furto. Forse uno dei lati positivi della stretta creditizia sarà un atteggiamento più scettico verso quei finanzieri che pensano che chi li critica sia un luddista. L’Occidente ha fatto bene a impedire le forme più grossolane di riciclaggio di denaro sporco. Non è più possibile presentarsi in una banca austriaca con una valigetta piena di contanti, aprire un conto e fare qualche bonifico. Dovremmo applicare lo stesso principio al riciclaggio di asset: cioè l’uso dei mercati di capitale occidentali per vendere azioni e obbligazioni di compagnie fittizie.
Queste misure non fermeranno il regime, ma dimostreranno ai suoi spalleggiatori che le loro ambizioni geopolitiche hanno un prezzo: se ci provocate troppo, gli affari ne risentiranno. E’ uan lezione che ancora non è stata recepita.







