L'indipendenza del Kosovo non è nient'altro che una divisione violenta della Serbia

19 novembre 2007

Il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic ha dichiarato quest’oggi a Londra che qualora la Gran Bretagna decidesse di riconoscere la proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo e approvasse dunque una divisione violenta della Serbia, distruggerebbe la fiducia della popolazione serba nella democrazia e nei suoi valori. «Sarebbe un duro colpo, dal quale la Serbia riuscirebbe a riprendersi con difficoltà», ha affermato.

«Vorrei appellarmi ai vostri sentimenti di onestà e al vostro senso dell’onore. Il nostro paese, così come il vostro, è antico, con convinzioni antiche. E il Kosovo è la culla della nostra civiltà». Jeremic ha domandato ai membri del Parlamento inglese di collaborare per la ricerca di una soluzione di compromesso che preservi la sovranità della Serbia e dia ai kosovari albanei una possibilità reale di gestire i loro affari.

Jeremic ha avvisato che l’imposizione di una soluzione che danneggi la sopravvivenza democratica di una parte della popolazione della provincia avrebbe effetti sul futuro dell’intera regione ed ha sottolineato che la Serbia vuole offrire ai kosovari albanesi un compromesso giusto ed equo, che coadiuverà il processo di integrazione europea dell’intera regione. Tale offerta favorirà lo sviluppo della provincia e il rafforzamento dei valori democratici di tutti gli attori regionali.

«Offriamo una forma di partnership unica, sotto un comune tetto sovrano: autonomia istituzionale illimitata con poteri di autogoverno molto ampi, ma che allo stesso tempo preservi la nostra sovranità e la nostra integrità territoriale», ha fatto sapere Kostunica.

Il ministro ha inoltre affermato che le dichiarazioni riguardo alla proclamazione dell’indipendenza kosovara in caso di un mancato accordo entro il 10 dicembre, favoriscono unicamente il fronte dei kosovari albanesi: «Questa scadenza dovrebbe essere intesa come momento di valutazione dei progressi fatti, ma non come qualcosa di più. Perciò, la ridefinizione del significato di questa data contribuirebbe a creare un clima favorevole per la ricerca di una soluzione storica, poiché entrambe le parti risulterebbero così per la prima volta incoraggiate a trovare una soluzione mutualmente accettabile, in linea con lo spirito dell’Europa del ventunesimo secolo».

Jeremic ha spiegato che se venisse raggiunta una soluzione di compromesso il principio internazionale del sistema internazionale stabilito dall’Atto Finale di Helsinki [rispetto della sovranità e dell’individualità degli stati] non sarebbe messo in discussione: diversamente, verrebbe a crearsi un precedente secondo il quale ogni paese può essere diviso contro la sua volontà.

«Non prendiamoci in giro» ha detto Jeremic «L’indipendenza del Kosovo-Metohija non è nient’altro che una divisione violenta della Serbia e nel mondo esistono dozzine di territori nei quali vige una situazione simile a quella del Kosovo-Metohija, che non aspettano altro per legittimare ulteriori secessioni». Secondo Jeremic, infatti, i conflitti latenti nel mondo potrebbero subire un’escalation: quelli attualmente bloccati potrebbero riprendere e potrebbero sorgerne di nuovi.

La Gran Bretagna, con la sua posizione unica nel mondo e col suo ruolo-chiave all’interno dell’Europa deve tenere in considerazione i pericoli legati a una politca che mini il rinnovamento delle istituzioni, che dovrebbero invece sostenere “la nuova impresa europea”. Ha inoltre ricordato l’alleanza tra Serbia e Gran Bretagna nelle ultime due guerre e nella maggior parte del ventesimo secolo ed ha sottolineato che la Serbia condivide la salda fede britannica nella democrazia e nell’Europa. «Ad ogni modo, c’è qualcosa che non va nelle nostre relazioni. Una nuvola di mutua alienazione si profila minacciosa sulla Serbia e la Gran Bretagna alle cui origini sta la memoria dei terribili eventi degli anni Novanta, e i dubbi che da questo ricordo scaturiscono e colpiscono la bontà delle nostre relazioni», ha aggiunto.

Jeremic ha ribadito che Belgrado sta facendo tutto ciò che è in suo possesso per assicurare che non vi siano guerra e miseria né per i suoi cittadini, né all’interno della regione ed ha aggiunto che negli ultimi sette anni la Serbia ha stabilito uno stato di diritto, istituzioni democratiche, un’economia di mercato, maggiori diritti per le minoranze, oltre ad aver avviato le trattative con l’Ue per il Patto di stabilizzazione e associazione.

Infine ha ricordato che «l’impegno della Serbia nel processo di riconciliazione nella regione prosegue ed è dimostrato dalla consegna di 42 imputati al Tribunale penale dell’Aja (tra i quali 4 ex presidenti, un primo ministro, tre dirigenti del General Staff e un membro del parlamento), oltre che dagli sforzi attuali per localizzare, arrestare ed estradare i pochi ricercati che mancano all’appello».