L'intervista a Salome Zurabichvili, ministra degli esteri della Georgia

Di David Carretta - 1 marzo 2005

David Carretta ha intervistato la ministra degli Esteri della Georgia. Con lei ha ricostruito la “rivoluzione delle rose”, che anticipò la “rivoluzione arancione” avvenuta nella vicina Ucraina un anno dopo. Nel corso dell’intervista si affronta anche la questione dei rapporti tra Georgia e Unione europea e il ruolo giocato da Stati Uniti e dalla Russia di Putin nella regione. Infine, le conseguenze della morte dell’ex primo ministro Zurab Zvania.

Domanda: Vorrei chiederle innanzitutto se la rivoluzione delle rose ha avuto un effetto di concimazione. C’è stata l’Ucraina, poi oggi il Libano. Secondo lei si può parlare di effetto di contaminazione?

Risposta: Si e no. Non c’è una contaminazione nel senso inteso dai russi. I russi hanno tendenza a vedere una specie di grande teoria della cospirazione e di grande strategia organizzata per instaurare e esportare le rivoluzioni in tutto la zona attorno alla Russia. Fondamentalmente le rivoluzioni si possono aiutare e facilitare, ma la democrazia e le rivoluzioni democratiche si producono solo quando c’è un grado di maturazione e uno stato di disponibilità della popolazione. O meglio, di indisponibilità a sopportare più a lungo quello che ha sopportato. In ogni caso è quanto accaduto in Georgia, dove c’è stato un fattore di insostenibilità che ha giocato molto chiaramente. Dopo aver sopportato quello che aveva sopportato, e quello che continuiamo a scoprire ancora oggi sulla situazione passata, la popolazione non ha più sopportato che nelle elezioni non potesse esprimersi. E’ paradossale, ma è quello che è accaduto. Basta guardare a quanto è accaduto dopo la rivoluzione delle rose. Oggi, il risultato dell’inchiesta sul settore energetico del paese è che mezzo miliardi di dollari è stato investito nella ristrutturazione del tessuto energetico georgiano, tessuto energetico che oggi è in uno stato disastroso: nemmeno il 2% di quel denaro è stato speso per ciò a cui era destinato. Questo spiega come la popolazione avesse raggiunto i limite di quello che poteva sopportare. Credo che nel caso Ucraino c’è stato qualcosa di molto simile: c’è stato un momento in cui la corruzione e il fatto che i governanti non governano per il popolo ma per il loro rendiconto personale diventano insopportabili. Quello che è contagioso è che oggi è diventato più difficile, per i dirigenti contestati utilizzare la forza per reprimere o contenere la determinazione della popolazione. E che le popolazioni, ed è un gioco parallelo, le popolazioni non hanno più paura. A partire dal momento in cui non si sopporta più una determinata cosa - nel caso del Libano è la presenza siriana, nel caso della Georgia era un sistema che non si voleva più - e al contempo non c’è più la paura, si determinano queste rivoluzioni. Abbiamo avuto una evoluzione simile in Adjaria: ho visto il giorno preciso in cui la gente veramente non ha più avuto paura in questa regione che era governata da una microdittatura (manovrata dai russi) e in cui la gente aveva paura - le persone non parlavano per strada, non parlavano in casa o in famiglia, e all’improvviso c’è stato un declic. Questo non si può spiegare: quando si guardano le immagini del Libano, non si può spiegare perché all’improvviso questa popolazione abbia preso il rischio di scendere in strada, quando gli elementi militari e dei servizi segreti siriani sono ancora presenti.

Domanda: il sostegno politico degli USA ha contribuito in Georgia alla rivoluzione

Risposta: Il sostegno americano ha certamente contribuito. Ha aiutato in tutto il periodo di preparazione: tutti gli aiuti alla stampa, al sistema elettorale, la formazione dei giuristi - con una associazione di giovani giuristi che è molto attiva e che è stata molto attiva durante tutto il periodo precedente e durante la rivoluzione. Tutto questo è indubbio. Non pretendo e non dico che non ci siano stata assistenza e aiuto che hanno permesso di accelerare e facilitare gli strumenti della democrazia. Ma la scelta di scendere nelle strade è di migliaia di persone, che lo hanno fatto in modo totalmente pacifico nella rivoluzione georgiana e, credo, anche nel caso ucraino. Non c’è stata una sola auto danneggiata o una vetrina rotta. Quale che sia il grado di finanziamento o aiuto che si possa avere, questo non è qualcosa che accade tanto facilmente, se non c’è all’interno delle persone la determinazione di dire “ora ce la faremo, e ce la faremo senza che si possa coinvolgermi in provocazioni”.

Domanda: L’aiuto degli USA nel caso della Georgia è chiaro. All’epoca della rivoluzione lei era ambasciatrice francese a Tiblisi. L’UE aiuta questi processi?

Risposta: E’ il messaggio che ho portato a Bruxelles: l’Unione europea non ha il diritto di lasciare il monopolio della democrazia agli Stati Uniti. E, se è vero che gli Usa hanno giocato un ruolo nella preparazione, nell’assistenza - direi - nella maturazione della libertà in queste società, tocca ora all’Unione europea - in modo logico e complementare -giocare un ruolo molto importante nel consolidamento della democrazia. Perché la democrazia è il valore centrale di quel che costituisce l’Unione europea. E’ quel valore che i paesi che hanno fatto queste rivoluzioni, sia la Georgia sia l’Ucraina, vogliono condividere con l’Unione europea. Oggi la richiesta di Unione europea in Georgia, ma è vero anche in Ucraina, non è una richiesta economica. Quello che ci interessa nell’Unione europea è la sua democrazia, non il suo mercato e nemmeno favorire le nostre esportazioni o vendere i nostri pomodori nell’Unione europea. Quello che vogliamo è veramente la sua democrazia. Ed è in questo settore che ci attendiamo di più dall’Unione europea. Non è un caso se l’Unione europea è presente in Georgia - per la prima volta nella sua storia all’esterno delle sue frontiere - con una missione “Stato di diritto”. Questa missione è molto importante, anche se ancora simbolica, perché è al cuore dello sviluppo della democrazia: si occupa della strategia della riforma legale, penitenziaria e della polizia, tutti settori di cui può farsi carico l’Unione europea. Del resto, questa è una delle nostre prime priorità nel piano d’azione nell’ambito della politica di vicinato.

Domanda: chiederete l’adesione all’Unione Europea?

Risposta: Sì. Ma non so quando la chiederemo. La prospettiva della Georgia è l’Unione europea. Questo è il sentimento di appartenenza della popolazione - se andate a chiederlo per le strade della Georgia, le persone vi diranno che sono europei, che si sentono europei e che vogliono essere riconosciuti come europei. Sono queste due cose che la Georgia chiede all’Europa: essere riconosciuta nella sua identità come europea e condividere i valori comuni. Ed essere in un ambito che le garantisca la sicurezza. Di conseguenza, l’economia è a un livello decisamente basso nella scala delle priorità. Paradossalmente, per alcuni aspetti - ma non ancora, perché per ora il sentimento è Europa, Europa, Europa - se le nostre domande fossero soddisfatte in modo serio, posso immaginare il momento in cui i georgiani si diranno che per il bene dello sviluppo della nostra economia è meglio essere in una situazione alla svizzera o alla norvegese che dentro infrastrutture europee. Ma questa non è la realtà di oggi, in cui prevale in sentimento europeo.

Domanda: ma il ragionamento dell’Unione europea è esattamente l’opposto. Con la politica di vicinato si dice “tutto tranne le istituzioni”, che potremmo tradurre come “tutto tranne la democrazia europea”

Risposta: Dipende da come si costruisce la politica di vicinato. E’ la ragione per cui noi siamo per una concezione diversa. Per noi la politica di vicinato e il piano di azione sono una specie di impegno contrattuale tra le due parti per definire le nostre relazioni nell’immediato futuro, in attesa di sapere se saremo membri oppure no, se saremo candidati oppure no. Vogliamo organizzare queste relazioni come dei buoni vicini, il che significa stabilità, sicurezza, scambi economici, scambi di valori e la partecipazione dell’Unione europea a questo consolidamento democratico che è essenziale. Una volta realizzato questo consolidamento democratico, la scelta di voler essere dentro o fuori l’Unione europea è totalmente libera. Ciò che è importante è di aiutarci a consolidare la nostra democrazia. E penso che sia importante anche per l’Unione europea essere certa che i paesi che sono ufficialmente i suoi vicini, siano democratici.

Domanda: Lei ha parlato di un arco democratico con l’Ucraina. Avete intenzione di fare iniziative comuni con questo paese?

Risposta: Senza dubbio. Stiamo cominciando a vedere cosa possiamo fare. Abbiamo un terreno di cooperazione assolutamente naturale che è il bacino del Mar Nero. Con la democratizzazione dell’Ucraina, il Mar Nero è un bacino quasi totalmente democratico e potenzialmente è una regione molto interessante, in particolare per la cooperazione economica e poi per la sua cooperazione con il Mar Caspio. Ma già in se, i paesi del Mar Nero hanno un potenziale molto interessante. Possiamo cooperare e coopereremo all’interno del Guam, questa organizzazione che finora è stata un po’ virtuale, ma che è stata virtuale perché i paesi erano troppo diversi nei loro orientamenti e nelle loro scelte. Oggi, con l’Ucraina e la Georgia, c’è un motore che è all’opera. L’Azerbaijan è un paese con cui si può cooperare su tutte le questioni di sicurezza, antiterrorismo e sicurezza economica - il Guam è un po’ questo. E vedremo anche come evolverà la Moldavia. Questi sono i quattro paesi che sono centrali in questa parte dell’Europa e che possono giocare un ruolo molto importante.

Domanda: C’è uno sforzo democratico sufficiente da parte della Commissione europea nei confronti della Georgia e degli altri paesi della regione?

Risposta: No. Sicuramente non basta. E’ maggiore di quanto sia stato in passato, c’è stato un progresso chiaro, ma non basta. Ed è la ragione per cui questo sforzo non può venire solo dalla Commissione. La Commissione fornisce expertise ed assistenza tecnica. Credo che abbiamo superato questo stadio, chiediamo altro. Oggi dobbiamo avere con l’Unione europea nel suo insieme - al contempo la Commissione, ma anche il Consiglio e gli Stati membri - una relazione più equilibrata in cui cerchiamo davvero di definire insieme una strategia contrattuale sui problemi reali. Questi problemi possono essere i visti, l’immigrazione, le questioni economiche di transito, le frontiere, tutto ciò che contribuisce a fare della politica di vicinato un vicinato aperto e stabile.

Domanda: Vorrei farle una domanda sulla Vecchia Europa. C’è stato un cambiamento psicologico nella diplomazia o nella politica estera francese, per esempio, una specie di chiusura. La Francia non è stata entusiasta della rivoluzione arancione e la sua politica estera è in qualche modo conservatrice. E questo vale anche per la Germania

Risposta: Credo che conservatrice sia il termine esatto. Per i paesi più antichi, forse, si tratta di una legge della natura: hanno tendenza ad essere conservatori perché hanno qualcosa da conservare. Dopo tutto sono loro che hanno costruito questa Europa, Europa che ora devono condividere con gli altri. Hanno questo riflesso naturale che è conservatore. E’ come se ci fossero i più anziani e i più giovani, con i più anziani che pensano di essere più responsabili e seri e che nelle loro relazioni con i più giovani hanno tendenza a dire “andiamoci piano, guardiamo prima alla prima tappa e ai risultati, e poi forse passiamo alla tappa successiva, ma non mettiamo tutti insieme subito”. Posso capire il ragionamento di questi paesi e delle loro popolazioni. Ma allo stesso tempo la storia non funziona così: la storia avanza con il suo ritmo e negli ultimi tempi ha subito una accelerazione. Bisogna quindi far prova di maggiore immaginazione per trovare le soluzioni che tengano conto delle preoccupazioni di questi vecchi paesi - affinché la struttura europea non esploda con l’allargamento -, ma che allo stesso tempo tengano conto del fatto che questa Unione europea alla fine ha avuto più successo di quanto pensasse. E’ questa la realtà di oggi: è il successo dell’Unione europea. E’ quindi un peccato che quelli che hanno costruito e sono stati all’origine di questa Unione europea, invece di trarre i benefici e approfittare di questo successo insperato - non credo che esistano altre organizzazioni nel mondo che hanno tanto potere di attrazione -, è un peccato che abbiano un freddo riflesso di difesa.

Domanda: Passando alla Russia e alle relazioni tra UE e Russia. La Georgia può rappresentare una alternativa nella strategia energetica dell’Europa? E la Georgia vuole avere questo ruolo?

Risposta: Sicuramente. Non come alternativa nei confronti della Russia, perché la Russia continuerà ad essere uno dei fornitori importanti dell’Unione europea, qualsiasi cosa succeda. Noi possiamo essere una fonte di diversificazione di questo apporto energetico, con il tracciato esistente Baku - Tiblisi - Cheyan, perché l’Asia centrale può alimentare sempre di più questo asse che è il più diretto. Ma ci sono anche altre varianti. Praticamente tutti i tracciati di oleodotti e gasdotti interessanti o nuovi - oltre a quelli che sono in corso di realizzazione - passano per il Caucaso o per il bacino del Medio Oriente. E in tutti i sensi, nord sud, est ovest. Per esempio ci sono le prospettive di esportazione del gas iraniano verso l’Ucraina e l’Europa via il Caucaso. E’ una questione che interessa gli iraniani. Oggi la situazione non è abbastanza stabilizzata né con gli europei né con gli americani per parlare attivamente di questa questione, ma se guardiano nella prospettiva di un decennio questo è senza dubbio uno dei progetti più seri in quel settore.

Domanda: Sulla Russia, l’adesione ipotetica della Georgia all’Unione europea costituisce un pericolo oppure un’occasione per la Russia.

Risposta: Credo che nel momento in cui saremo arrivati alla decisione sull’adesione della Georgia, la questione non si porrà più in questi termini per la Russia. E’, invece, oggi che si pone per la Russia la questione di sapere se gli orientamenti europei e occidentali della Georgia sono un pericolo o una occasione. La Russia non ha risposto a questa domanda, e non sono sicura che se la sia posta veramente questa domanda. Per me la risposta è chiara: è una occasione e una opportunità unica per la Russia di cominciare la sua vera rivoluzione - non nel senso delle rivoluzioni che abbiamo conosciuto in Georgia e in Ucraina -, ma la sua vera rivoluzione, cioè la capacità di adattarsi e accettare la realtà. La Russia non ha ancora digerito il fatto di aver perso il suo impero, di aver perso le sue marionette attorno all’impero, e continua a battersi con questi fantasmi e con il passato. Ed è questo che oggi provoca tutti gli inconvenienti russi, che sia in Ucraina o che sia in Abkasia. In Abkasia, per quanto meno visibile perché meno conosciuta, la Russia ha subito la stessa sconfitta che ha avuto in Ucraina. La Russia è riuscita in Moldavia a fare di un presidente comunista un pro-occidentale sempre più convinto. E così via… Ad un certo punto, la Russia deve comprendere che quanto le accade attorno, non è qualcosa che accade contro di lei, ma che accade perché è l’evoluzione naturale delle cose. E che se riesce a comprendere in fretta questa realtà può anche trarne vantaggio. Ancora oggi, la Russia ha in Georgia e nel Caucaso in generale una grande possibilità di trovare un ruolo influente e di restare presente. Per contro, se continua a giocare il gioco che ha fatto finora - a manipolare una volta con le pressioni, un’altra con le minacce, un’altra ancora con la destabilizzazione - finirà per creare quello che vuole evitare: cioè, un paese e una regione che escluderanno definitivamente la Russia.

Domanda: A proposito delle basi russe in Georgia

Risposta: Per le basi militari è la stessa cosa. E’ da 14 anni che la Georgia è indipendente e che negozia con la Russia il ritiro delle basi, ed è da anni che la Russia ha preso l’impegno a Istanbul di ritirarsi dalla Georgia. Gli anni passano e non cambia nulla. Ora c’è un nuovo tentativo per darci due mesi di tempo per cercare di trovare un compromesso sul calendario del ritiro. Non sul ritiro in sé, ma per vedere se possiamo metterci d’accordo, forzando un po’ i negoziatori,distogliendoli dal controllo dei ministri e dei presidenti, e cercare di mettersi d’accordo. Se non ci riusciremo, la tentazione che esiste già nel parlamento e nella popolazione georgiani è di prendere il rischio e di chiedere la fine di queste basi illegali e di farle uscire sotto il peso della popolazione. E’ un rischio che va in crescendo ogni giorno che passa, quando in realtà ci sarebbero tutti gli elementi per un accordo di compromesso su una durata ragionevole. Il problema è che i russi continuano a parlare di 11 anni e 5 milioni di dollari, una cosa folle per 3.800 militari che non servono più a niente se non a far soldi alimentando i traffici illegali. Si tratta di una totale mancanza di realtà, che è il vero problema quando si tratta quotidianamente con la Russia: come fare per uscire da questo circolo vizioso irreale.

Domanda: C’è una mancanza di realtà anche da parte dell’Unione europea, con la sua politica di dialogo tra sordi nei suoi rapporti con la Russia?

Risposta: Finora l’Unione europea non ha voluto vedere la realtà. Ma è cosa diversa dalla Russia, Russia che è ancora incapace di vedere la realtà. Quella dell’Unione europea è stata una scelta razionale di non esporsi troppo sulle questioni che potrebbero irritare la Russia o essere malvissute dalla Russia. E quindi c’è stato questo falso dialogo, che è senza contenuti, in cui ci si incontra, ma senza che ci siano vere questioni e vere decisioni che possano essere prese. Con l’Ucraina penso che le cose siano cambiate un po’, perché c’è stato un vero impegno dell’Unione europea, perché questo impegno ha avuto un effetto e un risultato e perchè oggi l’Unione europea comprende che non può non impegnarsi in ciò che - dopo tutto - sono la sua regione e i suoi problemi. Non può più ignorarli, attendendo che si risolvano da soli. Da questo punto di vista è un passo avanti alla Russia, cioè sulla comprensione che la realtà è diversa. Evidentemente in questo processo di cambiamento, l’ingresso dei nuovi Stati membri - che hanno vissuto direttamente cosa significa essere fuori dall’Unione europea ed assistere a questo dialogo tra sordi tra Unione europea e Russia - ha giocato un ruolo fondamentale. Il cursore interno all’Unione europea si è spostato verso un centro che non si trova nei paesi baltici, ma che è da qualche parte tra la Germania e la Polonia. E, del resto, è interessante il fatto che i paesi cambiano politica: la posizione della Germania è già cambiata. Quella della Francia è forse quella che è cambiata di meno, ma credo per ragioni che non sono solamente legate alla sua relazione con la Russia, ma anche alla problematica turca, al referendum sulla Costituzione. Insomma, ci sono tanti problemi che sono legati tra loro e che sono interni alla Francia, e tutto è reso più complicato.

Domanda: Volevo parlare della Cecenia. In generale, c’è un rischio di esplosione del Caucaso? E poi, c’è una possibilità di uscire da questo conflitto, che pone problemi anche alla Georgia? Una iniziativa di pace euro-americana sarebbe auspicabile?

Risposta: Certamente. Per la Georgia, il conflitto in Cecenia ha significato, innanzitutto, dei rifugiati. Rifugiati che sono ancora in Georgia e che ci sono valse molte seccature con la Russia: ogni volta arrivava l’accusa che tra i rifugiati c’erano dei terroristi, e poi c’è stata molta pressione da parte russa sul modo in cui la Georgia ha accolto questi rifugiati. Questo è il primo problema. Poi noi, che vediamo la realtà perché non siamo russi, potremmo dire che dall’esplosione del Caucaso del Nord avremmo solo da guadagnare perché indebolisce la Russia. Ma non è assolutamente questo il calcolo che facciamo. Se ci fosse una destabilizzazione del Caucaso del Nord, inevitabilmente avrebbe degli effetti da questa parte della frontiera ed è negativa qualsiasi destabilizzazione. Che sia dalla loro o dalla nostra parte della frontiera, sarebbe cosa negativa per la situazione di tutta la regione. Anche solo per la situazione economica, perché gli investitori, quando sentono parlare di destabilizzazione del Caucaso del Nord, già non sanno dove si trova il Caucaso, figurarsi distinguere tra Nord e Sud. Noi, invece, abbiamo un interesse vitale alla stabilità da noi, ma anche alle nostre frontiere. E abbiamo un interesse diretto a che la Russia trovi una soluzione al suo conflitto ceceno. Ma il problema è che ci sembra che sia molto difficile per la Russia di risolvere il conflitto ceceno, quando da noi alimenta esattamente la stessa cosa. La Russia non può lottare in modo credibile con il separatismo estremista - come la Russia lo definisce in Cecenia - e sostenere il separatismo estremista quando questo opera da noi. C’è una specie di coerenza della politica, che vuole che è necessario trattare le stesse cose allo stesso modo. Il che significa che se cerchiamo soluzione politiche per l’Ossezia del Sud e per l’Abkasia sulla base di un’ampia autonomia con eventualmente delle garanzie internazionali, questa è la strada da percorrere. E’ necessario che un giorno la Russia ricerchi questo tipo di soluzione politica, con una grande autonomia e con delle garanzie internazionali, per la Cecenia. Anche in questo caso, se la Russia volesse guardare alla realtà delle cose, comprenderebbe che ha interesse a giocare un ruolo costruttivo nei conflitti georgiani, perché se funziona bene, se troviamo delle soluzioni che funzionano, come in Alto Adige in Italia per esempio, è una esperienza che potrà usare per la soluzione del suo conflitto in Cecenia. L’approccio che ha assunto finora - che resta l’approccio russo, il solo approccio russo, l’approccio militare - è un approccio che è destinato al fallimento e che è destinato a finire con l’esplosione del Caucaso del Nord, perché la Russia non capisce il Caucaso, che è una regione molto particolare, e che non può essere trattata solo con mezzi brutali.

Domanda: Martedì scorso, avete deciso di inviare altri 550 soldati in Iraq. Quali sono le ragioni che vi hanno spinto a questa scelta?

Risposta: Sono dei soldati per la forza di stabilizzazione che deve essere dispiegata per le Nazioni Unite. Le ragioni principali sono due. Una è una ragione culturale georgiana. C’è un sentimento molto profondo di riconoscimento per il sostegno che gli Stati Uniti hanno apportato alla transizione georgiana negli ultimi dieci anni, dall’indipendenza, e sono stati presenti nei momenti più difficili. E il sentimento è che, nel momento in cui loro hanno bisogno di un sostegno e di una solidarietà, è il momento in cui è necessario dimostrare che siamo reciproci e che siamo presenti per sostenerli. La seconda ragione è che c’è il sentimento che ci sia anche in Iraq, in condizioni probabilmente molto più difficili e certamente molto diverse dalla situazione della Georgia, il tentativo di istituire uno Stato democratico e, dunque, che sia normale per noi di cercare di contribuire o aiutare o sostenere questo processo democratico in Iraq.

Domanda: Un’ultima domanda sulla morte dell’ex primo ministro Zurab Zvania. Quali sono le conseguenze di questo tragico evento.

Risposta: Penso che le conseguenze più pericolose siano state superate. Le conseguenze più gravi sono state lo choc del momento, che avrebbe potuto essere destabilizzante per un governo che è giovane e che era organizzato da Zvania. Si è spesso detto che c’era un equilibrio tra un presidente più emotivo e Zvania che era più moderato. Questo era più un gioco delle parti e lo schema di contrapposizione descritto non era reale. Per contro, quello che è vero è che Zvania era essenziale per guidare la squadra del governo. Aveva una vera visione e una vera strategia di guida del governo. Questo è stato un colpo molto duro per il Presidente, perché si è ritrovato da solo a dover definire la strategia al contempo del paese nel suo insieme - cosa che faceva già - ma anche del governo. Credo che per il presidente sia stato un choc difficile da superare. Perché la terza persona del trio, la presidente del Parlamento, non ha lo stesso peso degli altri due. Zvania e Saachascvhili sono i due che hanno condotto la Georgia fino alla rivoluzione, prima attraverso la maturazione democratica degli ultimi anni e poi durante la rivoluzione, e sapevano esattamente come volevano condurre il paese nel periodo di transizione. E, di colpo, il presidente ha perso l’altra metà che gestiva il governo giorno per giorno, le questioni economiche quotidiane, eccetera… insomma, le cose che non fa il presidente. Credo però che sia stata fatta un’ottima scelta con il nuovo primo ministro: era il braccio destro di Zvania, era il ministro delle finanze, era nella sua stessa scuderia ed è stato allevato da Zvania. Certo, non ha lo stesso peso politico di Zvania - ma nessun altro potrebbe averlo oggi - ma ha le qualità di organizzatore e coordinatore della macchina governativa che sono necessarie oggi. Credo che abbiamo superato con pochi danni una situazione che rischiava di diventare molto difficile e ora siamo sulla strada giusta.

Domanda: Qualcuno aveva interesse alla morte di Zvania?

Risposta: Si e no. Non si può mai escludere. Ma, innanzitutto questa questione è stata sollevata principalmente dalla stampa russa e dagli ambienti politici russi, cosa che per noi è un po’ paradossale. Perché se qualcuno aveva interesse alla scomparsa di Zvania e a ciò che avrebbe potuto produrre come destabilizzazione politica del potere, è proprio in Russia che bisogna cercare. Ed è la ragione per cui abbiamo categoricamente rifiutato questo dibattito. Primo perché non c’è nessun indizio, ma soprattutto perché non si può cominciare a pensare a una pista altra dall’incidente senza pensare a Mosca. Dopo l’avvelenamento di Yushchenko, dopo l’attentato di martedì in Abkasia contro il leader abkaso che è il meno amato da Mosca, se si comincia ad aprire la scatola di pandora di questi interrogativi, tutte le piste condurrebbero molto rapidamente a Mosca. Ed è proprio il tipo di dibattito che non volevamo avere in Georgia, a meno di non avere delle prove, cosa che nessuno sarebbe in grado di avere con questa ipotesi. Non si può mai essere sicuri al 100%. All’80% tutte le apparenze sono quelle di un incidente. E il 20% restante non merita di essere preso troppo sul serio, perché potrebbe provocare una discussione molto difficile con la Russia con effetti che nessuno può controllare.