Lo Sdi e la massa critica

Di Luigi Castaldi - 3 dicembre 2007

4 dicembre 2006

Sul Riformista di sabato 2 dicembre, Raffaele Gentile, membro dell’esecutivo nazionale dello Sdi e sottosegretario ai Trasporti, firma un articolo dal titolo Non buttiamo via il liberalsocialismo insieme con la Rosa appassita nel pugno. Il titolo – ma il titolo, si sa, lo sceglie il titolista – maltratta il testo: disarticola l’interessante riflessione dell’autore, togliendole il suo miglior pregio, e cioè la nobiltà d’intento. Dal titolo uno penserebbe che Gentile voglia dire: sì, la Rosa non c’è più, ma questo non è un buon motivo perché lo Sdi si svenda subito ai Ds. Gentile, in verità, vuol dire proprio questo, ma le ragioni che glielo fanno dire sono – paradossalmente – le ragioni per poter dire che la Rosa c’è ancora, qualchessìa il prezzo congruo per l’entrata dello Sdi nel Partito democratico.

Mi spiego come se dovessi farmi maltrattare da un titolista: Gentile non ha capito che, appassita la Rosa, il liberalsocialismo si può solo svendere. E visto che il catenaccio dell’articolo di Gentile dice Forza piccola, pensiero grande, al mio farei dire Pensiero quanto grande?, e mi permetto la libertà di scegliere personalemente titolo e catenaccio a questo mio commento, perché di certo esso non sarà pubblicato dal Riformista: non lo sarebbe se glielo inviassi, non lo sarà perché non glielo invierò.

Certo è che il Riformista ospita un dibattito sulla Rosa assai stranamente concepito: le voci dello Sdi, per lo più quelle determinate a liquidare la Rosa, sono preponderanti per numero e per risalto concesso, mentre gli interventi dei Radicali italiani – e di quei socialisti che, insieme, ancora credono nel progetto politico dei 31 punti di Fiuggi – sono rari e sacrificati nella sintesi che essi stessi sono costretti ad imporsi per aver voce almeno nella rubrica della posta.

Esco dall’ironia: il Riformista non sembra voler ospitare un dibattito sulla Rosa, ma un dibattito sulla sua fine e su quanto questa possa fruttare allo Sdi.

“Io credo – scrive Gentile – che la società italiana nel mondo di oggi debba ispirarsi ai principi del liberalsocialismo”. Ciò nonostante – egli prosegue – “all’interno delle forze che oggi si candidano a formare il futuro Partito democratico non appare esistere una massa critica, di volontà forti, di idee, di personale politico, che possa orientare in senso decisamente riformista e liberaldemocratico il futuro partito. D’altro canto, anche a prescindere dal Partito democratico, non è chiaro con quali forze esterne al sistema dei due partiti costituenti, Ds e Margherita, sia possibile creare questa massa critica”.

Ora, se le parole significano ancora qualcosa, una massa critica è data da quella soglia quantitativa minima oltre la quale si ottiene un mutamento qualitativo. Sicché, quando Gentile scrive lo Sdi è “l’unica forma di organizzazione politica dei socialisti che è presente in maniera significativa sul territorio”, parrebbe voler dire che è questa la massa critica che dovrebbe solluccherare Ds e Margherita: questo sarebbe il liberalsocialismo nel quale il Partito democratico può sperare di raggiungere la massa critica – altro non ce n’è.

Devo aprire una breve parentesi su questa massa critica liberalsocialista che lo Sdi rappresenta “sul territorio”. La apro su una situazione locale che mi è vicina e che dunque conosco un po’ meglio, quella di Napoli.

Qui, “sul territorio”, la massa critica liberalsocialista che mancava al Partito democratico di Bassolino e di De Mita è stata data dallo Sdi alle passate amministrative, e lo sarà anche alle prossime, a Rosa già appassita dopo le elezioni politiche, cioè mai fiorita. Sono dati che ho già citato in altre sedi e che per me sono inequivocabili: a Napoli, nel 2005, lo Sdi raccoglieva il 3,3%, da solo; la Rosa, nel 2006, raccoglieva il 2,7%; alle amministrative di qualche mese dopo, lo Sdi raccoglieva il 3,7%, ancora da solo. La massa critica che lo Sdi partenopeo fa raggiungere al Partito democratico partenopeo è evidente e – a conferma di quanto afferma Gentile – fa la differenza in quella “organizzazione politica dei socialisti che è presente in maniera significativa sul territorio”.

C’è un solo problemino: è liberalsocialista? Se sì, il Partito democratico di Bassolino e di De Mita non ne trae beneficio, perché non si nota alcun mutamento qualitativo dall’aver superato la soglia quantitativa minima che lo Sdi ha offerto. Risparmio al lettore le tristi gouaches napolitaines del malgoverno e del degrado, per una volta evitiamo il patetico, e chiudiamo qui la parentesi.

La soglia quantitativa minima dello Sdi partenopeo non ottiene un mutamento qualitativo del Partito democratico partenopeo: Gentile dovrebbe dedurne che lo Sdi – almeno quello partenopeo – non è liberalsocialista quanto basta a fare massa critica. Eppure “è presente in maniera significativa sul territorio”. Evidentemente non basta. C’è da supporre non possa bastare neppure sull’intero “territorio” italiano, dove la media dei consensi dello Sdi è assai inferiore a quella partenopea.

No, Gentile sbaglia. E sbaglia perché applica alla politica un parametro – quello di massa critica – che in fisica nucleare è legato ad una fissione, in astrofisica ad un collasso e nel campo delle scienze (chiamiamole così, va’) paranormali alla nota Teoria della centesima scimmia, così come descritta da Lyall Watson (superato un certo numero di tentativi miranti a raggiungere un certo scopo, lo scopo si ottiene spontaneamente anche senza tentare) [*]. Magari.

Magari bastasse avere un’“organizzazione politica dei socialisti […] presente in maniera significativa sul territorio” per far nascere “una cosa nuova rispetto alle vecchie appartenenze”. Le vecchie appartenenze basavano proprio su quel tipo di presenza. Lo Sdi partenopeo – riaprendo la parentesi per subito chiuderla – non dà misura del rapporto che dovrebbe esserci – se il parametro usato da Gentile fosse valido – tra quantitativo e qualitativo.

E la soglia si fa sempre più alta.

[] Citando da quella splendida enciclopedia popolare che è Wikipedia: *“Lyall Watson dichiarò di avere osservato per la prima volta nel 1979 nell’isola giapponese di Koshima. In realtà, si tratta di un mito pseudoscientifico, come mostrato da successive analisi e rivelato dallo stesso Watson alcuni anni più tardi. Esso riguardava il comportamento di un gruppo di macachi che avevano imparato spontaneamente a lavare le patate per eliminare la sabbia e altre incrostazioni prima di mangiarle. Le prime scimmie imparavano faticosamente la tecnica dai primi macachi che avevano cominciato a lavare le patate. […] Tuttavia, Watson affermò che improvvisamente, dopo che novantanove macachi avevano dovuto apprendere la tecnica nel modo consueto, una centesima scimmia aveva anch’essa imparato a lavare le patate: l’esistenza di questa ‘massa critica’ di scimmie allenate aveva aperto una non meglio precisata porta di natura paranormale, e da quel momento un gran numero di scimmie, non solo nella stessa isola ma persino in altre isole molto lontane, avevano cominciato a lavare le patate prima di mangiarle, senza aver avuto contatti diretti con il gruppo originario”.

Lavando le patate insieme a Bassolino e a De Mita, non si capisce quale livello di massa critica abbia raggiunto lo Sdi. Esplosione possibile in ogni istante, collasso pure. E non si vede un solo esponente dello Sdi che lavi le patate in modo qualitativamente diverso da Bassolino e De Mita.