«Morire dev'essere come addormentarsi dopo l'amore»

Pubblicato il 25 Settembre 2006 da Roberta Jannuzzi
Ne Le Invasioni Barbariche, il film girato dal canadese Denys Arcand nel 2003, il protagonista, un cinquantenne professore di storia gravemente ammalato di cancro, con l’aiuto del figlio, uomo d’affari che vive a Londra, riesce a trascorrere lietamente e senza sofferenze gli ultimi giorni della sua vita. Quest’ultimo, col suo denaro, paga funzionari ospedalieri e sindacalisti per mettere in ordine un reparto dell’ospedale di Montreal, chiama i vecchi amici e le fiamme del padre invitandoli ad andare da lui, paga persino alcuni ex-allievi perché lo vadano a trovare, paga infine una tossicodipendente per comprargli dosi di eroina e preparargliela. Soltanto grazie al pragmatismo e all’apparente cinismo del figlio, il protagonista riuscirà ad avere quella morte dolce, che arriva lievemente con un’overdose somministrata all’alba mentre è contornato dagli amici in una casa di campagna.Ne Le Invasioni Barbariche, il film girato dal canadese Denys Arcand nel 2003, il protagonista, un cinquantenne professore di storia gravemente ammalato di cancro, con l’aiuto del figlio, uomo d’affari che vive a Londra, riesce a trascorrere lietamente e senza sofferenze gli ultimi giorni della sua vita. Quest’ultimo, col suo denaro, paga funzionari ospedalieri e sindacalisti per mettere in ordine un reparto dell’ospedale di Montreal, chiama i vecchi amici e le fiamme del padre invitandoli ad andare da lui, paga persino alcuni ex-allievi perché lo vadano a trovare, paga infine una tossicodipendente per comprargli dosi di eroina e preparargliela. Soltanto grazie al pragmatismo e all’apparente cinismo del figlio, il protagonista riuscirà ad avere quella morte dolce, che arriva lievemente con un’overdose somministrata all’alba mentre è contornato dagli amici in una casa di campagna.

Poniamo il caso che un medico vi dicesse: «Mi dispiace, lei ha una malattia incurabile e le resta poco da vivere. A questo punto dovrò farle un buco in pancia (gastrostomia) per poterla alimentare. Dovrò praticarle un foro nel collo (tracheostomia) per permetterle di respirare. Le introdurrò un tubicino nell’uretra (catetere vescicale) per consentirle di urinare. Mentre una infermiera le svuoterà giornalmente l’intestino. Dovrò sottoporla, inoltre, a forti terapie antibiotiche per contenere le infezioni causate dai tubi. Inevitabilmente dovrà sopportare i decubiti, piaghe dolorose che corrodono la carne fino all’osso. In queste condizioni, tuttavia, potrà vivere ancora qualche anno o più». E poniamo poi il caso di un altro medico che invece vi dicesse: «Mi dispiace, lei ha una malattia incurabile e le resta poco da vivere, però noi potremmo ridurre le sue sofferenze al minimo e, su sua richiesta, procurarle una morte indolore». Voi quale dei due medici scegliereste?

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«Morire dev’essere come addormentarsi dopo l’amore, stanchi, tranquilli e con quel senso di stupore che pervade ogni cosa»

Da Il Calibano

E’ questo un gioco, una sorta di test, che Piero Welby postò sul thread da lui aperto nel 2002 all’interno del Forum di Radicali.it e che si intitola appunto: Eutanasia. Quel thread conta oggi 1190 pagine, 17838 interventi e 366471 letture. Fu quello il primo contatto con i Radicali. I suoi articoli, soprattutto sul tema dell’eutanasia ma anche della libertà di lettura (la possibilità di acquistare la versione informatica dei libri), finirono presto raccolti nel volume, curato da Valter Vecellio, intitolato Il Calibano, dal nome del suo blog. Welby si iscrisse a Radicali Italiani nello stesso anno e, alla nascita dell’Associazione Luca Coscioni, in dicembre, Rita Bernardini e Luca Coscioni gli proposero la carica di consigliere generale. Il 12 giugno del 2005, in occasione del referendum sulla fecondazione assistita e la ricerca scientifica, i radicali lo accompagnarono al seggio per assicurare almeno il suo voto tra i centomila disabili intrasportabili obbligati ad astenersi. Welby, che non votava dal 2001, qualche giorno prima aveva scritto al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, per chiedergli di cancellare il suo nome dalle liste elettorali per non conteggiarlo ai fini del quorum. Grazie al suo contributo e a una norma ad hoc all’elezioni politiche del 9 e 10 aprile scorso molti malati intrasportabili hanno potuto votare presso il proprio domicilio. Qualche mese fa, al V Congresso straordinario, il primo dopo la scomparsa di Luca Coscioni, Welby è stato eletto presidente insieme a Maria Antonietta Farina Coscioni, Piergiorgio Strata e Gilberto Corbellini. Oggi è sulle prime pagine di molti giornali per avere con una lettera al Presidente della Repubblica, lettera alla quale è seguita una puntuale risposta di Giorgio Napolitano, riaperto il dibattito sull’eutanasia nel nostro paese, così come lo aveva aperto nel suo thread. «Tutto fermo?», aveva domandato allora. «Altro che deserto dei tartari. Mentre si scruta l’orizzonte, i terminali come me invidiano gli olandesi». «Caro Welby», scrive adesso Napolitano. «Penso che tra le mie responsabilità vi sia quella di ascoltare con la più grande attenzione quanti esprimano sentimenti e pongano problemi che non trovano risposta in decisioni del governo, del Parlamento, delle altre autorità cui esse competono. E quindi raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più. Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento».

La malattia di Piero Welby

Da www.lucacoscioni.it

Il mio nome è Piergiorgio, la mia storia è simile a quella di tanti altri distrofici. Ricordare come tutto sia iniziato non è facile perché la memoria non è accumulazione ma selezione e catalogazione. Forse fu una caduta immotivata o il bicchiere, troppo spesso sfuggito di mano etc. ma quello che nessun distrofico può scordare è il giorno in cui il medico, dopo la biopsia muscolare e l’elettromiografia, ti comunica la diagnosi: Distrofia Muscolare Progressiva. Questa è una delle patologie più crudeli; pur lasciando intatte le facoltà intellettive, costringe il malato a confrontarsi con tutti gli handicap conosciuti: da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, poi arriva l’insufficienza respiratoria e la tracheotomia. Il cuore, di solito, non viene colpito e l’esito infausto, come dicono i medici, si ha per i decubiti o una polmonite. Io ho raggiunto l’ultimo stadio: respiro con l’ausilio di un ventilatore polmonare, mi nutro di un alimento artificiale (Pulmocare), parlo con l’ausilio di un computer e di un software.

Per anni e anni ho sperato che la ricerca scientifica trovasse un rimedio. Oggi, che le prospettive di una cura potrebbero, grazie agli studi sulle cellule staminali, sia adulte che embrionali, trasformarsi da speranza in realtà, sempre più ostacoli si frappongono sul cammino di una ricerca libera.