Nel 60° anniversario della morte del Mahatma Gandhi

Pubblicato il 30 Gennaio 2008
Il simbolo del Partito radicaleIl simbolo del Partito radicale

«Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo»

Gandhi

Nel 60° anniversario della morte di Mohandas Karamchand Gandhi RadioRadicale.it celebra la memoria del leader della nonviolenza ricordandone l'attualità legata all'unico partito politico che ha scelto il suo volto come proprio simbolo.

La vostra attività nasce dalla cultura nonviolenta gandhiana, anche se sembra un po’ “fuori” dal mondo d’oggi. Cosa pensate di ottenere?

Questo non è un atto di protesta personale, ma si tratta di un’iniziativa portata avanti con il Partito che, anche come suo simbolo, ha scelto Gandhi. Abbiamo sempre affermato che la violenza è il problema principale nel mondo e della democrazia politica che la consente. Se credessi nell’efficacia delle armi - parlo in termini concreti, non morali - imbraccerei le armi, come succedeva nella guerra civile spagnola. Noi siamo militanti nonviolenti, non pacifisti e quando ci accorgiamo che la libertà è in pericolo, ci schieriamo dalla parte dell’aggredito. Siamo convinti che le armi della nonviolenza siano piu’ efficaci di quelle della violenza e anche in situazioni di “pace” lottiamo contro le strutture della violenza.

Parliamo di efficacia.

Questo è un problema politico serio. Abbiamo provato che è possibile raggiungere grandi obiettivi coniugando la nonviolenza politica e l’azione parlamentare.

Cosi’ siamo riusciti, negli anni settanta, a bloccare le leggi sullo stato d’emergenza approvate con il pretesto della lotta contro il terrorismo: noi difendevamo i principi del diritto. Non so se riusciremo a vedere dei cambiamenti così importanti anche a livello europeo.

Ma il digiuno rivolto a tanti interlocutori che non parlano tra di loro come può essere efficace; e poi non pensa di mettere in pericolo la sua salute?

Molti nostri antenati-antifascisti, che sono andati a combattere in Spagna, hanno messo in pericolo la loro salute e molti sono anche morti. Sì, questo digiuno sarà dannoso per la mia salute, anche per questo dico che la nonviolenza non è più facile della violenza.

Intervista a Marco Pannella pubblicata dal quotidiano sloveno DELO, 21 ottobre 1991

A centinaia di migliaia, in Italia, a decine e decine di milioni, in tutto il mondo, il popolo delle persone, della gente di buona volontà, s’emoziona e commuove vedendo il film sulla vita di Gandhi. Perché allora spegnere in sé il Gandhi che v’abita, l’attiva e miracolosa speranza?

Marco Pannella, “Il Gandhi che è in ciascuno di noi”, 20 febbraio 1983

NONVIOLENZA, TOLLERANZA LAICA, RIVOLUZIONE LIBERALE

Verso la fine del secolo scorso un giovane, salito a Londra dalla nativa India per studiarvi da avvocato, sente con stupore coniugare nei circoli d'avanguardia londinesi, insieme ai termini "socialismo", "libertarismo", "democrazia", ecc., il termine "nonviolenza", che quegli intellettuali vengono riesumando dalle culture d'Oriente. Di lì a poco egli si imbatte in Lev Tolstoi, che sta meditando su questi stessi temi, e scambia con lui idee, progetti, utopie. Da allora, per tutta la vita, Gandhi cercherà di approfondire questo inedito intreccio di concetti e valori, mettendoli al servizio della rivoluzione nazionale indiana.



Tra difficoltà, incomprensioni, perfino errori - e anche al di là del linguaggio contingente con cui egli parla ai suoi connazionali - Gandhi riuscirà a introdurre quel termine inconsueto nel lessico della cultura politica moderna. Anzi. Grazie a lui, arriviamo oggi a capire che la "nonviolenza" può essere la chiave di volta di una affascinante, attualissima, sconvolgente interpretazione della Rivoluzione liberale (quella francese, ma anche quella americana...); la sola interpretazione anzi che possa restituire piena vitalità agli ideali con i quali essa accese gli animi di generazioni intere.



Per un paio di secoli - scrive Roberto Cicciomessere -"contraddizioni spaventose hanno ferito la civiltà della tolleranza e della democrazia. In nome della dea Ragione si è ucciso e massacrato, in nome delle Nazioni e delle Rivoluzioni si sono fatte guerre e carnai". Solo con l'integrale, puntuale, rigorosa applicazione dei valori e della prassi nonviolenta - o meglio, solo nello sforzo per tradurli politicamente in concreti comportamenti e in leggi - gli ideali di libertà, di tolleranza, di democrazia sollevati dalla civiltà dei Lumi tornano a splendere ad esprimere il loro enorme, inesplorato potenziale. Come dice ancora Cicciomessere, "la nonviolenza politica può oggi costituire la forma più avanzata e integra della tolleranza laica".



I testi qui raccolti cercano di rendere esplicito questo essenziale nocciolo. Essi sono una sommaria selezione dell'ingente produzione di scritti che hanno accompagnato trenta anni di battaglie nonviolente del Partito radicale e del suo leader Marco Pannella: quelle battaglie con le quali il Pr ha conquistato in Italia (e non solo) eccezionali vittorie sociali, ideali e politiche. Tale origine "militante" rafforza la loro ambizione, di essere spezzone necessario di una "teoria" politica del moderno liberalismo, del dialogo e della tolleranza, della democrazia.



Ci auguriamo che l'antologia possa costituire un primo valido "breviario" per chi voglia cooperare a far crescere tale partito: il Partito radicale, transnazionale e transpartitico, appunto.



Angiolo Bandinelli



Roma, Marzo 1994

Preambolo allo statuto del Partito radicale

Il Partito radicale



proclama il diritto e la legge



diritto e legge anche politici del Partito radicale,



proclama nel loro rispetto



la fonte insuperabile di legittimita' delle istituzioni,



proclama il dovere alla disobbedienza,



alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza,



alle supreme forme di lotta nonviolenta



per la difesa - con la vita - della vita,



del diritto, della legge.



Richiama se stesso



e ogni donna e ogni uomo che voglia sperare



nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà,



allo stretto rispetto, all'attiva difesa di due leggi fondamentali quali



la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo (auspicando che l'intitolazione venga mutata in "Diritti della Persona") e la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo



nonché delle Costituzioni degli Stati



che rispettino i principi contenuti nelle due carte;



al rifiuto dell'obbedienza



e del riconoscimento di legittimità, invece,



per chiunque le violi, chiunque non le applichi,



chiunque le riduca a verbose dichiarazioni



meramente ordinatorie, cioe' a non-leggi.



Dichiara di conferire all'imperativo del "non uccidere" valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa.



approvato al 23° Congresso (straordinario), Roma 1980

La nonviolenza e i demoni del secolo

di Marco Pannella, Praga, 15-16 e 17 giugno 1990)



[...] Noi venivamo a farci arrestare per problemi concreti o, nel settembre del 1968, riuscivamo nel vero e proprio miracolo - a livello del partito di trecento o cinquecento iscritti che eravamo - di manifestare alla stessa ora contro l'occupazione della Cecoslovacchia, a Mosca, a Sofia o a Berlino est, in tutti i paesi del Patto di Varsavia che occupavano o aiutavano l'occupazione della Cecoslovacchia. Io ricordo il testo del volantino che distribuivo; ricordo che in bulgaro le copie erano circa tremila, ne distribuimmo 2.600 (voglio recuperare quel testo, attraverso la polizia segreta bulgara, come documento storico). Scrivevamo in bulgaro, a partire da una interpretazione della legalità costituzionale bulgara, per sostenere che vi era oppressione dei bulgari ed era un atto incostituzionale e anticostituzionale, secondo la stessa Costituzione bulgara, essere fra le forze occupanti in Cecoslovacchia o sostenere le forze occupanti in Cecoslovacchia.



Ebbene, in quei giorni sicurissimamente gli ambasciatori degli Stati occidentali, gli uomini d'affari della Fiat, della Volskwagen, della Ford venivano in viaggio d'affari in queste capitali nella assoluta convinzione che l'ordine totalitario nell'impero sovietico era necessario al mondo.



[...] L'indifferenza, identica culturalmente a quella che nel 1938 portò agli accordi di Monaco dell'Inghilterra e della Francia con la Germania nazista e l'Italia fascista, si è ripetuta anche durante la guerra fredda, da parte dell'occidente pacifista. Mai, noi come partito, il partito della nonviolenza gandhiana, mai siamo stati un partito pacifista. Il pacifismo ha prodotto nella storia crimini che vanno ancora illustrati: i pacifisti francesi, i pacifisti occidentali, hanno assunto a lungo, nei confronti del fascismo e del nazismo, una posizione neutrale fra i propri governi e quelli nazisti e fascisti; volevano soltanto il non-armamento dei propri governi, e che non si reagisse in modo armato alle violenze dei nazisti e dei fascisti.



Il pacifismo degli anni '50, di ispirazione comunista, discende nettissimamente da quel pacifismo vile ed irresponsabile; il nonviolento, e noi siamo sempre stati nonviolenti, va invece all'attacco delle radici della violenza e delle manifestazioni della violenza ed è nonviolento perché crede che le armi della nonviolenza sono più forti - potrei dire paradossalmente, tra virgolette, più violente - ma dico più forti, nel medio e lungo termine, delle armi della violenza. Perché le armi della nonviolenza sono le mani nude, i corpi nudi di miliardi di persone, delle donne e degli uomini, mentre la forza della violenza militare si basa sulla riduzione in schiavitù di costoro per mandarli a morire nelle guerre: e la scelta violenta militare si traduce sempre in una catastrofe. Tutti i miti di questo secolo, i miti che nell'occidente sono stati fortissimi, proprio miti da mass-media, da poster - Che Guevara, i martiri, gli eroi - sono il prodotto, il portato della scelta dell'occidente a favore di queste opposizioni contro quelle, per esempio, dei monaci buddisti che rappresentavano la stragrande maggioranza delle popolazioni e che furono battute perché l'occidente liberaldemocratico e socialdemocratico ha sempre, in questo secolo, creduto e puntato sulle armi tradizionali, su una concezione tradizionale e vecchia dei rapporti internazionali e anche delle guerre di liberazione. In particolare penso, ad esempio, alla dittatura indocinese, con la realtà della Cambogia, del Vietnam...



[...] Un partito nonviolento...è un partito di gente che si unisce perché ne ha la felicità, perché ne ha la convinzione, ne ha il senso della necessità. Un partito nonviolento è la risposta giusta - in via teorica - alla società dell'opulenza suicida, perché attraverso le tecniche nonviolente e il vivere nonviolento, attraverso la propria astensione felice, non sacrificale, del cibarsi, attraverso il provocare il potere e dire "mettimi pure in galera, così si cambieranno le leggi", c'è la lotta degli umili, la lotta di coloro che alla fine della giornata non hanno nelle mani bottino di nessun tipo.

Dove stanno la violenza e il ricatto?

Intervista a Marco Pannella

Secondo alcuni i tuoi digiuni sono solo atti masochisti che mal si conciliano con le tue dichiarazioni di amore della vita e in genere di lotta “felice” per il socialismo.

Ho una risposta che dò da tempo, come puoi immaginare, ma che vado elaborando sempre di più: la differenza tra il rischiare di vivere e il rischiare di morire. Sono convinto che la gente muore perché ha perduto l'interesse alla vita. Chi invece si rifiuta di vedere amputata la vita, proprio perché non vi ritrova né rassegnazione né castrazione, ma al contrario speranza, può anche rischiare di perderla: succede. Ma se vince, vive veramente meglio e più degli altri. Aggiungo che rischiare la vita senza rischiare quella degli altri è un altro salto qualitativo (anche il suicida sa spesso oscuramente che mette in pericolo gli altri). Facciamo ora un esempio, un altro salto ancora, perché in queste cose si va per approssimazioni successive. Chi rischiava davvero la vita nell'Italia del '37 o del '38 [cioè nell'Italia sotto il fascismo n.d.r.]? Colui che intuendo la logica della dittatura e sapendo perciò che "la guerra è vicina" s'impegnava in una lotta certo pericolosa per cercare di evitare milioni di morti; oppure chi, per timore di un rischio immediato, finiva per farsi distruggere dopo, insieme a milioni di altri?



Masochismo? Ma il dato masochismo può esserci quando c'è sofferenza, sentirsi male più che star bene, cioè la consapevolezza del dolore. Invece la mia esperienza e quella di tutti i compagni, è che il digiuno non dà sofferenza, al più fastidi. C'è però qualcuno che, scartando il dato masochistico, parla di una tendenza autodistruttiva. Beh, tutto può essere, anche morire di gioia: ma so bene che anche essendo diverso non potrei star meglio di oggi, e sarebbe invece facile che stessi anche fisicamente peggio, come la maggior parte della gente che paga la rinuncia forzata agli elementi di interesse nella vita. Non dimentichiamo poi che i nostri digiuni sono sempre fatti collettivi, esperienza di crescita politica.



C'è un altro dato infine che non è per niente secondario: questo metodo è vincente, funziona: ed è omogeneo al nostro discorso politico libertario e nonviolento. Noi diciamo infatti che se la lotta per il socialismo è violenta, prefigura un movimento e quindi una società organizzata in maniera violenta, autoritaria.

Eppure ti hanno accusato di esercitare con i digiuni un ricatto, di fare cioè, anche tu, violenza agli altri.

Noi non digiuniamo per protestare o per soffrire, ma per raggiungere un obiettivo. In genere l'obiettivo è inerente alla moralità altrui, non alla nostra; non chiediamo cioè attraverso il digiuno di privilegiare una specifica proposta di legge, ma che vengano attuate le leggi che altri hanno imposto o proposto. Mi spiego meglio: non cerchiamo di far accettare i nostri principi e le nostre impostazioni, esigiamo il minimo, esigiamo cioè dal governo della città il rispetto della sua legalità, la reintegrazione delle regole della democrazia violate. In realtà è l'unica risposta che possiamo dare, al di là della distruzione, a una città che tradisce le proprie leggi. Dove sta allora la violenza, dove sta il ricatto?

Come spieghi che questi metodi non hanno una pratica di massa?

Perché siamo un dato non conformistico, assolutamente minoritario, rispetto ai valori prevalenti oggi. Ma non è vero che in linea di principio non siano metodi di massa; dipende dalla maturazione di certi processi. Lo sciopero operaio, voglio dire, può essere considerato la prima, grande manifestazione nonviolenta di massa, perché avviene nel momento in cui gli operai scoprono che è più produttivo incrociare le braccia piuttosto che rompere i macchinari o ammazzare il padrone.

Partendo dunque dai digiuni, siamo arrivati alla nonviolenza in generale: un’altra delle scelte che vengono contestate ai radicali.

Ora molto meno che in passato, come è rientrata un'altra accusa ridicola, che si tratti cioè di metodi "poco virili"... Ma parliamoci chiaro: questi nostri critici chiamiamoli violenti perché perdono sempre? [...] Perdono perché adottano tattiche opportunistiche, attivistiche; perché rappresentano il dato della sommossa pura e semplice, il dato plebeo, non ancora proletario, se è vero che il proletariato è la plebe nonviolenta.



Che cosa c'è dietro questa differenza di metodi tra noi e le altre forze della sinistra? Loro credono nel "potere"; noi puntiamo invece sul "deperimento del potere", cioè del quoziente di violenza delle istituzioni. Un processo che può compiersi solo storicamente, non con la distruzione violenta del potere, come pensano gli anarchici. C'è dunque, da parte nostra, una posizione anticentralizzatrice, antigiacobina, antiscorciatoie, con tutti i possibili rischi, certo, di utilizzazione giacobina. E questo che intendiamo per libertario, il deperimento del potere come effetto della crescita della classe e del socialismo, non il rinvio al momento successivo alla presa del potere.

Il nostro dunque è un modo diverso di far politica, di vivere, di lottare.

Rivendichi insomma ai metodi nonviolenti una valenza di prassi “socialista”, e di prassi vincente, che non riconosci ai metodi tradizionali della sinistra.

Che cosa comunicano all'esterno le forme di lotta che chiamiamo tradizionali? Le molotov comunicano l'attacco, la violenza, e anche se noi sappiamo che non fanno male, possono giustificare agli occhi della gente che la polizia risponda sparando. I cortei che bloccano le strade non infastidiscono Agnelli (1), ma il lavoratore, l'operaio; e perché questi dovrebbero avere un riflesso positivo? Mancano di coscienza di classe? Penso invece che hanno coscienza dei loro diritti, e se dicono "vaffanculo", è un riflesso giusto.



Andare incolonnati per strada, è l'occupazione della città, la parata militare, il possesso. Si è in tanti, c'è l'esaltazione della folla, dell'aggressione, il potere che si afferma sugli altri, perché è forte e violento. E quindi chi li vede passare cosa sente? Il brivido delle bandiere rosse, certo, ma è identico a quello che si prova alle parate militari. Oltre a ciò non vedo altro nella logica del corteo. Invece, andare in fila indiana sui marciapiedi, sul ciglio della strada, con un cartello a testa (è già un dato che ti gestisci personalmente mentre nei cortei neanche comunichi con gli altri compagni), significa scrivere un romanzo lungo e leggibile. Alle marce antimilitariste la polizia ci raccomandava di stare in fila indiana davanti al Sacrario militare di Redipuglia; e noi eravamo d'accordo; una sfilata di trecento cartelli, la gente passava e leggeva. Chi digiuna comunica: "Mi state sfottendo, sono disarmato e non posso fare altro che evidenziarlo, denunciarlo".



Maggio 1976

Il diritto all’identità e i mass media

di Marco Pannella

[...] Se democrazia presume, in qualche misura almeno, la fiducia nel metodo del dialogo, della polemica e del dramma, presume sempre anche - nell'agorà - una sorta di rappresentazione scenica: tra opposizione e governo, tra maggioranza e minoranza. Non necessariamente tragedia. In questo io non sento tutto il fascino del "diverso" del "differente" come nell'arco che va da Fortini a Pasolini (1). Lì, per loro, la dimensione della esistenza e anche dell'esistenza democratica e civile è tragica; per me è drammatica, con quindi degli scioglimenti del nodo scenico diversi, che possono essere - appunto - quelli non letali, non fatali, di un destino necessariamente negativo. Se democrazia è questo, o presume questo, credo si possa meglio comprendere quel che noi radicali intendiamo dire quando, avendo affermato che per noi non esiste "perverso" e non intendiamo recuperarlo nella politica, abbiamo a lungo ripetuto che all'interno di qualsiasi "perversione" è la diversità che va colta, se si vuole superare il fatto "perverso" (secondo la morale o il buon senso comuni). Ecco, se noi questo ci gloriamo di fare, da laici, non possiamo evidentemente recuperare nella politica il concetto di perversione, di perverso; la demonologia, se volete, o il soggettivismo demonologico, o l'iconografia demonologica.



Ebbene, noi abbiamo cercato di sottolineare il trattamento del "perverso" (perverso per gli altri), del diverso, della vera minoranza sotto l'"antifascismo". Premetto, anche, che se è tale, una minoranza lo è innanzitutto a livello di linguaggio o di modulo di pensiero, o espressivo. Una minoranza o è tale anche nel senso - se volete - dell'antropologia culturale, o altrimenti resta un dato interno alla maggioranza del sistema, interno alle sue prospettive storiche; diverso nella cronaca, ma uguale nella prospettiva della storia, al di là, appunto, di un'epoca, di un momento estremamente circoscritti. Da questo punto di vista da 25 o 20 anni, quotidianamente, abbiamo cercato di fornire una chiave di lettura diversa da quella dell'arco dei partiti postfascisti.



[...] E allora diciamo: è vero! L'organizzazione nonviolenta, con il suo metodo di disobbedienza civile programmatica, con il suo metodo socratico di accettare fino in fondo la legge nella sua logica, per farne esplodere la nequizia dinanzi a coloro che si presume siano i soggetti formatori della legge di domani, questo metodo che, appunto, è il nostro, ha dimostrato di avere, mi pare, una grossa forza politica. Possiamo pur dirlo, siamo unici, a sinistra degli statolatri, a sinistra dei giacobini di un certo tipo, a sinistra dei violenti per senno, per assennatezza, cioè di coloro che sono violenti solo perché debbono salvare un programma, la "programmazione". Chi pensa davvero che milioni di contadini del Volga o del Don morirono fra carestie e deportazioni solo per Stalin o perché la burocrazia comunista era stalinista o leninista?



[...] Un uomo come Aldo Moro (2) non muore perché è assassinato in un momento. Muore - certo - la persona Moro per noi, soprattutto per noi radicali più che per lui, noi che sappiamo che vale quello che prende corpo, tutto quello che ha corpo, noi che temiamo la dialettica sbagliata degli spiritualismi e dei materialismi assoluti da una parte e dall'altra. Eppure, ecco, noi sappiamo che nulla vale la morte, nemmeno il sacrificio, nulla. Ma comunque, quando si è un uomo che ha scelto il dialogo pubblico, ha una funzione pubblica, quando si è voluto dare, si è preteso, si ha avuto la superbia - magari - di sperare di poter dare il corpo il proprio, quello di Aldo Moro, alle proprie idee... Ecco dicevo: guardate che lo state ammazzando voi! Ma vi rendete conto che in questo momento Moro può guardare la televisione e sentire Pellegrino, Ferrara (3), quelli che lui riteneva vicini, i suoi allievi, i suoi clienti, la gente della corte dire: "Ma non sei più tu, sei peggio di un qualsiasi ragazzino preso dai nazisti, che aveva coraggio di tacere, perché a quelli, tutt'al più, gli si estorceva una firma: tu scrivi ogni giorno pagine e pagine; sei indegno, sei un verme, non rappresenti più nulla..."



Eravamo lì, ricordo, quando è giunta la prima lettera: lo sdegno, la rabbia che ho avuto, il dolore verso Trombadori (3) e gli altri, che guardavano esterrefatti e dicevano: "Questo ormai lo possono ammazzare perché tanto è morto; dopo aver scritto questo è finito. Non esiste più". E sono corso su, a scrivere una dichiarazione: mai come in questo momento, con questa lettera, il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro testimonia, anche a chi fra noi non lo aveva compreso, della sua potenzialità umana e politica; e se sarà - come dovrà - essere liberato noi oggi per la prima volta comprendiamo e riterremo che potrà, attraverso questa sua vicenda, probabilmente avere titoli maggiori per divenire presidente della Repubblica.



Ottobre 1979



(1) Franco Fortini, Pierpaolo Pasolini, scrittori italiani.



(2) Aldo Moro, presidente del Consiglio italiano, sequestrato e assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978. Durante la prigionia, scrisse lettere indirizzate al suo partito (la Democrazia Cristiana) e ai suoi amici politici; ma questi, e in generale i partiti al potere, negarorno la loro autenticità, o sostennero che Moro scriveva sotto dettatura per costrizione dei suoi carcerieri.



(3) Pellegrino, Ferrara, Trombadori, docenti universitari, esponenti culturali italiani

Non siamo disarmati

di Marco Pannella

[...] Chi pensa che i nonviolenti siano degli inerti e dei disarmati, sbaglia. C'è una cosa, almeno, che unisce profondamente nonviolenti e violenti politici: gli uni e gli altri giudicano che la situazione storica e sociale nella quale vivono esiga da loro di dare - letteralmente - 'corpo' alle loro speranze e ai loro ideali, di ritenere comunque in causa la loro esistenza e di trarne le conseguenze.



C'è una sorta di integrità che li unisce. Ma gli uni ritengono che i mezzi prefigurano e determinano i fini; ed essendo dei libertari e dei socialisti, la vita è per loro sacra, innanzi tutto quella dei loro nemici; gli altri credono che i fini giustifichino i mezzi, e scendono sullo stesso campo dell'avversario, alzano anch'essi il vessillo dell'assassinio e della guerra giusti e sacri.



L'ideologia stessa che presiede alla vita del nostro Stato, retto con leggi fasciste e incostituzionali per volontà degli antifascisti al potere da trent'anni, fa scegliere 'il partito armato', il terrorismo, come interlocutore privilegiato. La stampa e la Rai-Tv fanno di costoro gli antagonisti politici e i protagonisti della cronaca politica. Censurano invece, soffocano, deturpano ferocemente i nonviolenti, referendari, costituzionali, che si muovono fra la gente e ne rappresentano le aggregazioni maggioritarie.



Come nonviolenti, denunciamo ogni giorno la violenza assassina di un potere che ha al suo attivo la strategia delle stragi e la strage di legalità.



Siamo processati, condannati. Ma come nonviolenti sappiamo che la scelta del cosiddetto 'partito armato' è non solamente assassina sul piano della proclamazione teorica e della prassi, ma è suicida se e quando davvero partecipa alle speranze della sinistra e non sia anche soggettivamente espressione di 'servizi paralleli' [servizi segreti, n.d.r.] nazionali e internazionali.



Marzo 1978

L’arsenale del nonviolento

di Marco Pannella



[...] Perché mai lo sciopero dal lavoro del lavoratore dovrebbe essere arma democratica, lecita ed efficace, e non esserlo invece lo sciopero fiscale del contribuente, lo sciopero degli acquisti del consumatore, lo sciopero da pagamento dei servizi pubblici o privati resi inaccessibili o non forniti, lo sciopero elettorale del cittadino, lo sciopero generale di una comunità aggredita nella sua indipendenza e nella sua esistenza?



Non pagare l'intera tariffa del biglietto di trasporto, l'intero affitto di casa, le tasse comunali perché la 'Città' non fornisce servizi essenziali, le imposte corrispondenti al bilancio della cosiddetta 'difesa-nazionale' che serve per essere spiati, discriminati, assassinati, tutto questo è reato? E probabile. Ci si processi, allora, uno per uno. Malgrado la giustizia di regime sarà un'occasione di ricerca della verità, della responsabilità di queste situazioni.



L'arsenale nonviolento di lotta è appena esplorato. L'uso scientifico della legalità borghese ne fa esplodere la contraddizione fondamentale: quella fra idealità che solo, ormai, il nuovo 'terzo stato' proletario o proletarizzato può raccogliere e affermare, e il potere che i partiti borghesi interclassisti esercitano da rinnegati, nella direzione opposta, per serbarlo.



Disobbedire agli ordini ingiusti, violare provocatoriamente la legge incostituzionale, elevare obiezioni di coscienza contro pretese di comportamenti moralmente intollerabili, autogestire liberamente e responsabilmente i perimetri sociali, economici e politici nei quali viviamo, prefigurare una società nonviolenta, laica, libertaria, socialista anche nei metodi, nei mezzi, sono stati finora le armi di difesa e di attacco delle minoranze radicali.



Settembre 1974

I nonviolenti e i violenti

di Marco Pannella

[...] Diciamolo chiaramente: ogni volta che negli anni passati qualcuno nel nostro partito ha fatto un digiuno, era perché vi era costretto dall'assenza di un impegno più largo e collettivo della generalità dei compagni. Siamo stati costretti a farlo nel momento in cui lo imponevano fatti di sopravvivenza, direi addirittura fisica, del partito, o quando alcune nostre lotte e obiettivi essenziali della nostra iniziativa politica rischiavano altrimenti di essere messi in crisi.



Non solo i partiti, ma anche le idee muoiono, possono morire, al contrario di quel che sostiene la retorica culturale prevalente. Non è vero che "se cade un compagno e a ogni compagno che cade dieci si rialzano, e l'idea che lui incarnava...". Credo invece che la storia sia fatta di assassinii di idee, attraverso l'assassinio del corpo collettivo delle organizzazioni politiche non meno che dell'assassinio delle persone fisiche. Ogni volta che siamo ricorsi a questa arma di lotta che abbiamo sempre definito l'estrema arma di lotta per un nonviolento è stato perché abbiamo dovuto fare i conti con problemi di vita, di esistenza, di sopravvivenza del partito, del significato e quindi della legittimità della sua presenza.



[...] Non ho moralismi nonviolenti. Ritengo al contrario che i più vicini, esistenzialmente e politicamente, a noi nonviolenti - se e quando sappiamo esserlo davvero - siano i violenti e non gli altri. Perché? Perché chi sceglie la nonviolenza sceglie l'illegalità della disobbedienza civile: sceglie di "dare corpo" al "no" di fronte alle leggi e agli ordini ingiusti: si mette in causa; usa fare violenza, con la propria nonviolenza, al meccanismo obbligato che lo Stato cerca di proporre. Il nonviolento rompe i piatti tutti i giorni. Rompe qualcosa di più delicato delle vetrine dei negozi e delle porte delle armerie, soprattutto se riesce a suggerire gli obiettivi e a fornire i mezzi e gli strumenti della lotta nonviolenta alle masse, alla generalità della gente. Quindi il violento ha in comune con noi quasi tutto l'essenziale, a parte la schizofrenia di ciascuno. Ma si può essere anche nonviolenti per schizofrenia o paranoia.



Si dice che il nonviolento, quando per esempio digiuna, accetta di far violenza a se stesso, ma anche il violento deve fare violenza a se stesso per far violenza, perché ritiene necessario rispondere con la violenza organizzata alla violenza delle istituzioni. E la vicinanza è addirittura drammatica; il nonviolento, se registra di volta in volta la sconfitta e l'insuccesso della propria teoria e della propria prassi, non è spinto a scegliere come alternativa la rinuncia, la rassegnazione e l'inerzia, ma è spinto a scegliere come alternativa - per disperazione - il ricorso alla violenza. Così, io credo, nella stessa maniera il violento, se riesce a liberarsi di questo carico enorme di mistificazione culturale totalitaria che privilegia la violenza, perché in termini ideologici la violenza del rivoluzionario è legittimata dall'ideologia dominante (appartiene all'ideologia di massa dominante, all'ideologia borghese, l'idea che alla violenza non si possa rispondere che con la violenza), se arriva a riflettere sulle eventuali sconfitte dei propri metodi e delle proprie lotte, può capire che oggi il punto massimo di forza rivoluzionaria è rappresentato dalla illegalità e dalla radicale diversità della provocazione e dell'azione nonviolenta.



[...] Lo ripeto una volta di più. Con la nostra nonviolenza Gandhi c'entra nulla o ben poco. Non c'entrano le "tradizioni" orientali. Caso mai è Gandhi che ha innestato in quelle lotte di liberazione i metodi di liberazione occidentale. Il proletario diventa tale, cessa di essere plebe, nel momento in cui scopre il fatto apparentemente gestuale, nonviolento di incrociare le braccia e di fermare la produzione, invece di ammazzare il padrone delle ferriere o il suo funzionario e di bruciare la fabbrica.



Marzo 1977

La nonviolenza è attiva

Intervista a Marco Pannella

[…] La nonviolenza politica, oggi, costituisce la forma più avanzata e integra della “tolleranza laica”, su cui si fonda la civiltà di una società e di uno Stato, se è tradotta nelle leggi e nei comportamenti della classe dirigente non meno che delle opposizioni storiche. Per un paio di secoli, dopo la rivoluzione borghese, contraddizioni spaventose hanno ferito la civiltà della tolleranza e della democrazia. In nome della dea ragione si è ucciso e massacrato, in nome delle nazioni e delle rivoluzioni si sono fatte guerre e carnai e si è anche pensato che tolleranza e violenza potessero e dovessero convivere, quando la violenza diventava di Stato o “rivoluzionaria”. Purtroppo la Chiesa cattolica, nei secoli, ha subito anch’essa, e in certi periodi ha imposto, massacri e violenze fra le più atroci. Nei processi stalinisti la matrice da “Inquisizione” (1) è facilmente riscontrabile.

La nonviolenza mette al centro della vita sociale la persona, il dialogo, come Socrate, non solamente come Gandhi. La nonviolenza presuppone il fatto che non esistono demoni, ma solo persone: e che la peggiore fra di esse, se aggredita con la forza della nonviolenza, che è sempre “aggressiva” al contrario dell’apparente mitezza del pacifismo, può corrispondere con quella parte di sé che è migliore…

La vera nonviolenza politica, per esempio, non ha nulla a che vedere con certe forme di sciopero della fame, come quelle dei militari irlandesi dell’IRA. Se non si vuole che la nonviolenza costituisca una forma di violenza, occorre usare la sue forme estreme, come quella appunto dello sciopero della fame, solamente per chiedere al potere, con fiducia, di attuare quello che ha promesso e che la legge stessa gli impone…

[…] Comunque la tolleranza, la civiltà laica deve temere come la peste uno Stato e leggi che pretendano di imporre valori etici e morali: il diritto positivo deve solamente garantire che nessuna morale individuale e collettiva si sviluppi ai danni di altri, faccia loro violenza.

Intervista di Milovan Erkic, giornalista di “Politcki Svet” (Belgrado)

Novembre 1988

(1) Tribunale medioevale della Chiesa cattolica contro gli eretici.