“No di Veltroni al “Partito Democratico” (Il Messaggero, 13 novembre 1999)

Di Radio Radicale - 18 settembre 2007

“No di Veltroni al “Partito democratico” (Il Messaggero, 13 novembre 1999)

di Nino Bertoloni Meli

«Togliamo di mezzo la parola “partito democratico”, genera solo equivoci e riflessi di identità», dice netto Walter Veltroni davanti a un’affollata platea, solo posti in piedi, convenuta nell’abside sconsacrata di Santa Lucia per rievocare i dieci anni della svolta della Bolognina. Al tavolo ci sono l’artefice della svolta, Achille Occhetto, che entra in sala con Veltroni, accolto da un lungo battimani; ci sono i cattolici Pietro Scoppola e Giovanni Bianchi, Arturo Parisi e Antonio La Forgia. In sala, in prima fila, Andreatta, Zani, Errani, Barbera, Pasquino, Petruccioli, Aureliana Alberici, De Angelis, VittorioProdi. Gli interventi vanno tutti a parare in una direzione: a dieci anni dalla Bolognina, è tempo ormai di «unire tutti i riformismi», la svolta occhettiana è servita a scongelare sigle, partiti e appartenenze, è il momento di confluire in un qualcosa che li possa mettere insieme. Questo qualcosa, gira e rigira, o viene chiamato “partito democratico” (La Forgia) o è qualcosa che gli somiglia molto: “primato della coalizione” per Bianchi del Ppi, “incontro tra le forze democratiche” per Scoppola. Parisi recupera «l’importanza dei trattini», spiega che «se in una coalizione la è a scadenza, i cittadini lo capiscono» e sposta le sue preferenze per «una casa in cui ospitare e far vivere la metà più uno degli elettori».

Il più esplicito è Occhetto. Per il fondatore del Pds, «rimane ancora aperto il problema di dar vita al partito che l’Italia non ha mai avuto». Per questo obiettivo, Occhetto lancia la proposta di una «Bolognina tre», il contenitore - spiega - non può più essere una sinistra autosufficente, «ormai in Italia la sinistra è sterile, non ha figli». L’invito è a dar vita a quel contenitore «che ci permetta di superare la nostra condizione di ex: ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani». Anche Bertinotti potrebbe aderire alla Bolognina tre?, gli chiedono. Akel, lo svoltista, non trattiene il sorriso e se ne esce con una delle sue: «Beh, se fa un triplo salto mortale e accetta la prima e la seconda Bolognina, perchè no?».

Occhetto cita esplicitamente D’Alema una sola volta, per ricordare che l’attuale premier fu il capofila dei malpancisti della svolta considerandola «una dura necessità anzichè un nuovo inizio», poi non lo cita ma pensa a lui quando attacca Togliatti come «il campione del primato della politica che piace tanto alle vecchie classi dirigenti dc e socialiste, ma che non ha più nulla da dirci». E poi, incalza Achille, «che convinzioni hanno mai alcuni dirigenti attuali dei Ds, che tengono insieme una interpretazione antistorica e calligrafica di Togliatti con il liberismo?».

Veltroni segue Akel solo fino a un certo punto. Il leader ds rivendica di essere stato tra i maggiori fautori del nuovo nome Pds, «mentre altri da fuori suggerivano, Craxi ad esempio, di chiamarci “partito comunista del socialismo democratico”». Ma per il resto, imposta la questione diversamente. Niente Partito Democratico, piuttosto la «doppia appartenenza», all’organizzazione e alla coalizione («cancellare la coalizione sarebbe la fossa della sinistra»).

Al progetto di unire i riformismi in una coalizione con un simbolo come fu nel 96 - spiega Veltroni - «ho sempre creduto e non l’abbandono». Ma niente fughe in avanti, e soprattutto niente giudizi ingenerosi verso chi la svolta comunque condivise. «E’ vero, Achille, c’erano compagni meno determinati di noi, ma se la svolta si è potuta fare è perchè si è riusciti a tenerli insieme». Veltroni non arretra di un millimetro dalla sua convinzione che «se la sinistra non si apre, non si contamina e non dialoga non ha futuro». E poi, ricorda, non si può solo ripartire dalla Bolognina, non si può restare fermi lì, tante cose sono cambiate, «una cosa fu l’atteggiamento dell’allora Pci sull’Irak, un altro sul Kosovo». «Gli abbiamo alzato la palla, ma invece di schiacciare le ha dato un buffetto», commentava Occhetto non proprio contrario.