Perché 10 milioni a Radio Radicale?

Pubblicato il 5 Ottobre 2006 da Michele Lembo

1975: manifesto di Radio Radicale1975: manifesto di Radio Radicale
Il servizio di trasmissione delle sedute parlamentari viene finanziato grazie alla Convenzione tra Ministero delle Comunicazioni e il Centro di Produzione Spa, società editrice di Radio Radicale. La convenzione prevede l'impegno da parte della concessionaria a trasmettere, nell'orario tra le ore 8.00 e le ore 21.00, almeno il 60% del numero annuo complessivo di ore dedicate dalle Camere alle sedute d'aula. Tali trasmissioni non possono essere interrotte, precedute e seguite, per un tempo di trenta minuti dal loro inizio e dalla loro fine, da annunci pubblicitari o politici. In questo modo, da molti anni, Radio Radicale assicura la pubblicità dei lavori del Parlamento italiano.

Fin dal 1976 Radio Radicale inizia a trasmette per intero e senza interruzioni e intermediazioni i lavori del parlamento italiano. Nel 1990, in seguito a una grave crisi finanziaria di Radio Radicale, si riesce a porre la questione del riconoscimento del carattere di servizio pubblico fornito dalla radio con la trasmissione delle sedute parlamentari. Con la proposta di un provvedimento ad hoc, già sottoscritto da 542 parlamentari, corrispondenti alla maggioranza assoluta del Parlamento, si chiedeva in quel momento di corrispondere all’emittente un contributo una tantum di 20 miliardi che riconoscesse “il servizio pubblico reso da Radio Radicale nei 14 anni di sua esistenza e che la metta nelle condizioni di poter entrare nel mercato delle convenzioni con enti locali, amministrazioni e con il Parlamento”. In quegli stessi giorni del 1990 il Parlamento italiano approvava quella che i giornali e le tv chiamarono la legge Mammì, di riordino generale del sistema radiotelevisivo, in cui all’articolo 24 si obbligava la RAI a predisporre “una rete radiofonica riservata esclusivamente a trasmissioni dedicate ai lavori parlamentari”. In questo modo il Parlamento riconosceva così implicitamente la natura di servizio pubblico della trasmissione delle sedute parlamentari. Poco dopo veniva approvata in sede legislativa dalla Commissione Trasporti del Senato la legge ad hoc che riconosceva Radio Radicale come impresa radiofonica privata che svolgeva attività di informazione di interesse generale e stanziava a suo favore 20 miliardi scaglionati in tre anni, come contributo “una tantum” per il servizio fino ad allora svolto.

Nell’ottobre del 1993, non avendo la Rai ancora provveduto alla costituzione della rete radiofonica dedicata al servizio delle dirette dal Parlamento, la Camera dei Deputati istituiva una Comitato tecnico per la comunicazione e l’informazione parlamentare, che impegnava ancora una volta il Governo a sollecitare la realizzazione della quarta rete radiofonica della Rai e, nelle more, a stipulare una convenzione con Radio Radicale.

A seguito di un’ulteriore sollecitazione da parte del Parlamento, che aveva approvato a grande maggioranza un ordine del giorno in tal senso, il 23 dicembre del 1993 il Governo Ciampi inseriva nel cosiddetto decreto “salva RAI” una disposizione con la quale veniva istituita la convenzione con un concessionario privato, da scegliere tramite gara, per la trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari, rinnovabile fino alla completa realizzazione da parte della Rai delle quarta rete radiofonica.

Alla gara, indetta nel 1994, partecipava soltanto Radio Radicale. La scelta del concessionario sarebbe dovuta essere effettuata sulla base di quattro criteri: a) lo svolgimento di precedenti attività di informazione di interesse generale; b) l’affidabilità tecnica della proposta; c) il minor contributo finanziario (a partire dal limite massimo di 10 miliardi annui); d) gli investimenti effettuati nel settore.

Radio Radicale di fatto figurava come unica possibile vincitrice della gara. Nella disposizione infatti, facendo esplicito rinvio alla “attività di informazione di interesse generale’, e cioè ad un’espressione ‘mutuata’ dall’art. 1 legge 7 agosto 1990 n. 230 che la riconosceva a quei soggetti imprenditoriali che avessero trasmesso quotidianamente propri programmi informativi su avvenimenti politici, o economici, o sociali, Radio Radicale appariva di fatto l’unica emittente in grado di rispondere ai requisiti richiesti. Inoltre, la cifra massima indicata dal bando, 10 miliardi, non venne ritenuta remunerativa da nessun’altra emittente, e sarebbe stata insufficiente per la stessa emittente radicale senza il concorso del finanziamento ricevuto in quanto organo della Lista Marco Pannella.

A dispetto di quanto scrivevano e a tutt’oggi scrivono alcuni giornali, questo aspetto della questione, e cioè il fatto che tutti gli altri network radiofonici nazionali non giudicarono remunerativo questo tipo di servizio pubblico, è fondamentale. Se Radio Radicale avesse deciso di introdurre spazi pubblicitari e modificare la propria politica editoriale e la strutturazione del proprio palinsesto, avrebbe potuto inserirsi a pieno titolo nel grande business della vendita degli spazi pubblicitari in cui tutte le radio, da ben prima del 1994, erano impegnate con guadagni molto più elevati di quelli ottenuti con la convenzione stabilita con il Ministero delle Comunicazioni (Qui i dati dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, relativi agli ultimi anni).

Nel 1997, con l’approssimarsi della scadenza della convenzione, Radio Radicale aveva avanzato alla Rai un’offerta di collaborazione triennale per la realizzazione della quarta rete radiofonica parlamentare. L’offerta venne rifiutata dalla Rai, che si dimostrava interessata all’acquisto delle sole frequenze, per un prezzo assai inferiore a quello giudicato economicamente ammissibile.

Nello stesso periodo, i radicali riuscivano a raccogliere ancora una volta un ampio schieramento parlamentare a difesa della propria emittente. Il 21 maggio del 1997 il Senato votava un ordine del giorno che chiedeva il rinnovo della convenzione con Radio Radicale fino alla creazione della rete parlamentare da parte della Rai. A dicembre, 560 parlamentari di tutti gli schieramenti politici sottoscrivevano un appello nel quale si chiedeva il rinnovo della convenzione per tre anni o quantomeno fino all’approvazione, prevista entro un anno, del Piano di assegnazione delle frequenze, che avrebbe dovuto concedere gratuitamente alla Rai le frequenze per la trasmissione delle sedute parlamentari. Il 17 dicembre tutti i capigruppo della Camera dei deputati sottoscrivevano un ordine del giorno che giudicava “un incomprensibile passo indietro” la realizzazione, a sette anni di distanza dall’approvazione della legge che la prevedeva, della quarta rete radiofonica della Rai dedicata alle sedute parlamentari. L’ordine del giorno, accolto dal Governo, impegnava l’esecutivo “ad individuare le vie economicamente meno onerose per la realizzazione di tali obiettivi, prima fra tutte quella del ricorso ad una convenzione con un concessionario” scelto attraverso una gara. Il 14 gennaio i senatori a vita Francesco Cossiga, Giovanni Agnelli, Giulio Andreotti, Carlo Bo, Norberto Bobbio e Giovanni Leone presentavano al Senato una mozione in cui si chiedeva di “considerare superato e decaduto” l’obbligo previsto dalla legge Mammì in capo alla Rai di dar vita alla rete radiofonica parlamentare e di rinnovare la convenzione con Radio Radicale fino alla data di decorrenza della nuova convenzione, che sarebbe dovuta essere stipulata a seguito di una gara “da realizzarsi nel pieno rispetto della normativa comunitaria e nazionale a tutela della concorrenza.

Il Governo presentava infine al Senato un disegno di legge che prevedeva l’affidamento del servizio di trasmissione delle sedute parlamentari tramite gara. Nel frattempo però, il Governo aveva concesso alla Rai l’autorizzazione a iniziare le trasmissioni di Gr Parlamento, la rete radiofonica dedicata alle sedute delle Camere, per cui il disegno di legge non poteva che prendere atto della situazione determinatasi. Dopo un serrato confronto politico, accompagnato da manifestazioni e forti iniziative nonviolente condotte dai radicali, il disegno di legge veniva approvato definitivamente l’11 luglio del 1998. Mentre la legge confermava “lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara” e nelle more rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore trienno, veniva mantenuto l’obbligo per la Rai di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all’entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni. Fino a quel momento infatti questi servizi si erano dimostrati del tutto al disotto delle specifiche ritenute minime per garantire effettivamente lo svolgimento del servizio pubblico, così come era stato invece assicurato da Radio Radicale.

Nel 2001 e successivamente nel 2004 la convenzione per Radio Radicale viene rinnovata con l’approvazione delle Leggi finanziarie.

Ad oggi le somme che si prospettano per l’eventuale rifinanziamento della convenzione per Radio Radicale, e cioè 10 milioni di Euro l’anno, sono da considerarsi, analogamente a quanto accadde nel 1994, non remunerative per gli altri network radiofonici, eventualmente interessati alla gara di assegnazione, se messi per tempo in condizioni di competere ad una eventuale gara di assegnazione per il servizio della tresmissione dei lavori parlamentari.

Secondo i dati diffusi dalla Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni i network che hanno una rete nazionale paragonabile per capacità di diffussione del segnale a quella di Radio Radicale sul territorio nazionale raccolgono somme dal 30% al 600% maggiori della somma che il ministero dispone per la prosecuzione dell’accordo con Radio Radicale. Solo per fare un esempio, sempre secondo quanto riportano i dati ufficiali dell’Autorità, Radio 24 ha raccolto con la vendita di spazi pubblicitari per l’anno 2004 (ultimo anno di cui sono disponibili i dati) 13,307 milioni di Euro; Rtl 102,5 ne ha raccolti 31,656, mentre Radio Deejay ne ha raccolti 64,912.

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