Perché antiproibizionista: non abbiamo specifici motivi di stima per chi fuma hashish, ma...

Non abbiamo motivi di specifica stima per chi fuma hascish. Riteniamo anzi vi siano orizzonti sufficientemente vasti, fisici e morali, da esplorare e percorrere, per non aver bisogno di evasioni o di altri “viaggi”. Moralmente, idealmente, dovremmo essere tutti capaci di rinunciare all’alcool, al tabacco, ai derivati della canapa indiana, ai tranquillanti, agli eccitanti, che una intossicazione pubblicitaria fanno consumare a fiumi. Eppure non lo facciamo. Moralmente condannabili, non siamo per questo arrestati, vilipesi, criminalizzati.

Ma le attuali persecuzioni conducono al rischio di un “flagello”; decine di migliaia di ragazzi criminalizzati, traumatizzati, segnati per tutta la vita dall’unica, cieca e ottusa violenza di tutto questo “affare”: quella delle istituzioni, del partito di regime.

Occorre difendersi. Attaccare. Per mio conto, non ho mai avuto occasione di fumare hascish, né intenzione, né necessità di farlo. Ma, dinanzi a questi crimini che ogni giorno mi vengono sbandierati come vittorie della moralità pubblica, non sono, non siamo disposti, con i miei amici e compagni del Partito radicale, ad assistere inerti. Non abbiamo, non vogliamo avere altra arma di lotta che quelle civili, nonviolente, rispettose degli altri, che solo possono prefigurare il tipo di società che vorremmo concorrere a edificare: sono quelle le azioni dirette contro le situazioni di ingiustizia delle leggi, della disobbedienza civile, dell’obiezione di coscienza. Le useremo.

Per questo dichiaro sin da ora che intendo, in un prossimo avvenire, fumare hascish almeno in una circostanza, pubblicamente, preavvertendone come devo e voglio le forze dell‘“ordine”. Inoltre, se non si sarà creata nel frattempo una campagna e una lotta politica per strappare migliaia di giovani al criminale comportamento attuale dello Stato, con altri compagni e amici che mai hanno in tal modo “fumato”, lo faremo in una pubblica e preannunciata azione di disubbidienza civile. Lo faremo nei luoghi più opportuni; negli alti luoghi della “moralità” pubblica, dello Stato, dinanzi a politici o magistrati perché ci abbiano a portata di mano, di manette e di coscienza.

Marco Pannella

(Il Messaggero, 16 gennaio 1973)