Piergiorgio Welby "Lasciatemi morire"

Pubblicato il 21 Dicembre 2006 da Diego Galli

Le parole di Piergiorgio Welby, tratte dal suo libro "Lasciatemi morire".

“Vorrei che i sogni perduti o abbandonati al mattino vicino al dentifricio, o quelli traditi per vigliaccheria o per calcolo cinico o per timore degli altri, ritrovassero la strada e rimanessero al mio fianco per farmi compagnia.

E vorrei morire all’alba insieme a loro”.

Piergiorgio Welby è l’autore della lettera al presidente della Repubblica in cui lo scorso settembre chiedeva di poter ottenere l’eutanasia, alla quale Giorgio Napolitano ha risposto così:

“Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento”.

Nel 1963 un medico gli disse: “non supererai i vent’anni”. Distrofia muscolare progressiva.

Attraversa gli anni Sessanta e Settanta viaggiando per l’Europa. Le droghe, la pittura e la lettura lo aiutano per un po’ a dimenticare il proprio destino. Non muore a vent’anni, ma la malattia procede inesorabile.

Il libro

La copertina del libro di Piero WelbyLa copertina del libro di Piero Welby

Welby online

Il forum “Eutanasia”

Il forum “Liberate il poeta che è in voi”

«Morire dev’essere come addormentarsi dopo l’amore, stanchi, tranquilli e con quel senso di stupore che pervade ogni cosa»

Da Il Calibano

Negli anni Ottanta vi è un ulteriore aggravamento; tento la disintossicazione col metadone. Funziona, ma non posso più camminare.

Incontro Mina, nativa dell’Alto Adige, durante un viaggio parrocchiale a Roma ed è un colpo di fulmine.

Mi sposo e aspetto la fine. Non arriva. Ma con l’aggravarsi della malattia, facciamo un patto: se avrò una crisi respiratoria non voglio che chiami soccorso e mi faccia ricoverare. Non voglio accettare la tracheostomia, un atto chirurgico cruento che mi renderebbe schiavo di un ventilatore polmonare.

Il 14 luglio 1997 altro aggravamento: insufficienza respiratoria, l’ultimo stadio della distrofia. Perdo i sensi, vado in coma. Mi risveglio nella rianimazione del Santo Spirito. Mina non è riuscita ad accettare di perdermi, l’ambulanza ha trovato tutti i semafori verdi, nessuna fila d’attesa al Pronto soccorso, ho subito l’intervento. Sono tracheostomizzato.

Oggi respiro con l’ausilio di un ventilatore polmonare Eole 3xO, mi nutro di un alimento artificiale (Pulmocare) e altri alimenti semiliquidi, parlo con l’ausilio di un computer e di un software”.

Nel 2002 apre sul forum del sito www.radicali.it una discussione intitolata “eutanasia”. Ad oggi conta più di 17.000 interventi. Nel 2005 viene eletto co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

Nel libro “Lasciatemi morire”, appena uscito in libreria per le edizioni Rizzoli, Piero sviscera la nuova e antichissima realtà della morte, usando versi di poesia e codici di legge, secoli di ricerca filosofica e mezz’ore di reparto rianimazione. Ma soprattutto rende evidente l’impossibilità, per lui e per le migliaia di persone nelle sue condizioni, di rimandare ulteriormente questa battaglia.

I brani che seguono sono tratti dal suo libro, e sono frammenti delle decine di interventi pubblicati da Piero Welby sui siti radicali e sul suo blog www.calibano.ilcannocchiale.it.

11 giugno 2002

Dio non mi ha mai ascoltato, mai. Nemmeno quando mio padre, distrutto dal tumore alla laringe, tentava di respirare ma i suoi sforzi si concludevano in un rantolo strozzato che nemmeno il cortisone riusciva più a calmare. E avevo chiesto a Dio di far cessare quel tormento, avevo implorato piangendo: «Dio fallo morire, fallo morire adesso». Che senso aveva quell’agonia?

Possibile che nessuno potesse far qualcosa per farla cessare? Mi ero chiesto, angosciato, se non esistesse un limite a quello che un uomo deve sopportare, ma neppure i medici mi avevano saputo rispondere. Il loro lavoro era quello di mantenere in vita chiunque il più a lungo possibile.

Anche Dio non mi aveva risposto, era rimasto chiuso nelle chiese, protetto nei conventi, aveva fatto lacrimare qualche Madonnina di gesso e aveva lasciato che i medici continuassero a portare avanti quell’assurdità.

Nemmeno la mia cagna aveva sofferto tanto. Quando il veterinario le aveva diagnosticato un tumore all’utero, le perdite di sangue erano diventate più copiose e aveva cominciato a rifiutare il cibo, le aveva fatto un’iniezione al torace, all’altezza del cuore e Diana era rimasta accoccolata tra le mie braccia, fino a quando un velo lattiginoso le aveva spento per sempre l’ambra dorata degli occhi.

«È morta, la lasci pure.»

La morte poteva anche non essere una cosa tanto terribile. Bastava impedirle di distruggere, in poco tempo, tutta una vita.

5 dicembre 2002

Una mattina di metà novembre risalivamo un canalone spazzato dalla tramontana. Il terreno ghiacciato scricchiolava a ogni passo, il vento gelido faceva lacrimare gli occhi e le mani erano rattrappite sul fucile, e stavo pensando a quei paesaggi fiamminghi di Rubens… Quando un fischio di mio padre mi riportò alla realtà. Diana era in ferma. Ci spostammo cautamente, cercando la posizione migliore… poi un frullo e due coppie di starne volarono da sotto il muso del cane. Mio padre abbatté in rapida successione la coppia che aveva piegato dalla sua parte. Io colpii la prima ma non riuscii a sparare alla seconda.

«Perché non hai sparato?»

«Non ho potuto muovere il dito.»

«Sarà il freddo…»

«No papà. È la distrofia.»

Mi prese la mano tra le sue e la frizionò con forza.

«Papà, sparami! Voglio morire in piedi e con il sole negli occhi… Non paralizzato in un letto.»

«Piero, questo non puoi chiedermelo… Tutto ma non questo.»

«Se non posso chiederlo a te a chi dovrei chiederlo?»

Mi abbracciò e disse: «Ti prometto che non morirai paralizzato in un letto».

Provai una sensazione indefinibile, una pace, una tranquilla serenità… Non avevo più paura del futuro!

Mio padre prese il pacchetto color ocra delle Aurora e mi passò la sigaretta accesa. Ci guardammo negli occhi.

«Hai visto la rimessa?»

«Sì, papà. S’è posata tra le ginestre giù nella piana.»

Perché chiesi a mio padre di uccidermi? Forse lo rite nevo responsabile del mio dramma e volevo punirlo o, forse, quello che cercavo era un gesto d’amore assoluto che andasse oltre l’immaginabile. O volevo solo legarlo al mio destino… Perché ad Alfredo e Piero non fu riservata la stessa sorte di Antonio e Alessandro?

Il caso, solo il caso… Complice il cielo azzurro, una sigaretta, lo sguardo di un cane… e una starna da ribattere.

L’uomo saggio vive finché deve

Alla fine di febbraio 2006 sono stati prosciolti la madre e il medico che hanno dato la morte al giovane tetraplegico Vincent Humbert.

I fatti: vittima di un gravissimo incidente d’auto, Vincent Humbert, diciannovenne, si sveglia dopo mesi di coma. È tetraplegico, muto e quasi cieco. Riesce a muovere solo il pollice e in questo modo dà dei segnali alla madre Marie, l’unica persona con cui comunica. E le chiede di poter morire.

Una vicenda che avrebbe ispirato Eschilo, Sofocle e Euripide, una «tragedia» che avrebbe dovuto culminare nella catarsi e liberare gli animi dalle passioni attraverso la compassione.

E che invece è stata metabolizzata dagli «organi» dell’informazione e offerta ai fruitori come se, sfrondata dagli inutili orpelli barocchi di una sofferenza che non ha risposte, si riducesse a un concetto solo: l’eutanasia è una battaglia ideologica dei sani, gridata sui giornali. Una battaglia di carta, abile a usare cinicamente le storie giuste.

Forse la «colpa» è del cristianesimo che, sottraendo la morte all’irreparabile dell’individualità che non torna per ridurla a peccato-morte-resurrezione, ha liquidato definitivamente il tragico. Oppure è il riflesso pavloviano di chi non vuole ammettere che l’eutanasia non è «una battaglia ideologica dei sani», ma una possibilità di cui gli uomini, o meglio «i mortali» (nel senso greco del termine) non possono fare a meno perché, come scrive Euripide nelle Troiane: «Il non nascere – dico – è uguale al morire, ma è meglio morire che vivere nel dolore».

Il filosofo latino Lucio Anneo Seneca scrive che «l’uomo saggio vive finché deve, non finché può», e forse questo ammonimento va girato alla medicina.

Come si dice a proposito della ricerca scientifica, non tutto quello che si può fare è lecito fare.

C’è la cronaca, a ricordarcelo. Per fortuna o purtroppo.

Do not resuscitate me

Ci sono domande che, come fiumi carsici, dopo essersi imposte all’attenzione dell’opinione pubblica per un accanimento mediatico che trascolora in un sospetto di voyeurismo, spariscono dalle prime pagine e dai Tg per sprofondare nel sottosuolo dell’indifferenza, dando l’illusione che abbiano avuto una risposta definitiva, o che il problema che esse ponevano sia stato risolto.

Naturalmente non è così. Quelle domande senza risposte continuano a popolare le notti e i giorni di chi non ha bisogno dell’attenzione interessata dei media per ricordare, perché quelle domande se le pone quotidianamente.

Una di queste domande alla quale, in Italia, ci si ostina a non voler dare una risposta è questa: «C’è un diritto alla morte così come c’è un diritto alla vita?».

Il professor Gadamer, noto filosofo morto all’età di 102 anni a Heidelberg il 14 marzo 2002, in una intervista rilasciata a Fermo, Palazzo dei Priori, il 10 aprile 1991 rispose: «Sì! Si ha questo diritto, perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile rispondere alla domanda. Nella prassi diviene però molto più difficile poi ché il morire, l’agonia stessa, è un lento paralizzarsi della libera possibilità di decidere in cui l’uomo vive come uomo consapevole e sano».

Il mistero è un salutare bagno di umiltà che ci riconsegna alla fauna dalla quale cerchiamo incessantemente di prendere le distanze. Una volta svelati tutti i misteri del cosmo resterebbe il più grande dei misteri: perché si nasce e si muore? c’è un senso nella vita? nella morte? Forse rifiutiamo di accettare la più semplice delle risposte: siamo elementi di un ciclo che si rinnova di struggendo. Chi ha creato il ciclo? Diceva un filosofo che è inutile porsi domande che non possono avere risposta

La morte, la grande assente

Sono un ricatto vivente, uno scomodo memento mori, sono la cattiva coscienza che agita i sonni, sono un ammonimento inquietante per un’umanità convinta di aver conquistato l’immortalità comprando una bustina di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all’anno, scopando con due preservativi infilati sull’uccello… insomma quella gente normale che ogni domenica, indossata un’Adidas, corre nei parchi cittadini. Un giro in più e un’altra manciata di anni è assi curata!

Poi arrivo io. E mentre gli rotolo davanti, con le braccia penzoloni e la testa cadente, il loro cuore accelera e anche la loro andatura. Ma la mia immagine gli resta nel cervello, imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzz… zzzz… zzz… e se capitasse a me cosa farei? Zzzzz… zzzz… come si può continuare a vivere in quelle condizioni? Zzzz… zzz… io non ci riuscirei mai. Zzzzz… zzzz… meglio un colpo di pistola! E rassicurati da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono dietro una siepe di mortella.

La morte, o meglio, la volontà di affrontare i problemi che accompagnano la fine della vita, è la grande assente dalle nostre coscienze. L’accanimento terapeutico è cosa che riguarda sempre qualcun altro, il coma è la tragedia che dà pathos a un serial, la perdita dell’autonomia e della dignità che ne consegue è una fisima da depressi… Protetti contro tutto ciò dalle nostre piccole immortalità quotidiane ci avviciniamo, impreparati, a un appuntamento che abbiamo sempre voluto ignorare.

La morte – il nulla, in fondo, non è che una metafora della morte – non è che la condizione della nostra vita, ciò che rende la nostra vita quello che è. È dunque anche la condizione del valore, è ciò che la fa preziosa. La fa preziosa proprio perché è effimera, perché è destinata a tramontare.

Che senso ha parlare di eutanasia mentre siamo impegnati a sconfiggere o circoscrivere un nuovo virus, o quando le tensioni sociali raggiungono livelli di guardia, o in un momento storico che vede venire al pettine tutti i nodi creati dal crollo del muro e dall’offensiva integralista-terrorista?

Perché un lavoratore, preoccupato dai cambiamenti del mercato del lavoro e dalle sfide della globalizzazione, dovrebbe fermarsi a riflettere sul diritto di un malato a essere aiutato a lasciare la vita senza dover vegetare in un limbo dove i termini morte e vita hanno perduto ogni senso comune? Questa ultima domandami riporta alla mente un simile quesito che la sinistra si poneva sul divorzio: “Cosa importa a un operaio del referendum sul divorzio?” Aveva torto, aveva torto perché oltre le battaglie sul lavoro, la casa, la scuola, la previdenza… oltre le mille necessità e aspirazioni, oltre i sogni e le speranze, i piani, oltre il nostro progettare e pianificare il futuro, oltre tutto ciò esiste il destino, il fato. Esiste la nostra fragilità che diventa il denominatore comune degli uomini.

Postille

Ci vorrebbero silenziosi, ci vorrebbero costringere in un ruolo che non ci appartiene, ma noi ci faremo sentire, parleremo con le impersonali voci sintetiche offerteci dalla tecnologia, chiederemo, chiederemo, chiederemo… fino a quando, se non l’assordante silenzio di Dio, cesserà almeno l’ingiustificabile silenzio dell’Uomo.

Com’è difficile vivere e morire in un Paese dove il Governo fa i miracoli e la Conferenza episcopale «fa» le leggi.

Personaggi: