Postfazione al libro "Chi ha paura di Beppe Grillo?",

Di Marco Pannella - 28 aprile 2008

Condivido, o apprezzo alla lettera tutte, proprio tutte le critiche e le polemiche contro Grillo riportate nel libro, dalle quali traggo un prezioso aiuto per meglio comprendere…me stesso, il tempo in cui sono immerso (e che naturalmente mi trascende) oltre che, in parte, Beppe.

Aggiungiamo che questo è stato il libro che, nottetempo, sono (in gran parte!) riuscito a leggere forse da mesi. Direi, dunque, una buona lettura!

E scrivere queste righe, fra l’una e l’altra fame di questo 2008, Primo Satyagraha Mondiale per la Pace, il Diritto e la Libertà, fa i conti con la mia arteriosclerosi probabile, sete e fame che la ravvivano e rianimano. Scrivere queste righe, dicevo, è obbligo di ri-conoscenza verso Emilio Targia, Edoardo Fleischner e Federica De Maria, non eludibile. L’assolvo, estendendolo anche al Beppe Grillo, con intenzione e convinzione.

Intanto, a proposito del libro e dei suoi autori: meriterebbero quasi di esser vissuti come il Virgilio, l’”autore”, la guida, dal Dante-Grillo nostro. Otto decimi del libro gli danno, infatti, dialogicamente, la parola, con cura di fedeltà e di mediazione positiva, rispettosamente grande ed intelligente. In questo caso, direi, la durata bergsoniana s’invera, è forma della cosa: ben tre anni di ricerca e di scoperta. Le parentesi “ostracistiche” che concorrono a questa durata non sono solo tali, ma contribuiscono strutturalmente alla conoscenza, alla compatta complessità dell’opera.

Dal libro, veniamo ora al mio Beppe quale cresciuto per me, in me e con me dopo questa buona lettura. Sulla sua singolarità pressoché assoluta, per ora non ammetto dubbi.

Per ora, cioè in questo momento di storia che ci attraversa e preme. Il suo essere singolare comporta che tutte le polemiche e le adorazioni e lo studio che qui abbiamo conosciuto si trasformano per me in meri connotati, per ora, della sua singolarità. L’unica volta che sono andato a vederlo e a sentirlo, nel “camerino” in cui mi recai (e fui ammesso!) per abbracciarlo, gli lanciai: “Sei una bestia, un mostro, un monstrum”. Latino a parte, l’Umberto Bossi padan-brianzolo e io, bastardo abruzzese-valaisan, siamo fra quanti potremmo essere ammessi alla sua stessa natura e specie animale. Bestiale.

Dunque Grillo, ora, lo conosco avendolo incontrato al massimo due volte in vita mia e sua. E la Rete pure, l’ho incontrata davvero due sole volte, quando cercavo di aiutare quell’altra bestia che è Roberto Cicciomessere a mettere alla luce e a far vivere Agorà-telematica radicale, nel 1988, e lo esortavo a immaginarla come occasione di aggregazione e di organizzazione di promozione nonviolenta degli hackers (allora chiamati “pirati”) per penetrarla, ragionevolmente disordinarla, fecondarla, con le nostre lotte e i nostri ideali, contaminarla.

La seconda volta quando convertimmo in “essere” gli “averi” radicali, Radio Radicale 2, un quarto di Radio Radicale e quel che ci restava di TeleRoma56/66, oltre, appunto, Agorà-telematica. Dopodichè della “Rete” non so più quasi nulla.

Di “mio”, grazie a questo libro, ho una sola essenziale convinzione a proposito della bestia, della quale è di già un monumento. Certo, vorrei anche saperne di più per comprendere se questo nostro imprenditore-impresario, oltre che proprietario, sia restato anche padrone della sua mostruosa creatura o si sia improvvisamente già tramutato, invece, in “dipendente” della baracca; del suo management, per esempio.

Certo, vorrei saperne di più – anche – su quale zona del suo cervello arrivi – se arriva – la conoscenza, la sintesi dell’evento quotidiano che porta il suo nome. Se arriva per e da milioni di altri, cioè dall’altro.

Ma il problema da risolvere, caro Beppegrillo, è proprio quello (come sostieni e hai ragione) della conoscenza. Paul Claudel, altra poderosa e ponderosa bestia poetica-poieutica, scriveva, nel suo francese, conaissance, invece di connaissance. Conoscenza come co-nascita del soggetto conoscente e dell’oggetto conosciuto ad una vita terza. Un nuovo soggetto, e nuovi – perché rinati e cresciuti – anche i due “genitori”.

Mettiamola diversamente: conoscenza come dia-logos, mai da un assoluto mono-logos. Conoscenza “dal basso” o orizzontale che tu voglia, è dialogo. Monologo è sempre dall’alto. Magari eccelso, stratosferico, inarrivato, ma pur sempre “alto”, vertice.

Per intenderci, vertice come quello che accade al libro caduto in maledette mani costituitesi in “custodi”, sacerdoti, vestali della “cosa rivelata”, ponendo così fine alla Rivelazione, alla Parola. Vedi, Beppe, per te la “Rete” sembra a volte sul punto di divenire LIBRO catturato, nelle tue Mani, e di altri che le abbiano come le tue, se non più potenti ancora. Di Grandi Fratelli (o Politburo, o Management) che ormai, dopo Orwell, esistono “nella misura in cui…”. Già! Quale sarà mai la “misura” della rete?

Tento una rispostine, esitante, balbettante: per te, e anche per me, è ricerca, conoscenza. Ma per tutti noi poveracci, quando ci accade di trovarci impotentiti, si cade in quella dell’ignoranza, della dismisura, del monologo. Un “alto” che è invece il banale inferno del mondo, del secolo…

Accidenti, non ho più un attimo, ho da correr via. Allora assiomi! Monologo = violenza, dissipazione, distruzione. Dialogo = nonviolenza, amore, fecondità. Ma guarda: caro Beppe, cosa accade al pur mio, anche lui, Giuliano Ferrara: racchiuso nel suo parossistico monologo, nel vortice dei suoi sofismi impazziti forse, “alti”, e monomaniaci, che, pur maledettamente tali, lo proclamano come rappresentanza di voci del e dal “basso”. E non sono invece che meri oggetti di una rappresentazione desolata. Beppe (ci ammoniscono carissimi “autori”, nostri autori) la tua singolarità deve essere sempre più viva per te e per noi. Per la “Rete” e la speranza e la minaccia che costituisce. Fai te ne prego tesoro di questo libro. Nel monologo si è nell’alto dal quale vertiginosamente ci si trova a precipitare. Angeli caduti?

Mannaggia, me ne devo annàaa.

Gioco, al solito, l’appena possibile contro l’altamente probabile. Dalla tua singolarità, dalla tua forza, da te, è indispensabile che tu tragga dialogo, non monologo, proposta, non protesta; che tu concepisca e non procrei a caso; non più rabbia, disprezzo, dissipazione e pura eliminazione dell’altro, del male che pur ci abita tutti, maledizione del Potere. Rischiamo di dargli corpo proprio noi, proprio tu, proprio la “Rete”. Corpo e quindi “anima”. Non smettere, tonro a pregartene, di ricercare conoscenza e coscienza e scienza, chiamala come vuoi. Senza dialogo, senza amore e forza delle e della verità (si chiama Satyagraha) si è soli; dentro, dove non v’è terra, ma altro vuoto ancora, abisso.

Dove non è permesso sbandare. E il mondo e la Rete, appunto, stanno sbandando. Che non tornino, non si torni, a sbandare.

Ti chiedo di darmi, di darci, una mano. Anzi, di darci la mano. Io, intanto, corro a firmare i tuoi referendum. L’ho già fatto, lo sai, in passato: erano quasi gli stessi, Non sono più le scemità di settembre.

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