Prova di forza per la secessione

Di Tommaso Di Francesco - 17 novembre 2007

Oggi elezioni-bomba in Kosovo. Votano gli albanesi, i serbi boicottano. Aspettando il vertice Onu del 10 dicembre.

Il Kosovo oggi va alle elezioni politiche e amministrative. Ma l’aspetto formale dell’appuntamento nasconde a malapena la prova di forza che la leadership albanese-kosovara vuole imporre, purtroppo autorizzata da molta parte della comunità internazionale. La scelta arriva infatti a bella posta poco prima del 10 dicembre, quando la trojka negoziale (Stati Uniti, Russia, Ue) dovrà fare rapporto sull’esito della dura mediazione tra serbi e albanesi-kosovari sullo status definitivo del Kosovo, dopo il fallimento del piano di indipendenza proposto dal mediatore Martti Ahtisaari, bocciato dai serbi e dalla Russia pronta al veto anche di fronte al probabile unilaterale riconoscimento statuale d’indipendenza promesso dagli Stati uniti. Washington a Urosevac ha costruito, nel disprezzo del diritto internazionale, la più grande base militare d’Europa, Camp Bondsteel. Le elezioni sono state autorizzate il 10 settembre dal rappresentante Onu a Pristina Joachim Rueker che ha consultato solo le autorità albanesi.

Alcune domande sono quindi d’obbligo. Sono possibili elezioni che vogliono essere un plebiscito per proclamare in modo unilaterale l’indipendenza (promessa solenne nei comizi conclusivi) proprio nella fase più delicata di una trattativa internazionale sullo status finale del Kosovo? In una situazione di stato d’emergenza che continua dal giugno-luglio 1999, dalla pace di Kumanovo, diventata Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che pose fine alla guerra dei raid aerei «umanitari» della Nato con l’ingresso delle truppe atlantiche a fronte della sovranità riconosciuta a Belgrado sulla provincia? Quella guerra era umanitaria, come proclamavano i leader occidentali, o serviva, come invece sembra oggi, per una secessione etnica? Che accadrà allora nei Balcani ancora in bilico? E inoltre, sono possibili elezioni di fronte alla mancanza degli standard di sicurezza, del rispetto delle minoranze, del metodo democratico e dei diritti umani? Condizioni che hanno visto, sotto gli occhi dell’amministrazione Unmik-Onu e dei 17mila militari della Kfor-Nato, una feroce contropulizia etnica con migliaia di vittime, 200mila serbi e altrettanti rom messi in fuga, 150 monasteri ortodossi rasi al suolo o incendiati e i serbi ridotti a vivere in un regime di apartheid, dietro fili spinati e in enclave?

A confermare la «legittimità» del voto sono arrivati gli osservatori internazionali: daranno l’ok, come quando quelli dell’Osce guidati dall’americano William Walker dopo la strage inventata di Racak se ne andarono nel marzo 1999 dalla missione che monitorava la regione, dando l’ok ai bombardamenti della Nato.

Eppure il voto non farà altro che approfondire il solco con i pochi serbi rimasti nelle enclave e soprattutto a Kosovska Mitrovica e con i religiosi rimasti a presidio dei monasteri, culla della storia e della cultura serba. Hanno deciso di non partecipare alle elezioni e di boicottarle perché diffidando della doppiezza che vede la scadenza di oggi mirata ad anticipare le scelte del 10 dicembre prossimo in Consiglio di sicurezza Onu.

Quasi scontati dunque i risultati, che annunciano comunque uno sconvolgimento del campo kosovaro-albanese. Le previsioni parlano di una perdita di consensi per la Lega democratica del Kosovo (Ldk) accreditata dai sondaggi al 29%. Dopo la morte, nel gennaio 2006, di Ibrahim Rugova, l’Ldk, alla quale appartiene il presidente della repubblica Fatmir Sejdiu, è precipitata nei consensi dopo essere stata oggetto di denunce per corruzione e soprattutto di una campagna di attentati e guerre di fazioni intestine legate all’ex Uck. Lo stesso Rugova è stato oggetto di un attentato. Vincerà probabilmente le elezioni il Partito democratico del Kosovo di Hashim Thaqi, ex leader politico dell’Uck, accreditato dai sondaggi al 31%.

«Se vinco, costruirò 300 chilometri di autostrade», promette Thaqi insistendo su un piano «autostradale» che colleghi le capitali albanesi (Tirana, Pristina, Tetovo-Skopje), senza timore di rappresentare quella Grande Albania il cui fulcro dovrebbe essere proprio il Kosovo. Thaqi approfitta anche del fatto che l’attuale premier Agim Ceku non si presenta. Ceku era diventato premier solo un anno e mezzo fa in sostituzione improvvisa di Ramush Haradinaj, nominato premier dall’allora presidente Rugova nonostante l’annunciata incriminazione da parte del Tribunale dell’Aja. Dove infatti viene ora processato per stragi ai danni di serbi e rom commesse nel 1998 - a dimostrazione che la pulizia etnica era dell’una e dell’altra parte. Carla Del Ponte, non tenera con i serbi, ha definito Ramush Haradinay, capo militare dell’Uck, «un macellaio in divisa» e ha chiesto che non venisse candidato. Invece è capolista del suo partito, Alleanza per il futuro. Le sue gigantografie pendono sulle piazze della Drenica.

Potrebbe uscirne una «grande coalizione per l’indipendenza». Una cosa è certa. Sia per Ceku - l’ha scritto anche sul Wall Street Journal - che per il probabile vincitore Thaqi il parlamento che verrà eletto oggi sarà «quello che proclamerà l’indipendenza del Kosovo, anche con un gesto unilaterale». Si fa strada anche la Nuova alleanza Kosovo (Akr) del miliardario con passaporto svizzero Bejet Pacolli - forse più prudente sui tempi della promessa indipendenza - molto famoso nonostante la sua doppia frequentazione di americani e russi (alleati della Serbia), che promette lavoro e soldi e che potrebbe diventare l’ago della bilancia nelle trattative per il governo.

Per la Banca Mondiale il 40% degli abitanti del Kosovo sopravvive con meno di due dollari al giorno. Il crimine organizzato e la corruzione dilagano: il Kosovo secondo gli organismi investigativi internazionali è la «zona franca» dei traffici mafiosi est-ovest. Conta solo sugli «aiuti» internazionali. Ma il tasso di disoccupazione sfiora il 50% nonostante il fiume di denaro passato attraverso l’Unmik-Onu.