Quelle voci libere che non si può far tacere

Di Giorgio Ferrari - 24 luglio 2008

E quasi una sorpresa, ma in Italia - a dispetto di quello che si potrebbe pensare - esiste una stampa scomoda.

Scomoda per il manovratore, scomoda perché viene difficilmente a patti con il potere. No, non pensate subito a quel quotidiano che allestisce grandi campagne civili, né a quellaltro che non perdona la minima svista al governo in carica. I giornali scomodi siamo noi, quelli apparentemente deboli, quelli non profit, quelli gestiti da una fondazione o da una cooperativa. Quelli cioè che non appartengono ai famosi poteri forti, quelli ai quali non è possibile alzare il telefono e chiamare il sottosegretario delegato all'Editoria (ma è ancora d'uopo la maiuscola?) e convincerlo nel giro di pochi secondi a cambiare registro. Perché è così che probabilmente è andata - ma forse non cera bisogno neanche di questo - per le testate dei grandi gruppi quotati in Borsa, come il Corriere della sera, La Repubblica, Il Sole-24 Ore, la casa editrice Mondadori, che continueranno a beneficiare della loro grossa fetta dei 305 milioni di contributi indiretti nonostante la scure del governo stia per abbattersi in ragione di 87 milioni per il 2009 e 100 milioni per il 2010 sui contributi diretti. Quelli cioè che consentono a testate come il manifesto di continuare a sopravvivere e ad altri 26 quotidiani di continuare ad uscire in edicola, a 12 organi di partito di sventolare i propri vessilli, a 13 periodici legati a movimenti politici di proseguire la propria attività, a una galassia di piccole emittenti con la vistosa eccezione (uno scandalo, in tutti i sensi) dello specialissimo riguardo riservato a Radio Radicale - di poter trasmettere e a tanta stampa locale di continuare ad esistere.

L’iniziativa farà forse contenti i seguaci di Beppe Grillo e i volonterosi qualunquisti che

irridono ogni forma di politica e di informazione. In realtà non c`è da gioire per nulla. Se, nonostante le delegazioni ricevute a Palazzo Chigi anche ieri, il provvedimento verrà mantenuto intatto pure al Senato, il nostro Paese da domani sarà un po’ meno libero e molte voci si spegneranno. Ma non quelle quotate in Borsa, in ossequio a un’idea del liberismo cara ad Adam Smith e alla mano invisibile del mercato, concezione valida forse nel tardo Settecento e alla vigilia

della rivoluzione industriale ma profondamente superata oggi: basta vedere come proprio in questi giorni il presidente Bush è costretto a salvare dal disastro due banche pubbliche.

Nessuno invece sembra voler salvare queste cento piccole voci, di destra e di sinistra, progressiste e conservatrici, semplicemente di idee. Prolisse e ripetitive a volte, stentoree e retoriche certe altre, ma pur sempre voci libere, che qualcuno continua ad ascoltare, che per qualcuno (ma sono moltissimi, lo sappiamo) continuano ad essere la voce.

Chi è così stupido da volerle sopprimere? E davvero essere quotati in Borsa è un salvacondotto per la libertà di stampa? A queste due domande sembrerebbe di dover rispondere sì. Ma noi ci vogliamo illudere che non sarà così, che sia solo un abbaglio estivo, una lieve eclisse della ragione. E se ve lo state chiedendo, la risposta è sì, ci siamo dentro anche noi, anche Avvenire cadrebbe sotto questa scure. Ma non è per noi soltanto che alziamo la voce. Noi sopravviveremmo, se pure a fatica e con qualche ridimensionamento, tanti altri invece no. Ed è a nome di tutti che parliamo.

Fonti: