Quell'elogio del giornalismo

Di Furio Colombo - 30 ottobre 2007

Lucia Annunziata, editoriali­sta de La Stampa e già diretto­re del Tg3, non ascolta Radio Radicale. E un peccato, e poiché la stimo, la prego di farlo e le spiego il perché.

Varie volte al giorno quella radio trasmette uno spot in cui due at­tori interpretano rispettivamen­te Bruno Vespa, il noto condutto­re di Porta a Porta, e Salvo Sottile, il noto assistente di Gianfranco Fini. Le voci sono teatrali ma le parole sono tratte dai verbali giudiziari. È la famosa telefonata, di­ventata pietra miliare nelle scuo­le di comunicazione (perfetto esempio di ciò che non si fa), in cui i due iscritti all’ordine dei giornalisti italiani discutono sul come creare intorno a Fini, allo­ra ministro degli Esteri del gover­no Berlusconi, la migliore, la più adatta e favorevole trasmissione possibile.

Il conduttore offre amichevol­mente tutti gli aggiustamenti immaginabili, finché, attraver­so il portavoce Sottile, il mini­stro Fini (che, ci viene detto dai due, sta assistendo alla conversazione) accetta la composizio­ne del gruppo «come un vestito tagliato su misura» (parole di Vespa).

Ho parlato diffusamente dello spot di Radio Radicale perché ha il merito di avere racchiuso in alcune battute, rigorosamen­te vere, un’intera epoca del gior­nalismo italiano. E l’epoca de­scritta dall”Economist, da Der Spiegel, dallo Zeit, da Indro Montanelli, quando ci ha rac­contato come e perché ha la­sciato la direzione del Giornale, da Enzo Biagi quando ha ricevu­to la celebre raccomandata con ricevuta di ritorno perché accu­sato di «giornalismo crimino­so».

Storie passate? Certo, per fortu­na. Ma non è passato il conflit­to di interessi. Sarà noioso ricordarlo, ma la vasta proprietà Berlusconi non è insediata nel campo dell’alluminio o dell’ottica (in quelle dimensioni una simile ricchezza a disposizione di un politico che guida assalti quotidiani a un governo fareb­be paura comunque) ma sta proprio al centro di tutti i tipi di comunicazione italiana e, in parte, anche europea. Dunque, nel nostro Paese il potere, un potere molto pesante, è seduto sul giornalismo. Tutto ciò è una replica a quan­to Lucia Annunziata ha scritto - con vigore indignato - contro le poche e precise affermazioni sui media fatte da Walter Veltroni a Milano nel suo discorso di investitura. Riassumo le paro­le di Veltroni con quel tanto di parzialità che i lettori mi ricono­scono: «Oggi è importante per un leader politico andare poco in televisione perché si entra in un paesaggio alterato in cui fai solo spettacolo». Veltroni ha anche accennato alla stampa scritta che monta intorno a ogni evento un “prima” e un “dopo” (anticipazioni e retro­scena) che portano qualsiasi no­tizia e qualunque dichiarazio­ne nella direzione voluta di vol­ta in volta, a piacere. Lucia Annunziata sa tutto questo perché ha fatto la giornali­sta in America, ha studiato gior­nalismo ad Harvard. In Usa ha imparato perché, nei mesi scor­si, i direttori di due grandi gior­nali, il New York Times e il Los Angeles Times, hanno chiesto scusa ai lettori per avere diffuso come vere notizie preparate da centri politici non giornalistici. Lucia Annunziata lo sa perché conosce la vicenda di Judith Miller, l’autorevole notista poli­tica del New York Times che ha lavorato a una lunga campa­gna di disinformazione attra­verso il suo giornale ignaro (no­tizie false ricevute da una fonte ritenuta ineccepibile) finché la brutta vicenda è stata rivelata non da inchieste giornalistiche ma da un’inchiesta giudiziaria. Per questo, con stima e rispet­to, mi sento di ritenere priva di fondamento (e - ho appena di­mostrato - non solo nella vita giornalistica italiana) la frase fi­nale dell’articolo domenicale di Lucia Annunziata: «Nella re­cente ondata di antipolitica è stata messa in discussione la cre­dibilità dei politici, non dei me­dia. Ed è attraverso i media che in questi mesi di tensione le éli­te di questo Paese stanno tenendo aperta una linea di contatto coni cittadini».

Saranno i retroscena abili e gu­stosi di Augusto Minzolini, sarà Porta a Porta e i tanti program­mi simili, a garantire questo contatto? E ancora: potrebbe es­serci un disordine così intenso e anarcoide nel rapporto fra cit­tadini e politica senza il ruolo at­tivo e interessato di televisioni e giornali che stanno al gioco o conducono il gioco? Infine: ac­cade tutto ciò per un periodo così prolungato nelle democra­zie su cui non grava un gigante­sco conflitto di interessi nel cuo­re del sistema delle comunica­zioni?

Fonti: