Radio Radicale, i buoni costi della democrazia - Lettera

Di Federico Orlando - 29 ottobre 2009

Europa

Cara Europa, mi capita, girando la manopola del mio apparecchietto radio, di ascoltare ferventi dichiarazioni di politici d’ogni partito in difesa di Radio radicale: che, se ho capito bene, avrebbe sul capo la spada di Damocle delle legge finanziaria, dove non ne è più previsto il finanziamento. Quando ci sono problemi simili di finanziamento pubblico, io sono sempre in dubbio su cosa debba prevalere, se le ragioni del pluralismo o quelle del mercato. E voi, che mi pare siate attestati sulla sintesi delle due ragioni, cosa pensate nel caso specifico?

LORENZO DI LELLA, ROMA

Noi pensiamo, caro Di Lella, che non è il caso di inseguire idee platoniche o, come avrebbe detto il mio amato Benedetto Croce, caciocavalli appesi. Perciò, evitiamo di parlarne (fra l’altro: di cosa dovrei parlare, del mercato come dovrebbe essere o del mercato com’è, coi suoi monopoli pubblici e privati, i suoi oligopoli, le sue concentrazioni, le sue truffe alla concorrenza, le sue corporazioni e mancate liberalizzazioni, le sue illegalità, la sua prepotenza sugli operatori più piccoli o meno difesi?).

Comunque, nel caso specifico, sto con le ragioni del pluralismo, che tra l’altro è, se realizzato, uno dei pochi veri fattori liberali del mercato. Quindi sì al sostegno coi soldi dello stato, cioè coi soldi nostri di contribuenti e fruitori di servizi. Radio radicale è un servizio pubblico, è convenzionata per trasmissioni dalle sedi pubbliche: parlamentari, giudiziarie, costituzionali, partitiche, culturali, sindacali, associative, giornalistiche nazionali e internazionali (pensi alle panoramiche sulla stampa estera, alle inchieste sulle grandi aree geopolitiche, al risveglio del mattino con “Stampa e regime”, che è la prima colazione di chiunque abbia rispetto per sé e per i problemi della comunità in cui vive). In più, come radio privata diffonde sensibilità per questioni delicate – carceri, diritti civili, bioetica, immigrazione –, che non si ritrova in altre emittenti, magari ricche anche di canzonette, di oscenità, di tutto il calcio minuto per minuto, e via ragliando. Questioni di minoranza? Forse, ma sono il sale di quella insipida minestra che sarebbe altrimenti la vita del gregge in società. E poi, vorrei dirlo senza offendere nessuno, ma in omaggio alla sincerità che è uno dei doni concessi a chi vive in minoranza: c’è una differenza, che si coglie a fior di pelle, con le imitazioni pubbliche di Radio radicale. Si dice: che bisogno ha lo stato di convenzionarsi con quella radio, se ha la Rai, con tanto di radio parlamento o altre rubriche specializzate? La differenza, caro Di Lella, l’ha fatta rilevare implicitamente un grande giornalista della Rai, Sergio Zavoli, oggi presidente della commissione parlamentare di indirizzo e vigilanza, quando qualche giorno ha ha convocato i dirigenti di radio parlamento. Ne è venuta una bocciatura della metodologia, dello smalto, insomma della sostanza e della forma di quel servizio pubblico. E non perché i suoi giornalisti siano meno bravi dei giovani leoni di Radio radicale, ma perché sono inquadrati in un ente paragovernativo, condizionati dalle telefonate, con le ali tarpate. Ai governi non piace chi vola, piace chi striscia. Gli ascoltatori non sempre la pensano come i governanti e gli ascolti cadono.

C’è infine un’ultima ragione, la più importante, per battersi a favore di Radio radicale anche se non si condividono le idee del partito di cui porta il nome: il giorno in cui quella voce tacesse, avremmo un ulteriore degrado della democrazia; sarebbe incentivata l’estraneità della gente alla politica. Che sia proprio questo un obbiettivo di regime lo so, ma perché dovrebbe essere anche obbiettivo di quanti, comunque votino, il regime non lo vogliono?

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