Roubini: nella globalizzazione i governi devono avere un ruolo

Di Federico Fubini - 9 marzo 2008

MILANO - Nouriel Roubini e Giulio Tremonti si ricorderanno bene l’uno dell’altro: due anni fa a Davos si scontrarono con un’ asprezza di rado vista su quella passerella delle élite finanziarie globali. Allora il punto d’ attrito era la tenuta dell’ Italia, oggi potrebbe essere il modo in cui l’ Europa deve reagire alla concorrenza asiatica. Potrebbe, perché ancora una volta i due non sono d’ accordo; eppure anche Roubini, economista della New York University e animatore del sito web Rge Monitor, riconosce che nell’ ascesa della Cina esistono per l’ Italia e altri dei costi e non solo dividendi sociali. Tremonti, liberal-conservatore e candidato ministro dell’ Economia in Italia, chiama lo Stato a difesa dei perdenti della globalizzazione. Che ne pensa? «I governi in effetti hanno un ruolo in una fase di trasformazioni radicali come questa. Possono garantire una nuova formazione a chi perde il posto a causa della concorrenza cinese o vietnamita, ma anche assegni di disoccupazione di tipo nuovo per assecondare la transizione fra due posti di lavoro. Il welfare deve riconoscere la nuova realtà globale». Lo stesso vale per il fisco? «Sicuramente sì. Si può riflettere a creare maggiore equità fra chi in un Paese è beneficiario della globalizzazione, magari perché svolge un’ attività valorizzata dall’ integrazione nell’ economia internazionale, e chi invece ne è penalizzato». C’ è chi pensa anche a un pò di protezione commerciale, magari dazi. Rientrano fra le misure da prendere? «Qui non sono d’ accordo. Qualunque forma di distorsione del commercio è una cattiva idea, fatalmente destinata a condurre a seri contraccolpi nelle relazioni internazionali. La storia insegna che queste misure sono sempre state dannose o peggio e l’ apertura al contrario alla lunga ha sempre portato benefici per tutti». Intanto l’ Europa importa anche molta inflazione, per il rincaro delle materie prime legato alla domanda asiatica. «Bè se si vuole evitare un aumento dei listini, l’ ultima cosa da fare è alzare barriere. I dazi aumentano le pressioni inflazioniste, perché alzano il prezzo dei beni importati come una sorta di tassa sui consumatori. A danno in primo luogo dei bassi redditi: senza i supermercati Wal-Mart, che produce il 90% della merce in Cina, il potere d’ acquisto degli operai americani sarebbe più basso». Ma Tremonti non è solo: Obama, Hillary e McCain da mesi flirtano in modi diversi con la tentazione di difendersi dalla Cina o dal Messico. Il protezionismo è bipartisan? «Forse. Certo non è sorprendente in questa fase. L’ America è in una grave recessione, nella quale la stessa stabilità finanziaria del sistema è seriamente minacciata. L’ Europa si avvia verso una brusca frenata della crescita e il cambio fra euro e dollaro sopra quota 1,50 torna a mettere in luce i problemi dei paesi poco competitivi. È normale ora sentire certi appelli». A Pechino una valuta manipolata a scopi commerciali, nel Golfo fondi sovrani, in Russia colossi di Stato come Gazprom. La preoccupa questo nuovo attivismo dei governi? «In base alle norme del Fondo monetario internazionale, un Paese può scegliere il regime di cambio che desidera. Se poi mantiene la sua moneta troppo debole per troppo tempo, subirà un aumento d’ inflazione e una conseguente caduta di competitività. Non si scappa. Quanto ai soggetti a controllo pubblico, i nostri Paesi hanno già tutti i mezzi e le leggi per difendersi dagli investimenti opachi. Ma non discriminiamo un soggetto in base a chi lo controlla».