Salviamo Radio Radicale

Di Valentina Ascione - 23 ottobre 2009

Gli Altri

Chi fa il nostro mestiere difficilmente può fare a meno dell’appuntamento mattutino con la rassegna stampa di Radio Radicale. Chi vuole avere un’informazione aggiornata e puntuale sui lavori parlamentari non può non conoscere questa storica emittente che dal 1976 fa delle notizie la sua unica fonte di vita. Eppure Radio Radicale è costretta a lanciare un Sos. Perché i fondi che le permettono di vivere, una convenzione con il ministero dello Sviluppo Economico di 10 milioni di euro lordi in tre anni, non sono ancora stati rinnovati. Per questo motivo ieri i Radicali e il direttore della Radio hanno tenuto una conferenza stampa. «C’è un clima positivo, ma la situazione è ingarbugliata e sul Senato abbiamo qualche pregiudizio» ha detto Emma Bonino. Un appello che ha subito prodotto un emendamento ad hoc alla Finanziaria firmato da 202 senatori. Finalmente una mossa bipartisan a favore di una testata giornalistica. Quando il pluralismo dell’informazione è sotto attacco come adesso, il Paese al 49esimo posto nel Mondo per la libertà di stampa non può permettersi di perdere pure Radio Radicale.

Non oscurare il servizio pubblico di Radio Radicale. E’ l’appello lanciato da Emma Bonino e Marco Pannella che in queste ore raccoglie adesioni e sostegno bipartisan. La storica emittente, che dal 1976 trasmette i lavori del Parlamento, i congressi di tutti i partiti, processi e altri eventi tra i più disparati, rischia infatti un forte ridimensionamento, se non addirittura la chiusura, se non sarà rinnovata la convenzione triennale tra il Ministero dello Sviluppo Economico e il Centro di produzione Spa, assicurata dal 1994. Dieci milioni di curo lordi per tre anni a Radio Radicale perché con la legge 230 del 1990 è stata riconosciuta come “impresa radiofonica che svolge attività di informazione di interesse generale”. Generale al punto che 203 senatori di tutti gli gruppi parlamentari hanno sottoscritto l’emendamento alla legge Finanziaria per il rinnovo della convenzione, nel quale si indica la copertura per gli anni 2010, 2011 e 2012. Una misura che i radicali hanno voluto adottare in via preventiva perché, nono- stante i contatti rassicuranti avuti col ministro Scajola, nel testo della Finanziaria uscito dal Consiglio dei ministri, e ora all’esame di Palazzo Madama, non c’e’ menzione circa la convenzione Radio Radicale. “Per quanto riguarda il Senato abbiamo qualche pregiudizio, visti i casi celebri del ’comma Fuda’ (una modifica alla finanziaria del 2007 sconosciuta ai ministri competenti, n.d.r) o degli otto senatori regolarmente eletti nel 2006 ma ai quali non e’ stato attribuito poi il seggio”, hanno spiegato ieri Bobino e Pannella in una conferenza stampa alla Camera; ‘c’e’ una predisposizione positiva da parte dell’esecutivo, ma la situazione si è un po’ ingarbugliata, per questo abbiamo presentato l’emendamento”, ha precisato la vicepresidente del Senato. A siglare l’emendamento a prima firma Germontani del PdL, l’intera pattuglia del Partito Democratico a Palazzo Madama capeggiata da Anna Finocchiaro (unica eccezione la teodem Baio Dossi), i senatori a vita Rita Levi Montalcini, Francesco Cossiga ed Emilio Colombo, e decine di senatori di tutti gli schieramenti, tra cui il vicepresidente Domenico Nania (PdL), il leghista Fabio Rizzi, i capigruppo Giampiero D’Alia (Udc), Felice Belisario (IdV) e Giovanni Pistorio (Misto). Anche i tre candidati alle segreteria del Partito Democratico Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino hanno fatto per una volta fronte comune in difesa dell’emittente, riconoscendole un importante ruolo di servizio pubblico e di garanzia di trasparenza e informazione. Una funzione che però qualcuno ritiene superflua in quanto già svolta dal Gr Parlamento. L’anno scorso il senatore Alessio Butti, capogruppo del Popolo delle Libertà in Commissione di Vigilanza, aveva interrogato sulla vicenda il Ministro per lo Sviluppo Economico, mentre mercoledì ha ricordato in una lettera ai colleghi del PdL le proprie perplessità, osservando che finanziare l’emittente significherebbe mantenere un “doppione”. Un’osservazione che però il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin e il direttore del Centro di produzione Paolo Chiarelli smentiscono a suon di numeri : 225 impianti di diffusione terrestre, contro i 152 dell’emittente Rai; una copertura che si estende per il 70 per cento del territorio nazionale, raggiungendo l’85 per cento della popolazione, e un ascolto medio giornaliero di mezzo milione di persone: dato, quest’ultimo, non comparabile perché gli ascolti di Gr Parlamento non sono monitorati. Insomma, “Radio Radicale non avrà grande appeal: non ha musica, non ha quiz, non ha intrattenimento, ma svolge un servizio di ventiquattro ore al giorno, a garanzia del pluralismo e che non è la duplicazione di nessuno”, chiosa Bordin. Chi in questo momento difficile sta facendo sentire con più forza il proprio affetto verso la radio sono gli stessi ascoltatori - fedelissimi o occasionali, radicali e non - che a centinaia si sono stretti intorno a Bordin e alla redazione, sottoscrivendo a centinaia in poche ore l’appello “Perché viva Radio Radicale”, sul sito radioradicale.it. Testimonianze che prescindono dall’appartenenza politica ma anche dall’età, a suffragio di quanto dichiarato da Marco Pannella, secondo il quale “da tre generazioni non vi è stata e non vi è, nella stessa classe dirigente, un qualche membro di una famiglia che non si sia formato, o che non abbia convissuto, anche con Radio Radicale”. Un ascoltatore d’eccezione, inoltre, aveva già lanciato il proprio personale appello al governo dalle colonne de Il Foglio, ieri mattina: “se mi tolgono Radio radicale non mi restano che le benzodiazepine fra le tre di notte e le sette e trenta di mattina. Siamo in tanti ridotti così, noi del posto fisso, malati in un letto o detenuti a domicilio. Se non si vuole rendere giustizia a un eccellente servizio pubblico, si voti almeno un emendamento umanitario”, firmato Adriano Sofri.

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