09 SET 2002

Affari Costituzionali e Giustizia: Seguito discussione del Ddl Cirami - seduta del 9 settembre 2002

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 6 ore 44 min

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Modifiche agli articoli 45, 46, 47, 48 e 49 del codice di procedura penale. .

Registrazione audio di "Affari Costituzionali e Giustizia: Seguito discussione del Ddl Cirami - seduta del 9 settembre 2002", registrato lunedì 9 settembre 2002 alle 00:00.

La registrazione audio ha una durata di 6 ore e 44 minuti.
  • Luciano Violante (DS-U)

    Luciano Violante (DS-U) richiama l'attenzione delle Commissioni su una serie di problemi di carattere costituzionale, processuale e ordinamentale che il provvedimento in discussione solleva. Osserva innanzitutto che il testo approvato dal Senato è sostanzialmente diverso da quello originario presentato dal senatore Cirami, che si limitava ad introdurre nella formulazione dell'articolo 45 del codice di procedura penale l'espressione «per legittimo sospetto», lasciando immutata la previsione relativa ai casi di sicurezza e di ordine pubblico motivati da ragioni locali incidenti sulla libertà di determinazione. Ritiene in proposito che le modifiche apportate possano alimentare incertezze interpretative poiché, a fronte dell'eliminazione dell'inciso relativo alla libertà di determinazione del giudice, si potrebbe essere indotti a pensare che il legittimo sospetto sia connesso casualmente alle situazioni di sicurezza e di incolumità pubblica. <br>Rileva inoltre che l'originaria proposta di legge Cirami non interveniva su tutto l'assetto della rimessione, lasciando invariata la normativa relativa alla efficacia degli atti già compiuti; il testo in esame, invece, modifica radicalmente tutto il sistema della rimessione, con l'eliminazione della graduazione dei fatti relativi alla sicurezza e all'incolumità pubblica, aprendo la strada ad una serie di dubbi interpretativi. Ricorda, in proposito, che nella direttiva n. 17 della legge delega n. 81 del 1987 per l'emanazione del nuovo codice di procedura penale si parlava di gravi situazioni; questo profilo è stato invece escluso dal testo in esame, così determinando una contraddizione con la volontà di rendere attuale la delega del codice di procedura penale. Nel merito, rileva che le gravi situazioni sono quelle eccezionali e che, nel momento in cui non viene contemperata la qualificazione di «gravi», viene ad essere preso in considerazione ogni tipo di apparente turbativa dell'ordine pubblico. <br>Ricordato che l'istituto della rimessione era già previsto nel vecchio codice del 1930, laddove all'articolo 55 si stabiliva che per gravi motivi di ordine pubblico o per legittimo sospetto era possibile rimettere l'istruzione o il giudizio ad altro giudice, osserva che negli anni settanta la Corte di cassazione aveva più volte invocato una maggiore chiarezza sul concetto di legittimo sospetto, in relazione anche alla distinzione che doveva esserci tra i casi di rimessione e le ipotesi di ricusazione; ciò nonostante, nella direttiva n.17 della legge di delega del 1987 fu mantenuto il concetto di legittimo sospetto, rinviando al legislatore delegato il compito della sua definizione. Il problema di fondo - che emerse all'epoca nel corso della discussione della legge di delega in Commissione - era legato all'esigenza di specificare l'influenza sulla libertà di determinazione delle parti del processo. Nello specifico non è individuato il caso del giudice che sia gravato di avversione ideale, ideologica o politica nei confronti della parte. In proposito, richiama l'attenzione sul fatto che si è di fronte ad una vera e propria ipotesi di ricusazione e non di rimessione: se il giudice è politicamente prevenuto nei confronti dell'accusato e della parte offesa si è infatti nel campo della ricusazione, istituto peraltro già previsto. Tuttavia, se un giudice o un collegio siano ritenuti privi dei necessari requisiti di terzietà ed imparzialità, non si possono spostare tutti i processi in altra sede come se tale sospetto gravasse su tutti i giudici che operano in quella sede. <br>In merito al problema della definizione del concetto di legittimo sospetto, osserva che tale istituto è ristretto tra i casi di turbativa della libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo e i casi di ricusazione. Il provvedimento in esame cancella il concetto di libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo, sostituendolo con quello di legittimo sospetto: tale operazione lascia un margine di discrezionalità eccessivamente ampio alla Corte di cassazione, al limite della costituzionalità. Infatti, esiste una garanzia costituzionale, che è un diritto delle parti, al giudice naturale precostituito per legge, la cui determinazione non può essere affidata a criteri arbitrari, mentre la formula proposta si presta invece a questo rischio. Osserva, in proposito che, in tutti i casi in cui si ricorra a criteri arbitrari per definire un giudice, si viola il dettato, per un verso, dell'articolo 25 della Costituzione e, per altro verso, quello dell'articolo 111 della Costituzione laddove si fa riferimento al giudice terzo ed imparziale. <br>Quanto all'effetto sospensivo della richiesta di rimessione, di cui all'articolo 1, comma 3, della proposta di legge, sostitutivo dell'articolo 47 del codice di procedura penale, ricorda che la sentenza del 1996 della Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l'ultima parte del vecchio articolo 47. Inoltre, attribuire effetti sospensivi alla presentazione dell'istanza senza alcuna valutazione di merito, a fronte anche della reiterabilità delle istanze, significa ledere il principio della ragionevole durata del processo di cui all'articolo 111 della Costituzione. Il problema riguarda la validità degli atti compiuti nel frattempo; su questo punto potrebbe decidere la Corte di cassazione. Infatti, attribuire un effetto sospensivo automatico alla presentazione dell'istanza significherebbe consentire alle parti un enorme potere di influire sui tempi del processo, con una violazione del principio costituzionale della ragionevole durata dei processi. <br>Un altro problema delicato riguarda gli effetti della sospensione del processo sulla prescrizione e sulla durata della custodia cautelare. Posto che all'articolo 47 si stabilisce l'applicazione dell'articolo 159 del codice penale, ciò significa che il decorso della prescrizione è sospeso nel momento in cui matura la causa della sospensione; nulla però si dice a proposito del termine finale della sospensione, che potrebbe essere individuato nel momento della pronuncia della Corte di cassazione o in quello del riavvio del nuovo processo. Ritiene pertanto grave che si lasci incerto questo termine, con la possibilità di dubbi interpretativi e conflitti. <br>Non è chiaro inoltre l'effetto sui termini della custodia cautelare, laddove si stabilisce che i termini previsti dall'articolo 303 sono sospesi, quando la richiesta di rimessione è proposta dall'imputato, dal momento della presentazione della richiesta fino a che non sia intervenuta la decisione. Osserva in proposito che, nel caso in cui l'istanza di rimessione fosse accolta, i termini diventerebbero abbastanza lunghi. Inoltre si pone un problema in ordine al decorso dei termini di custodia cautelare specie con riferimento alle parti che non hanno sollevato l'istanza. Anche il riferimento alle disposizioni contenute nell'articolo 304 appare abbastanza rischioso, non comprendendosi che interesse potrebbe avere un coimputato detenuto, che si ritenga innocente, a chiedere la separazione del procedimento perché si proceda nei suoi confronti rapidamente piuttosto che aspettare che siano sospesi i termini di custodia cautelare. <br>L'articolo 48 presenta poi problemi delicati dal punto di vista processuale, essendo stata soppressa la norma che consentiva alla Corte di cassazione di assumere le opportune informazioni: ebbene, pur decidendo in udienza pubblica, non è detto che il procuratore generale presso la Corte di cassazione conosca tutte le questioni. A questo proposito riterrebbe opportuno recepire il contenuto di una delle proposte presentate dai deputati dell'opposizione, prevedendo che il pubblico ministero sia informato dei fatti, affinché ci sia un bilanciamento ed una piena consapevolezza da parte della Cassazione. <br>Un passaggio delicato è inoltre rappresentato dalla cancellazione, di cui al terzo comma dell'articolo 48 in esame, della facoltà per il giudice di dichiarare, con ordinanza, se e in quale parte gli atti già compiuti conservino efficacia. Nulla si dice, nel momento in cui viene accolta l'istanza di rimessione, sugli atti che conservano validità; è dell'avviso che l'incertezza sulla validità degli atti compiuti rappresenti una forma di irresponsabilità da parte del Parlamento. Richiama l'attenzione delle Commissioni sulla possibilità che l'istanza di rimessione venga sollevata in grado di appello in base ad un fatto verificatosi nel giudizio di primo grado: in proposito si chiede se la sentenza potrebbe essere caducata o meno. <br>Sottolinea un altro aspetto che presenta profili di incostituzionalità, riguardante l'applicazione delle norme in discussione ai processi in corso. Posto che il giudice naturale è quello determinato senza arbitrarietà e che il concetto di legittimo sospetto renderebbe invece arbitrari i casi di trasferimento del giudice, ritiene grave l'applicazione di questa normativa ai processi in corso, in quanto si determinerebbe una violazione dell'articolo 25 della Costituzione che fa riferimento al giudice naturale precostituito per legge. Osserva in proposito che una delle grandi questioni del rapporto tra potere politico e giustizia è la determinazione di altro giudice quando il giudice che processa un esponente del potere politico non sia gradito allo stesso. Oggi il principio del giudice naturale di cui all'articolo 25 della Costituzione è rafforzato dall'articolo 111 della Costituzione: costituire per legge un altro giudice dopo l'inizio del processo significa violare il principio della terzietà e della imparzialità del giudice. <br>Ribadisce che una parte della conflittualità tra potere politico e magistratura è sostanzialmente individuabile nella indeterminatezza di una serie di disposizioni interpretate diversamente a seconda delle convenienze degli uni e degli altri: configurare una situazione di incertezza significa lasciare spazio alla polemica ed al conflitto. <br>Oltre che per le gravi lacune contenute nel testo in esame, dichiara la propria contrarietà alla proposta di legge approvata dal Senato per una ragione di carattere politico: la norma incide innanzitutto sulla professione dell'avvocato, che pure deve essere indipendente rispetto alle parti. Nel momento in cui si configurano profili processuali che favoriscono non la difesa tecnica e professionale nel processo, ma la difesa politica e antagonista dal processo si snatura la professione stessa dell'avvocato. <br>Richiamandosi infine alla proposta avanzata dal professor Conso, di sospendere la discussione parlamentare della proposta di legge in esame e, nei confronti dei giudici di Milano, di sospendere i loro accertamenti in attesa che si pronunci la Corte costituzionale, preannuncia la presentazione di una richiesta di sospensione della discussione in attesa delle determinazioni della Corte, posto che si è di fronte non ad una legge astratta, ma ad una legge personale e particolare, che serve ad ostacolare il corso di determinati processi. <br>Preannuncia quindi la presentazione di una proposta di sospensione dell'esame dei provvedimenti in discussione, prevedendo una serie di hearing sulle vere problematiche della giustizia che gravano sul paese, posto che la competitività del sistema produttivo italiano è in gran parte frenata anche dalla lentezza della giustizia civile. <br>Indice degli interventi<br>La seduta comincia alle 10h05<br>Presidenza del Presidente <strong>Donato Bruno</strong><br>
    0:00 Durata: 25 min 46 sec
  • Carlo Taormina (FI)

    Carlo Taormina (FI) esprime un giudizio positivo sulla proposta di legge in esame, posto che si tratta di un testo che risponde - contrariamente a quanto sostenuto dal deputato Violante - ad una esigenza avvertita da tutti i cittadini. Il Parlamento pertanto sta legiferando in modo corretto su una questione di carattere generale ed astratto che riguarda la materia processuale.<br>Richiamandosi alla proposta avanzata dal professor Conso, ritiene che la stessa vada respinta non perché si condivida l'opinione secondo cui si tenderebbe ad avallare un privilegio rispetto a determinati processi, sacrificandone altri, ma perché è necessario riaffermare il primato del Parlamento: rinviare la discussione significherebbe incidere sull'autonomia del Parlamento. <br>Si dichiara altresì contrario anche alla proposta, avanzata dal deputato Violante, di sospendere l'esame del provvedimento in attesa di una pronuncia della Corte costituzionale, che è organo di garanzia, volto a stabilire la costituzionalità o meno delle leggi approvate dal Parlamento, ma non ad esercitare un ruolo di supplenza; nel caso specifico, ritiene che l'eventuale supplenza sarebbe addirittura venata di prevaricazione. <br>Riconosciuto che le circostanze nelle quali si discute del legittimo sospetto rischiano di pregiudicare l'esatta comprensione degli intenti perseguiti dalla proposta di legge, ritiene che la distinzione tra la naturalità del giudice e il diritto a non essere distolti dal cosiddetto giudice naturale siano concetti superati attraverso l'evoluzione precisa e puntuale operata dalla Corte costituzionale tra la fine degli anni sessanta ed il decennio successivo. Ricorda in proposito che la Corte costituzionale aveva interpretato la naturalità del giudice non solo come garanzia dell'immutabilità della giurisdizione e che si ritenne di dover prendere in considerazione situazioni di carattere strettamente processuale, dando luogo ad un'ampia revisione dell'ordinamento giudiziario. Il concetto della immutabilità della giurisdizione è stato tuttavia rivisitato negli anni ottanta dalla Corte costituzionale, che ha ridefinito il principio del giudice naturale, basandolo prevalentemente sul principio costituzionale dell'ambito organizzatorio, cioè sulla disciplina delle competenze. <br>Il codice di procedura penale del 1989 porta i segni dell'innovazione che si è verificata sia all'articolo 33, sulla capacità del giudice (che è diventata un mero fatto terminologico, posto che i vizi relativi alla stessa non comportano alcuna conseguenza sul piano sanzionatorio processuale), sia all'articolo 45, che risente della riduttività dell'interpretazione della delega. <br>Si sofferma quindi sull'articolo 111 della Costituzione che, attraverso il riferimento alla terzietà e all'imparzialità del giudice, in origine ricondotta allo schema del giudice naturale, sancisce un principio finalmente autonomo. Ritiene pertanto necessario garantire fino in fondo il principio della terzietà, anche con la previsione dell'istituto del legittimo sospetto, ritenuto una delle causali attraverso le quali osservare e controllare l'esistenza della terzietà e dell'imparzialità, tenuto conto della grande eccezionalità che all'istituto è stata conferita nell'applicazione pratica. <br>In tale contesto ritiene condivisibile la proposta di legge n. 3110, presentata dal deputato Fanfani, nella parte in cui, in aggiunta alla previsione stabilita nella proposta di legge Cirami, contiene la previsione di «situazioni attuali, gravi e concrete capaci di menomare l'imparzialità e la serenità funzionale del giudice e tali da compromettere la corretta amministrazione della giustizia». Tale proposta può ben operare come criterio interpretativo valido ed efficace nella individuazione delle situazioni riconducibili al legittimo sospetto. In riferimento all'osservazione formulata dal deputato Violante sul problema della costituzionalità sotto il profilo della tipicità dell'istituto, sottolinea che non si è nel campo penale bensì in quello del diritto processuale penale, nel quale la tipicità non opera allo stesso modo. Ritiene necessario tenere presente l'esigenza del giusto processo e cioè l'esigenza di considerare non solo situazioni di pregiudizio ma anche situazioni tipicamente prognostiche rispetto alle quali anche le circostanze di pericolo, a causa dell'importanza della posta in gioco - cioè l'imparzialità della giurisdizione -, devono essere messe in conto per «diagnosticare» un'ipotesi di legittimo sospetto. <br>Nell'esprimere condivisione sulla regolamentazione della sospensione, ai sensi del novellato articolo 47 del codice di procedura penale, osserva che la formulazione adottata consente di contemperare le esigenze di funzionamento e di funzionalità con quella di imparzialità della giurisdizione. <br>In merito alla sospensione di carattere facoltativo disposta dal giudice di merito, sottolinea che tale valutazione rappresenta di per sé un atto di fiducia significativo nei confronti del «giudice sospetto». Quanto alla sospensione obbligatoria, rileva l'esistenza di due distinte problematiche attinenti, rispettivamente, al tema della sospensione della discussione in funzione della decisione e a quello della preclusione all'esercizio concreto della giurisdizione ai fini dell'emanazione della sentenza. Nel sottolineare come il provvedimento in esame dia puntuale attuazione sia alla sentenza della Corte costituzionale n. 353 del 1996 sia all'ordinanza n. 9 del 1997, ricorda che la Suprema Corte ha stabilito il principio secondo cui la preclusione all'esercizio della giurisdizione, con l'emanazione della sentenza, non ha certamente necessità di essere applicata nel caso di una richiesta di rimessione avanzata per la prima volta, mentre non opera in presenza di una reiterazione. <br>Infine, riguardo alla questione della validità degli atti affrontata nelle proposte di legge Fanfani e Bonito, osserva che l'articolo 511 del codice di procedura penale fa riferimento ad atti assunti nella piena validità delle forme processuali, laddove la normativa in esame afferisce a situazioni affette in partenza da invalidità perché assunte dal «giudice sospetto». <br>
    0:25 Durata: 34 min 13 sec
  • Gianclaudio Bressa (MARGH-U)

    Gianclaudio Bressa (MARGH-U) sottolinea preliminarmente la rilevanza della discussione in corso, che va oltre il merito del provvedimento in esame, poiché finisce con l'interessare una questione costituzionale fondamentale: quella del ruolo del Parlamento legislatore rispetto ai diritti ed alle libertà fondamentali sanciti dalla Costituzione. <br>Richiama quindi le valutazioni espresse dal Presidente Casini il 3 settembre scorso, con particolare riferimento all'«esigenza di una soluzione della materia particolarmente approfondita non solo dal punto di vista del merito, ma anche da quello della Costituzione che deve essere inteso come un elemento essenziale dell'esame in sede referente». A tale riguardo, ricorda che, presso l'altro ramo del Parlamento, il Presidente Pera ha ammesso il voto segreto, motivandolo con un riferimento indiretto all'articolo 25 della Costituzione e che, secondo l'articolo 72 della Costituzione, la normale procedura di esame e di approvazione diretta da parte delle Camere è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale. <br>La proposta di legge C. 3102 è particolarmente delicata non solo sotto il profilo della procedura penale, ma anche perché pone una questione estremamente delicata dal punto di vista della cultura giuridica e istituzionale del nostro paese. Richiamate le vicende processuali che hanno preceduto la presentazione della proposta di legge e il successivo iter parlamentare al Senato, sottolinea gli aspetti di incostituzionalità «culturale» del provvedimento, rispetto ai valori democratici e liberali che caratterizzano il livello di civiltà di un popolo. Si sofferma, in particolare, sul principio di cui al primo comma dell'articolo 25 della Costituzione, secondo cui «nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge». La dottrina e buona parte della giurisprudenza costituzionale hanno accreditato una lettura intransigente di tale previsione, volta a valorizzare la doppia valenza garantistica nei confronti delle parti processuali e dello stesso giudice, che si vorrebbe mettere al riparo, specie in periodi di forti contrapposizioni politiche all'interno della magistratura, da tentativi di sottrazione dei procedimenti. Nel sottolineare come la giurisprudenza della Corte costituzionale in questi anni si sia mossa lungo la direzione di un bilanciamento con altri principi o esigenze costituzionalmente rilevanti, ritiene che occorra in ogni caso salvaguardare la continuità e la speditezza della funzione giurisdizionale, l'indipendenza e l'imparzialità del giudizio, nonché la coerenza e la completezza nell'esercizio del potere giuridizionale. Ritiene pertanto possibile tale bilanciamento, a condizione che siano salvaguardati altri interessi costituzionali e che la discrezionalità sia ridotta al minimo. <br>Con riferimento al tema della rimessione del processo nel nuovo codice di procedura penale, osserva come la commissione ministeriale che si è occupata di tali questioni si sia scrupolosamente attenuta ai principi ed alle regole richiamati. A tale riguardo, richiama i contenuti di un articolo del professor Caprioli, con il quale si è sostenuto che la nuova disciplina dei presupposti della rimessione fa segnare un progresso rispetto alla precedente, sulla via dell'adeguamento al principio del giudice naturale; ciò sia per maggiore determinatezza delle fattispecie che legittimano la traslazione del processo, sia per la loro riconducibilità ad interessi di rango costituzionale. <br>Ritiene che sia possibile conciliare tale affermazione con l'eccezione di costituzionalità sollevata dalla difesa degli onorevoli Previti e Berlusconi, relativa alla mancanza del legittimo sospetto come causa di rimessione del processo. Risulta infatti evidente, sulla base della lettura dei lavori preparatori all'origine del nuovo codice di procedura penale, che il legittimo sospetto non è scomparso dal codice, ma che è stato sostituito dalla libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo pregiudicata da «gravi situazioni locali», secondo una formula più rigorosa nel rispetto del primo comma dell'articolo 25 della Costituzione. Si tratta, come risulta dalla relazione conclusiva della commissione Pisapia, di una scelta meditata, tale da recuperare integralmente tutti i criteri elaborati dalla giurisprudenza nell'interpretazione del codice e segnalati dalla Cassazione nel suo parere. <br>Atteso che il legittimo sospetto è stato unicamente ridefinito, resta la possibilità di riscriverne la definizione senza tuttavia sostituirla con una affermazione più generica e discrezionale. Si può infatti derogare dal principio del giudice naturale unicamente sulla base di un criterio di sottrazione fissato dalla legge e non affidato alla discrezionalità del giudice. <br>Con riferimento alla previsione del comma 3 della proposta di legge C. 3102, secondo cui non può essere pronunciato il decreto che dispone il giudizio o la sentenza fino a che non sia intervenuta l'ordinanza che dichiara inammissibile o rigetta la richiesta, ricorda che tale previsione ripropone la lettera dell'articolo 47, comma 1, del codice di procedura penale, di cui è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale con la sentenza n. 353 del 1996, anticipando l'orientamento che il Parlamento avrebbe espresso nel 1999 con la modifica dell'articolo 111 della Costituzione. <br>Al di là di ogni tentativo compiuto dal relatore Anedda di dimostrare la costituzionalità della proposta di legge C. 3102, osserva che la pronuncia di incostituzionalità trova ragione non solo nella riscontrata violazione del canone della razionalità delle norme processuali, attraverso un esplicito riferimento all'articolo 3 della Costituzione, ma anche nella possibilità che l'applicazione della disciplina conduca alla paralisi del procedimento, compromettendo il bene costituzionale dell'efficienza del processo; tale valore finisce poi per coincidere con la necessaria attitudine del sistema processuale a conseguire, attraverso opportuni meccanismi, l'accertamento dei fatti e delle responsabilità, nel rispetto delle fondamentali garanzie. <br>Richiamato l'orientamento espresso dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 460 del 1995, circa l'esigenza di non sottovalutare la possibilità di un uso distorto della riproposizione delle richieste di rimessione a fini dilatori e l'obbligo per il giudice di merito di fermarsi alle soglie della sentenza, osserva che, nell'analisi dell'intera giurisprudenza costituzionale, la Corte non ha mai giustificato la sospensione del processo prima dello svolgimento delle conclusioni e delle discussioni. <br>Circa la volontà di tale organo di impedire la paralisi dell'attività processuale, si può sostenere che, se avesse voluto colpire solo gli abusi derivanti da una richiesta reiterata di rimessione, lo avrebbe esplicitato, dichiarando l'illegittimità del divieto ex articolo 47, comma 1, solo nelle ipotesi di rimessione nascenti da una richiesta reiterata dallo stesso imputato, in forza dell'articolo 49, comma 2, così da salvare la disposizione impugnata nell'ipotesi di presentazione per la prima volta della suddetta richiesta. Ritiene che la Corte non abbia proceduto in tal senso perché, nei casi di procedimenti a carico di diversi imputati, si potrebbe verificare una richiesta di rimessione a catena, con il risultato di bloccare lo sviluppo del processo verso la sua naturale conclusione. <br>La proposta di legge n. 3102, lungi dal porre rimedio a tale rischio, rappresenta una «ghiottissima» occasione di paralisi processuale. Sottolinea quindi l'illogicità delle argomentazioni portate dal relatore Anedda laddove ha inteso leggere le sentenze alla luce delle successive ordinanze n. 376 del 1996 e n. 5 del 1997. Se infatti l'intento della Corte è quello di tutelare il valore costituzionale dell'efficienza del processo, diventa impensabile che con una seconda pronuncia, e per di più in via interpretativa, possano essere ridotti gli effetti di una sentenza precedente, consentendo in tal modo di configurare come costituzionalmente legittime azioni destinate a produrre la paralisi dell'attività processuale. <br>L'insieme di tali considerazioni giustifica la richiesta di modificare la proposta di legge C. 3102, al fine di non porre il Parlamento nelle condizioni di approvare un testo di legge contenente una norma dichiarata incostituzionale, essendo pendente dinnanzi alla Corte costituzionale una questione di legittimità costituzionale sulla stessa materia in cui si legifera. In tal modo, si compirebbe un atto di spregio della funzione di garanzia della Corte, da cui la stessa trae una specifica legittimità democratica. <br>La situazione venutasi a creare sembra configurare un conflitto politico tra Corte costituzionale e Parlamento, fino ad oggi mai verificatosi ed oggetto di interesse in termini astratti solo da parte della dottrina. A tale riguardo, richiama le autorevoli valutazioni di Crisafulli e Mortati e ritiene necessario richiamarsi alla nostra cultura giuridica che considera la Costituzione un'organizzazione di poteri funzionale alla garanzia dei diritti fondamentali. <br>Ritiene che questo Parlamento abbia oggi la responsabilità di scrivere una pagina importantissima della storia parlamentare e costituzionale del paese. Auspica pertanto che le modifiche prospettate non vengano introdotte, per non doverne pagare poi le conseguenze sul piano dei rapporti e delle garanzie istituzionali. <p>Donato Bruno, presidente, alla luce delle numerose richieste a parlare finora preannunciate, ritiene che in sede di ufficio di presidenza occorrerà valutare l'opportunità di una riduzione dei tempi d'intervento. <p>Piero Ruzzante (DS-U), attesa la momentanea assenza del rappresentante del Governo, ritiene che la seduta debba essere sospesa.<p>Donato Bruno, presidente, fornisce assicurazioni circa il carattere del tutto temporaneo dell'assenza dell'aula del sottosegretario Santelli. <br>
    0:59 Durata: 31 min 21 sec
  • Giuseppe Fanfani (MARGH-U)

    Giuseppe Fanfani (MARGH-U) condivide preliminarmente le valutazioni espresse dal deputato Violante, in particolare sulla necessità di un ampliamento dei tempi di discussione per consentire una riflessione più approfondita della materia. Ritiene infatti inaccettabile continuare a discutere di questioni giuridiche in maniera frammentaria, in funzione di interessi settoriali che non danno lustro all'attività ed al prestigio del Parlamento. <br>Entrando nel merito della proposta di legge C. 3102, rileva in primo luogo l'esigenza di fare chiarezza sulla materia con riferimento a taluni aspetti connessi alla formulazione dell'articolo 45 del codice di procedura penale da parte dei redattori del nuovo codice. In secondo luogo, evidenzia i pericoli sottesi alla proposta di legge C. 3102, contrariamente a quanto affermato da coloro i quali la ritengono un testo «sacro» e immutabile. <br>La dizione «legittimo sospetto», ormai datata, risulta incomprensibile per la gente comune ed è espressione di una cultura aristocratica e quasi «monastica» del lessico giuridico. Ritiene che tale definizione, nella sua genericità, si limiti a descrivere gli effetti e non la causa, che consiste proprio in una situazione ambientale che non consente ad un organo che voglia essere libero, ordinato ed indipendente di giudicare correttamente. <br>Nel richiamare, quindi, i contenuti della relazione predisposta dalla commissione Pisapia, esprime condivisione per le considerazioni espresse dal presidente Violante, il quale ha richiamato l'attenzione delle Commissioni sul fatto che, in realtà, il concetto di legittimo sospetto è stato trasfuso nella dizione attuale dell'articolo 45 del codice di procedura penale. Ritiene che la dizione «legittimo sospetto» non possa essere reintrodotta poiché tutti gli organi della giurisdizione chiamati a decidere su questa fattispecie, ivi compreso il Parlamento, hanno ritenuto che la formula fosse antiquata e generica. Per tali ragioni, ha ritenuto di recepire nella sua proposta di legge, in particolare, il contenuto della prima parte della sentenza della Corte costituzionale n. 1412 del 1978, recuperando tra l'altro il riferimento, espunto dalla proposta di legge C. 3102, alla libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo. <br>Precisa, inoltre, di avere fatto riferimento a situazioni attuali, gravi e concrete al fine di non dilatare in modo eccessivo la possibilità di utilizzo di questa norma e di rispondere ad un criterio di garanzia: si tratta, infatti, degli stessi termini che vengono utilizzati negli articoli 274 e 275 del codice di procedura penale per garantire l'imputato in funzione del provvedimento cautelare. <br>Soffermandosi sulla proposta di legge C. 3102, sottolinea che essa comporta pericoli reali per il corretto funzionamento della giustizia: ad esempio, tale provvedimento prevede la sospensione del processo necessariamente prima della pronuncia della sentenza, recuperando l'originale dizione del codice di procedura penale dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale. Osservato che la sospensione obbligatoria, la prescrizione, il termine di durata massima della custodia cautelare e la possibilità di riproporre all'infinito le istanze generano una miscela esplosiva che il legislatore ha il dovere di evitare, evidenzia come, in base alla proposta C. 3102, la sospensione del processo implichi una nuova decorrenza della prescrizione nel momento stesso in cui la Cassazione pronuncia l'ordinanza. Tale impostazione comporterebbero il rischio di rimettere in libertà molti delinquenti; sarebbe infatti sufficiente presentare l'istanza di sospensione del processo per dilatare enormemente i tempi del giudizio, aprendo così la strada ad una serie infinita di abusi. La questione diventa ancora più grave nel caso in cui la Corte di cassazione decida di trasferire il processo ad altro giudice; la proposta di legge C. 3102 ha infatti eliminato la parte dell'articolo 48 che consentiva al giudice di decidere quali atti già compiuti nel procedimento conservassero efficacia dopo la remissione. Rilevato che, sotto questo profilo, la norma appare incostituzionale per difetto di delega, evidenzia come nel testo in esame l'imputato rimesso dinanzi ad un nuovo giudice designato conservi tutti i diritti che avrebbe avuto dinanzi al precedente giudice, in più con la facoltà di richiedere la rinnovazione di tutto il dibattimento ai sensi dell'articolo 525 del codice di procedura penale. In tal modo si configura una prescrizione garantita per tutti, con effetti fortemente dilatori dei processi. <br>In merito alla necessità di consentire al giudice di primo grado di emettere comunque sentenza ovvero di imporre legislativamente la sospensione del processo, manifesta alcuni dubbi sulla posizione espressa dalla Corte costituzionale, soprattutto per quanto riguarda le sentenze passate in giudicato i cui effetti potrebbero essere dichiarati inefficaci. Esprime inoltre forti perplessità riguardo ai provvedimenti concernenti le libertà personali collegati alla pronuncia di primo grado, evidenziando, nel contempo, i possibili effetti mediatici sulla pronuncia della Corte di cassazione chiamata a decidere quando i magistrati di merito si sono pronunciati. Sottolinea, infine, le conseguenze morali gravissime di una tale impostazione su un soggetto che sia stato condannato e sia assolto in seconda istanza, in seguito al trasferimento del processo in altro luogo. Ricordato che la Corte di cassazione si è costantemente pronunciata nel senso che il giudice a quo non possa esprimere un giudizio di ammissibilità su un provvedimento delegittimante la propria funzione, ritiene opportuno verificare se sia possibile rimettere alla Corte di cassazione l'effettuazione di uno screening preliminare che potrebbe concretizzarsi nel giudizio di non manifesta infondatezza e di ammissibilità dell'istanza di rimessione. <br>
    1:31 Durata: 30 min 54 sec
  • Pier Paolo Cento (Misto-Verdi-U)

    Pier Paolo Cento (Misto-Verdi-U) osserva preliminarmente che la proposta di legge Cirami è stata originata dall'urgenza di intervenire su alcuni procedimenti penali in corso presso il tribunale di Milano e non dalla necessità di colmare un vuoto legislativo relativamente all'articolo 45 del codice di procedura penale, la cui competenza spetta alla Corte costituzionale. Ritiene che la fattispecie del legittimo sospetto sia eccessivamente generica e rappresenti uno strumento che nella storia processuale italiana è stato utilizzato dalle classi dominanti per evitare sedi processuali scomode o invise. <br>Ricordato che il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Conso ha proposto di sospendere l'iter del provvedimento Cirami e di interrompere i processi di Milano, in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sulla norma in vigore, ritiene che tale proposta sia espressione di una patologia del sistema. Stigmatizza il fatto che l'attività parlamentare appare incapace di avviare riforme serie sulla giustizia volte a garantire la generalità dei cittadini e non solo alcune fasce privilegiate; auspica la fine della stagione emergenziale che ha caratterizzato la storia del processo penale nel nostro paese dagli anni settanta in poi. Osservato che il provvedimento C. 3102 non appare emendabile perché scritto ad hoc per le classi dominanti, manifesta la necessità di una posizione rigorosa che porti alla sospensione dell'esame del testo e al ritiro della proposta di legge del centrodestra, ritenendo che la questione dell'emendabilità del testo sia strumentalmente utilizzata dalla maggioranza per accelerare i tempi di approvazione del provvedimento. <br>Osserva che nella società della comunicazione globale il giudice di un territorio limitrofo non offre maggiori garanzie di equità ed imparzialità rispetto al giudice naturale precostituito per legge, essendo i condizionamenti del tutto indipendenti dal luogo fisico in cui si svolge il processo. <br>Con riferimento alla modifica dell'articolo 49 del codice di procedura penale, sottolinea come la proposta C. 3102 preveda la possibilità di un ricorso senza limiti volto a dilatare infinitamente i tempi del processo. Richiama infine la maggioranza ad un comportamento serio e responsabile riguardo alla drammatica situazione in cui versa la giustizia italiana, auspicando il ritiro di una proposta che inquina il dibattito politico e rischia di ingolfare i lavori della Camera. <br>
    2:02 Durata: 24 min 22 sec
  • Giacomo Mancini (DS-U)

    Giacomo Mancini (DS-U), ricordato come la campagna elettorale del Presidente Berlusconi abbia dato grande rilievo alla sicurezza delle città, soprattutto in connessione ad atti di criminalità perpetrati da clandestini, sottolinea che la maggioranza degli italiani valuterebbe in modo assolutamente negativo l'eccessivo protrarsi dei processi riferibili a questo genere di reati. Osserva che dall'inizio della legislatura la maggioranza ha fatto ben poco per risolvere la gravissima situazione della giustizia italiana, e che la parte garantista in essa presente dovrebbe dare risposte a questioni importanti quali il carcere duro per i reati di mafia o la lentezza dei procedimenti civili, amministrativi e penali e che si dovrebbero attribuire maggiori mezzi alla magistratura inquirente dal momento che gran parte dei delitti rimangono impuniti.<br>Nel merito del provvedimento C. 3102, ricorda che nella relazione di accompagnamento al disegno di legge S. 1578 si fa riferimento, al fine di motivare l'indifferibilità della sua approvazione, all'ordinanza con cui le sezioni riunite della Corte di cassazione hanno sollevato dinanzi alla Corte costituzionale la questione di legittimità dell'articolo 45 del codice di procedura penale in relazione agli articoli 76 e 111 della Costituzione. Ritiene che la celata logica di tale indifferibilità sia motivata dagli evidenti vantaggi che deriverebbero al Presidente del Consiglio in uno dei processi in cui è imputato e che si ponga in essere un meccanismo per cui una legge dello Stato finirebbe per sostituire l'attesa pronuncia della Corte costituzionale in una materia sulla quale, peraltro, non esiste alcun vuoto normativo. Osserva che non sembra sussistere incompatibilità tra l'articolo 45 del codice di procedura penale e l'articolo 76 della Costituzione, perché il legislatore delegato ha ritenuto di dare corretta attuazione al principio e criterio direttivo contenuto nell'articolo 2 della legge n. 81 del 1987, senza inserire il riferimento alla rimessione per legittimo sospetto, al fine di evitare possibili strumentalizzazioni. <br>Ritiene inoltre che la modifica dell'articolo 45 del codice di procedura penale proposta dal provvedimento sia in contrasto con il principio contenuto nell'articolo 25, comma 1, della Costituzione, che stabilisce che nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. Nel ricordare, a tale proposito, la sentenza della Corte costituzionale n. 272 del 1998, sottolinea che il principio è volto a garantire la certezza del cittadino di vedere tutelati i propri diritti e interessi da un organo preventivamente stabilito dall'ordinamento e indipendente da ogni influenza esterna, proprio perché istituito sulla base di criteri generali fissati in anticipo dalla legge, e non già in vista di singole controversie. La precostituzione del giudice si traduce pertanto in una garanzia irrinunciabile per uno Stato di diritto, assicurando l'assoluta imparzialità degli organi giudiziari. Ricorda altresì che la stessa giurisprudenza costituzionale ammette che l'interesse dell'andamento della giustizia e quello particolare della difesa dell'imputato possono eccezionalmente giustificare la sottrazione di una controversia al giudice ordinariamente competente, sottolineando che le deroghe ad una disciplina costituzionalmente garantita devono essere formulate in termini assolutamente chiari. Evidenzia pertanto che solo eccezionalmente può giustificarsi la sottrazione di una controversia al giudice ordinariamente competente, non potendo in alcun modo essere ammessa l'introduzione di eccezioni legali formulate per mezzo di concetti generici. In ragione della genericità e dell'evanescenza della formula di legittimo sospetto, sollecita le Commissioni a provvedere, ai sensi dell'articolo 79, comma 4, del regolamento della Camera, all'acquisizione degli elementi utili a verificare la qualità e l'efficacia delle disposizioni contenute nel testo. Ritiene inoltre utile formulare una richiesta al Comitato per la legislazione affinché esso esprima un parere, ai sensi dell'articolo 16-bis, comma 4, sulla qualità del testo, in particolare per quanto attiene ai profili della chiarezza e della proprietà della formulazione. <br>Ricorda che la Corte costituzionale, con sentenza della n. 353 del 1996, ha dichiarato l'illegittimità dell'articolo 47, comma 1, del codice di procedura penale nella parte in cui fa divieto al giudice di pronunciare la sentenza fino a che non sia intervenuta l'ordinanza che dichiara inammissibile o rigetta la richiesta di rimessione. Osserva che la sentenza non prende affatto in considerazione, ai fini della illegittimità costituzionale della norma, la distinzione rispetto all'ipotesi in cui l'istanza di rimessione per legittimo sospetto costituisca la riproposizione di una precedente già respinta e fondata sui medesimi motivi, per la ragione che tale distinzione appare chiaramente fittizia. Se la dichiarata incostituzionalità della norma deriva dalla contrarietà alla Costituzione di alcuni comportamenti dilatori e ostruzionistici, non diversamente da questi si configurerebbero le richieste di rimessione per legittimo sospetto fondate su motivi solo in apparenza diversi rispetto alle istanze respinte. <br>Con riferimento infine all'applicazione della nuova normativa ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della legge, evidenzia come sia fin troppo facile evincere dalla lettera della disposizione lo scopo personale cui è indirizzata, osservando che il programma di riforme del centrodestra è stato completamente tradito dalla presentazione della proposta di legge in esame. <br>
    2:26 Durata: 24 min 36 sec
  • Antonio Soda (DS-U)

    Antonio Soda (DS-U), premesso che è tra coloro che ritengono ancora aperta la questione giustizia, richiama il tentativo forte, posto in essere dai Governi di centrosinistra, di affrontare i temi della giustizia nell'interesse della generalità dei cittadini, sottolineando l'importanza dei conseguenti provvedimenti di riforma adottati nel settore giudiziario nella precedente legislatura. <br>Nel porre l'accento sulla ragionevolezza dei tempi processuali, fondamentale caposaldo di un giusto processo, rileva che le forze politiche facenti parte della Casa delle libertà, pur avendo contribuito al varo delle riforme nella passata legislatura, stanno ora procedendo in direzione del tutto opposta, come dimostrano numerose leggi volute dalla maggioranza, che appaiono completamente prive del carattere della ragionevolezza, da cui dipende tra l'altro la possibilità dell'osservanza delle stesse da parte della collettività. <br>Rilevato come la proposta di legge approvata dal Senato si inquadri nel processo di controriforma e di distruzione della legalità avviato dal Governo di centrodestra, procede ad una disamina della storia dell'istituto del legittimo sospetto, di cui evidenzia le origini napoleoniche e la totale estraneità alla cultura giuridica anglosassone, tradizionalmente basata sulla tutela dei diritti inviolabili delle persone rispetto ai tentativi di prevaricazione di chi detiene il potere. <br>Richiamata l'esigenza di porre rimedio all'inadeguatezza della ricusazione come strumento volto a garantire l'imparzialità del giudice, ricorda che l'istituto del legittimo sospetto venne ritenuto utile al fine di rimuovere i fattori ambientali che avrebbero potuto influenzare la libera determinazione del giudice e delle altre parti del processo. A conferma di ciò, cita quindi alcune considerazioni svolte dal Manzini a commento del codice di procedura penale del 1930. In particolare, nell'elencare i fattori ambientali che potrebbero influenzare la serenità e l'imparzialità dei giudici nei processi, il Manzini fa riferimento a pressioni di carattere politico - appellandosi alle quali si rese possibile lo spostamento a Chieti del processo per il delitto Matteotti -, di carattere religioso, nonché di carattere plutocratico. Ricorda altresì che l'istituto in questione fu ampiamente utilizzato da sette quali la massoneria per sottrarsi alla giustizia. Sottolinea quindi che il legittimo sospetto, istituito per sottrarre il giudice ad influenze ambientali, in realtà è stato utilizzato da soggetti politici, economici, finanziari, settari, massonici e religiosi (cioè proprio dai quegli stessi soggetti che determinano le pressioni ambientali) per sottrarsi al giudice naturale. Ammesso che sia mai esistito un ambiente in grado di incidere sulla coscienza del giudice al punto da impedire un regolare svolgimento del processo, ritiene impensabile che oggi il processo di formazione del convincimento dei giudici possa essere modificato a seguito dello spostamento del processo ad una sede situata a breve distanza da quella originaria. <br>Rilevato che gli elettori della Casa delle libertà si aspettavano che le forze politiche in essa rappresentate portassero a compimento la riforma del processo per assicurare allo stesso tempi certi ed adeguate garanzie, osserva che, alla luce di tale aspettativa, la maggioranza avrebbe potuto proporre la soppressione dell'articolo 45 del codice di procedura penale, che, se utilizzato in modo strumentale, potrebbe facilitare il raggiungimento dell'obiettivo opposto. <br>Si sofferma quindi sulla sentenza n. 353 del 1996 con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la disposizione di cui al comma 1 dell'articolo 47 del suddetto codice in quanto, permettendo all'imputato di reiterare più volte la richiesta di rimessione, consentiva allo stesso di impedire ad libitum la definizione del processo. Osserva che il codice di procedura penale contiene numerose norme solo apparentemente garantiste, che in realtà ostacolano lo svolgimento dei processi: anche la norma in esame si inserisce in tale contesto e la Casa delle libertà, che l'ha proposta, «distruggendo» il processo distrugge anche il senso dello Stato. <br>In conclusione, dichiara che non contribuirà in alcun modo ad una modifica del provvedimento approvato dal Senato attraverso la presentazione di emendamenti, ritenendo al contrario necessaria la soppressione dell'istituto del legittimo sospetto, che a suo avviso rappresenta una vera e propria infamia giuridica. <br>Donato Bruno, presidente, sospende la seduta. <br>La seduta, sospesa alle 13h30, è ripresa alle 14h35. <br>
    2:51 Durata: 28 min 13 sec
  • Giovanni Kessler (DS-U)

    Giovanni Kessler (DS-U) manifesta preliminarmente il proprio senso di disagio e di umiliazione, come cittadino prima ancora che come parlamentare, per i modi in cui il dibattito in corso è stato imposto al Parlamento, per i tempi stabiliti nonché per gli specifici obiettivi che il provvedimento in esame si propone di raggiungere.<br>Pone quindi l'accento sulla evidente strumentalizzazione della funzione parlamentare posta in essere per tutelare gli specifici interessi processuali del Presidente del Consiglio Berlusconi e del deputato Cesare Previti, entrambi imputati in processi di corruzione. Dopo aver richiamato, a conferma di quanto appena affermato, l'istanza di rimessione avanzata, tramite i propri avvocati, dai richiamati soggetti presso la Corte di cassazione, ricorda che le Sezioni unite di tale Corte hanno rigettato la suddetta istanza sulla base del vigente articolo 45 del codice di procedura penale. Le stesse Sezioni unite, nel rigettare l'istanza di rimessione, hanno affermato che, se nel citato articolo 45 fosse stato contenuto il riferimento al legittimo sospetto quale motivo di rimessione del processo, ciò avrebbe legittimato lo spostamento del processo. <br>Ricorda quindi che, a pochi giorni da tale pronuncia, il senatore Cirami, esponente della stessa forza politica a cui appartengono Berlusconi e Previti, ha presentato una proposta di legge volta a reintrodurre il legittimo sospetto tra i casi di rimessione del processo, prevedendo altresì l'obbligo di sospensione dei processi in corso e l'applicazione della nuova disciplina anche a tali procedimenti. Da tutto ciò si evince in modo evidente che il provvedimento approvato dal Senato pone in essere un intervento finalizzato esclusivamente a salvaguardare gli interessi processuali degli imputati Berlusconi e Previti. <br>Dopo aver sottolineato che l'affrettato esame svoltosi al Senato è avvenuto in spregio e in violazione del regolamento e della prassi procedurale di quel ramo del Parlamento, rileva che la norma che reintroduce il legittimo sospetto rappresenta un modo indebito di interferire sui processi in corso e costituisce una pericolosa applicazione del principio per il quale, se le regole del diritto vigente ostacolano la strategia processuale di imputati «eccellenti», tali regole possono essere modificate senza problemi, come è avvenuto anche in materia di rogatorie internazionali. Esprime forte perplessità per questo modo di procedere della maggioranza in materia di giustizia, precisando peraltro che non è sua intenzione sindacare in alcun modo le strategie processuali utilizzate dai singoli cittadini. <br>Rileva altresì come non era necessario ed urgente intervenire sul piano legislativo a seguito dell'ordinanza della Corte di cassazione, dal momento che la Corte costituzionale deve esprimersi sulla ipotetica incostituzionalità della normativa vigente: intervenire prima della decisione della Corte costituzionale rappresenta a suo avviso una grave forma di interferenza nei confronti di un potere dello Stato. <br>Ritiene quindi essenziale affrontare alcune rilevanti questioni di merito, osservando come proprio l'obbiettivo di favorire le strategie processuali di due imputati eccellenti rischia di provocare gravi danni all'ordinamento. Giudica innanzitutto confusa e pasticciata la formulazione dell'articolo 45 del codice di procedura penale pervenuta dal Senato, che ha inserito l'istituto del legittimo sospetto tra i casi di rimessione con una disposizione che ritiene sostanzialmente priva di senso. Rileva, in particolare, come il legittimo sospetto non possa in alcun modo pregiudicare la sicurezza o l'incolumità pubblica, ma semmai la libertà di determinazione dei giudici e delle parti. Esponenti della maggioranza hanno sostenuto che tale formulazione era stata suggerita al legislatore dalla Corte di cassazione; in realtà, quest'ultima aveva suggerito una formulazione più coerente dell'istituto del legittimo sospetto, riferendolo alla situazione psicologica in cui può venirsi a trovare il giudice. Nell'invitare pertanto la maggioranza e il Governo ad una elaborazione meno frettolosa e più accorta, ritiene che la reintroduzione del legittimo sospetto, istituto di straordinaria ampiezza e genericità, svincolata dagli ancoraggi oggettivi previsti dalla vigente normativa, rappresenti una violazione dell'articolo 25 della Costituzione, in base al quale nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. <br>Altro punto di merito sul quale ritiene opportuna una riflessione approfondita concerne la sospensione del processo in seguito alla presentazione della richiesta di rimessione, in ordine alla quale la maggioranza ritiene irragionevole, anche per ragioni di economia processuale, che un giudice sul quale grava un sospetto possa proseguire e concludere un processo nonostante sia pendente la decisione della Corte di cassazione. Richiama al riguardo la sentenza della Corte costituzionale n. 353 del 1996 in merito all'obbligo di sospensione, nonché l'ordinanza 9 gennaio 1997, n. 5, nella quale la Corte costituzionale ha affermato l'irragionevolezza e l'incostituzionalità dell'obbligo di sospensione del processo. In tale ordinanza la Corte ha riconosciuto al giudice di merito, in caso di uso distorto della reiterazione dell'istanza di rimessione, il potere di sindacare l'ammissibilità di essa al solo scopo di valutare se pronunciare la sentenza. È a suo avviso incostituzionale, in qualsiasi caso, privare il giudice a quo di un filtro preventivo ed è incostituzionale privarlo del potere di sindacare l'ammissibilità dell'istanza al solo scopo di valutare se pronunciare la sentenza, indipendentemente dal fatto che l'istanza sia pronunciata sugli stessi o diversi motivi, perché possono essere solo apparenti nuovi motivi. Ritiene pertanto palesemente incostituzionale il secondo comma dell'articolo 49 del codice di procedura penale elaborato al Senato perché priva il giudice di merito della possibilità di valutare l'ammissibilità della richiesta al fine di evitare reiterazioni strumentali. Ricorda quindi come la Corte costituzionale abbia affermato, con la sentenza del 1996, che il legislatore è pienamente libero nella costruzione delle scansioni processuali; tuttavia il legislatore non può scegliere, tra i possibili percorsi, quello che comporti, sia pure in casi estremi, la paralisi dell'attività processuale. Pertanto, la proposta di legge Cirami, con la sospensione obbligatoria della decisione, con le norme sulla prescrizione e quelle sulle prove, è destinata a determinare la paralisi dell'attività processuale. <br>Per quanto concerne infine la prescrizione, sottolinea in particolare come non si ponga tanto il problema dei quattro o cinque mesi impiegati dalla Corte di cassazione per decidere sull'istanza di rimessione, dal momento che non è quello il solo periodo che deve essere «sterilizzato» ai fini della prescrizione, bensì tutto il periodo di tempo che si protrae ai fini processuali per iniziare di nuovo il processo nel caso in cui la Corte di cassazione decida per la rimessione. Se tutto questo tempo non viene «sterilizzato» ai fini della prescrizione, unitamente al combinato disposto delle norme sulla sospensione obbligatoria, sulla prescrizione e sulla mancata concessione al giudice ad quem della possibilità di dichiarare utilizzabili alcune prove raccolte nel primo processo, si conferiscono ampie possibilità di manovra a chi vuole liberarsi di un determinato processo. Ritiene dunque grave ed inaccettabile che, a fronte degli effetti voluti di «liberarsi» dei processi di Milano che riguardano imputati eccellenti, si possano determinare anche gli effetti collaterali nei confronti di tutti gli altri processi, a detrimento della giustizia. <br>
    3:19 Durata: 30 min 42 sec
  • Marco Filippeschi (DS-U)

    Marco Filippeschi (DS-U) rileva come le forzature dei tempi e delle procedure parlamentari con le quali si è voluto approvare in Senato il disegno di legge Cirami hanno acceso in una larghissima maggioranza degli italiani - e in tanti osservatori di altri paesi - il sospetto di un'ennesima manovra per impedire la celebrazione dei dibattimenti di Milano, trasferendo nell'attività legislativa, ad esclusivo beneficio di una parte, le eccezioni dei difensori di un imputato eccellente, imputato non da solo nel processo Imi-Sir per corruzione di magistrati, eccezioni respinte dal tribunale. In un anno di governo la maggioranza di centrodestra ha stralciato dai principali e diversi campi di riforma annunciati nel suo programma frammenti particolari rispondenti ad interessi particolari forzandone di molto i contenuti. Così è stato in materia di rogatorie internazionali, di falso in bilancio, di imposizione sulle successioni, di conflitto d'interesse - e la lista sarebbe assai più lunga di quella delle cosiddette «leggi vergogna» -, così è stato, in ultimo, sul legittimo sospetto, con un'accelerazione che ha scavalcato le proposte di modifica dell'articolo 45 del codice di procedura penale già sottoposte dalla stessa maggioranza alla discussione della Camera nel tentativo di anticipare un pronunciamento della Corte costituzionale. Questa accelerazione è apparsa come il superamento di ogni limite di decenza istituzionale e ha suscitato un forte movimento di rifiuto, un'indignazione che è andata ben al di là delle forme di protesta più evidenti, arrivando a coinvolgere una parte significativa degli elettori che avevano votato per i candidati e per le forze politiche della Casa delle libertà. Una riprovazione che ha provocato non solo la reazione di naturale autodifesa della magistratura associata, ma anche la sollevazione di una parte larghissima della cultura giuridica, che ha espresso - tranne rarissime eccezioni - una critica durissima e motivata: e ciò in tante espressioni pubbliche, sulle riviste, sui giornali, in dibattiti e soprattutto in un coro di riprovazioni anche in settori, quali quelli dell'avvocatura, che avevano concesso una forte apertura di credito ai propositi riformatori del centrodestra. <br>Ricorda che il provvedimento in esame nasce da un'eccezione di costituzionalità presentata di fronte alla Corte di cassazione anche per iniziativa del presidente della Commissione giustizia della Camera. In pendenza di un giudizio di legittimità della Corte costituzionale, promosso dalle sezioni unite della Corte di cassazione, la forzatura dei tempi ha rappresentato una evidente e persino dichiarata volontà ostruzionistica verso procedimenti in corso. Volontà che, pur volendosi considerare strumento legittimo per la difesa di un imputato nella dialettica di un processo, diventa, se fatta propria dal legislatore, un atto improprio, un'interferenza nella sfera d'autonomia di un altro potere, il tentativo di una prevaricazione da parte della maggioranza. Una prevaricazione che avverrebbe nella prima legislatura che vede realizzata l'attuazione del principio maggioritario, con la presenza di maggioranze solide nei due rami del Parlamento, e dunque di fronte ad un'esigenza ancora più forte di garantire pesi e contrappesi, pluralismo istituzionale, distinzione tra poteri. Auspica che gli spazi di discussione garantiti alla Camera - negati al Senato per la sfrontata partigianeria di un Presidente che ha mancato ai suoi doveri fondamentali -, siano utili a permettere una discussione appropriata e trasparente di fronte a tutti i cittadini che attendono informazioni sull'iter del disegno di legge; ciò al fine di consentire una riflessione più attenta, che faccia superare positivamente i gravi rischi che ancora oggi si corrono, per quell'interferenza ostruzionistica così evidente e anche per il merito del provvedimento in discussione. <br>Evidenzia l'imbarazzo di una parte della maggioranza, anche in sede di discussione sulla calendarizzazione del disegno di legge Cirami, nonché pesanti distinguo anche da parte di rappresentanti del Governo. In questi giorni abbiamo letto di ripensamenti sul merito del disegno di legge da parte di esponenti della maggioranza e di autorevoli componenti della Commissione giustizia - in particolare del presidente Pecorella, che in questa vicenda ha esercitato ed esercita impropriamente tutti i possibili ruoli. Tutti segni, questi, di quanto abbia valso una battaglia d'opposizione incisiva e argomentata e anche di quanto abbiano pesato le preoccupazioni più volte espresse appropriatamente dal Presidente della Repubblica e le reazioni corali della magistratura. <br>A suo avviso il provvedimento in esame reintroduce una norma già dichiarata incostituzionale, per la quale la presentazione dell'istanza di rimessione faceva scattare l'impedimento a pronunciare la sentenza. La giustificazione per una censura dell'Alta corte si farebbe risiedere nella mancata inclusione nel codice del legittimo sospetto quale motivo di rimessione, previsto invece da una direttiva delle legge delega. Tuttavia l'articolo 45 ha dato attuazione alla previsione della legge delega in misura restrittiva, come restrittiva era stata l'interpretazione dei presupposti della rimessione data dalla Corte costituzionale, traducendola nell'ipotesi che «la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo» sia pregiudicata «da gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo». Il trasferimento del processo da una sede all'altra è un provvedimento assolutamente eccezionale, in quanto rappresenta una deroga al principio costituzionale secondo cui nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. L'eventuale spostamento non può essere provocato da una decisione dipendente dall'insindacabile e illimitata discrezionalità di un altro organo giudiziario. La legge, dunque, deve stabilire in maniera tassativa, cioè secondo criteri rigorosi e ben determinati, i presupposti della rimessione se vuole evitare il conflitto col principio del giudice naturale. Ecco perciò la ragione dei pronunciamenti restrittivi della Corte costituzionale, volti ad evitare l'arbitrarietà degli spostamenti di processi da una sede all'altra. Con l'approvazione del disegno di legge in esame il legittimo sospetto si aggiungerebbe ai presupposti già esistenti, creando così uno spazio autonomo di discrezionalità incontrollata non più suscettibile di interpretazione restrittiva. Dunque, l'intenzionalità dichiarata di bloccare un certo processo e di colpire una certa procura potrebbe produrre provvedimenti di rimessione e precedenti dagli effetti devastanti, con una distorsione gravissima di fondamentali principii e di equilibri tra i poteri già oggi fortemente insidiati, con una lesione intollerabile dell'ordinamento costituzionale, con la realizzazione compiuta di un'area di privilegio e d'impunità in contraddizione con le conquiste liberali dello Stato di diritto e con i princìpi cardine della democrazia.<br>Per tali ragioni le forze d'opposizione si sono battute per scongiurare la procedura d'urgenza e si batteranno con estrema decisione per un dibattito approfondito nel merito, che consenta di eliminare pericoli tanto gravi; per i medesimi motivi le forze delle società civile si sono mobilitate di fronte al rischio di un ulteriore e più grave strappo alle garanzie di parità di tutti i cittadini di fronte alla legge. Pur nella durezza del confronto politico, la sua parte politica ritiene di rivolgere un appello ragionato ai colleghi della maggioranza perché si ritrovi il senso del limite e si receda rispetto alle decisioni imposte in Senato. Ritiene che l'opposizione parlamentare in ciò sia legittimata da una condotta rigorosa, perché ha saputo parlare con una sola lingua a tutte le componenti del sistema giudiziario, perché ha rifiutato di sostituire la politica col giustizialismo o col garantismo mirato, non sottraendosi mai al confronto sulla necessaria azione di riforma, a partire dalle scelte necessarie per rendere la giustizia più giusta per tutti e non addomesticata per pochi. <br>Osserva che nel dibattito in materia di giustizia più volte la maggioranza ha fatto riferimento agli ordinamenti di altri paesi, senza considerare che in Italia le riforme spesso assumono significati diversi per le peculiarità che ne caratterizzano la situazione. In Italia c'è un macroscopico e pervasivo conflitto d'interessi, un conflitto evidente quanto negato dalla maggioranza parlamentare che sostiene l'onorevole Berlusconi alla guida del Governo. Una maggioranza fino ad oggi insensibile alla necessità di una chiara distinzione dei poteri e che difende uno stato patologico di sovrapposizione, d'intreccio perverso tra mercato e politica (mercato inteso come la forma più pervasiva e influente di potenza economica-finanziaria-mediatica). Il deputato Violante, intervenendo nella discussione sulla legge sui conflitti d'interessi, propose un'analisi e pose domande che rimasero senza risposta in merito alla separazione tra mercato e politica. Lo stesso professor Fisichella ha scritto saggi esemplari sul rapporto tra politica e danaro, senza sottrarsi a giudizi amari e a denunce sulla situazione italiana. <br>Le preoccupazioni dell'opposizione crescono in modo esponenziale quando si profilano i rischi di un assoggettamento del potere giudiziario agli altri poteri dello Stato e a quelli materiali. Inoltre nel paese è presente una criminalità organizzata, quella delle mafie, che condiziona il contesto civico e l'economia d'intere regioni. Un sistema mafioso che s'innesta nella transnazionalità dei fenomeni criminali che connotano la mondializzazione: con la crescita del riciclaggio del denaro sporco, del mercato clandestino delle armi, del mercato della droga. Richiama al riguardo le considerazioni del sociologo Pizzorno sul pericolo «che si formino rapporti soggettivi, sia a livello d'imprenditori, sia a livello di governo, tra chi veste la faccia, diciamo così, pulita, e chi ha la faccia sporca». <br>Conclude con una considerazione sul carattere e sulla consistenza attuale della maggioranza parlamentare. Premesso che nessuno deve mettere in discussione la piena legittimazione di una maggioranza formatasi con libere elezioni, in base ad un sistema elettorale maggioritario, osserva che ad una forte maggioranza parlamentare non ha corrisposto un altrettanto forte consenso, perché le opposizioni divise hanno riportato la maggioranza assoluta dei voti: la maggioranza degli italiani, quindi, non ha votato Berlusconi né i partiti che lo sostennero. Ciò imporrebbe maggiore cautela nel vantare, com'è stato fatto, un mandato forte, informato, esplicito ottenuto da parte degli italiani riguardo alle riforme sulle materie di più grande rilevanza quali sono quelle del sistema giudiziario e dei suoi istituti. Inoltre di fronte agli insuccessi del Governo - anzitutto quelli che hanno penalizzato l'economia del paese -, e per le preoccupazioni provocate da provvedimenti come quello in esame, il consenso per la Casa delle libertà è ancora diminuito. Ciò dovrebbe consigliare la maggioranza - una maggioranza che appare sempre più relativa - a cambiare strada, a non forzare i principii costituzionali, a non cedere a tentazioni pericolose, a far valere le sue forze migliori. Il paese ha ancora forti «anticorpi» democratici che sapranno opporsi ai rischi a cui lo espone un populismo senza popolo, senza consenso. Il paese si sente tradito da chi aveva promesso politiche di libertà garantiste, libertà economica e dinamismo sociale e invece ripropone l'Italia del passato, quella dei condoni e delle scappatoie che premiano e incoraggiano i comportamenti illegali, quella dei vincoli di privilegio e corporativi, quella dell'impunità per i potenti. <br>
    3:50 Durata: 22 min 34 sec
  • Vincenzo Fragala' (AN)

    Vincenzo Fragalà (AN) osserva preliminarmente come un articolo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera di oggi riproponga un tema che deve essere attentamente valutato dai deputati dell'opposizione: a fronte dei toni accesi con cui si è fatto riferimento ad una presunta sacralità dei componenti dell'ordine giudiziario, si osserva come negli anni settanta la sinistra abbia sferrato attacchi gravissimi nei confronti di quello stesso ordine giudiziario e dei suoi singoli componenti, accusandoli di spirito di parte. Si chiede allora come l'atteggiamento odierno, in aperta contraddizione con quello degli anni precedenti, possa essere sostenuto dall'opposizione, fino al punto da negare che nel nostro ordinamento si rendono necessarie norme di salvaguardia e di tutela del valore assoluto dell'imparzialità del giudice, cercando di ritardare la reintroduzione nel codice di procedura penale del principio del legittimo sospetto,presente nel codice sardo, nel codice liberale di Zanardelli del 1913, nel codice Rocco del 1930 e riproposto persino in una proposta di legge sottoscritta dal deputato Violante, assolutamente identica a quella che ha fortemente criticato nel suo precedente intervento. Invita pertanto i deputati dell'opposizione ad assumere atteggiamenti di maggiore coerenza nei confronti del principio dell'imparzialità del giudice. <br>Negli ultimi anni sono stati ribaltati, sul piano culturale e giuridico gli strumenti e i valori, i fini e i mezzi: lo scopo principale che deve attendere la funzione giudiziaria è a suo giudizio il valore dell'imparzialità, mentre ritiene che certa magistratura militante abbia da qualche anno capovolto il principio, ritenendo che il valore fondamentale sia l'indipendenza e l'autonomia della magistratura. Queste ultime, invece, costituiscono soltanto un mezzo per assicurare al giudice l'imparzialità. Il capovolgimento culturale tra fini e mezzi ha consentito oggi alle opposizioni di gridare allo scandalo per la reintroduzione di un principio peraltro presente in tutti gli ordinamenti giudiziari di ispirazione anglosassone. I deputati dell'opposizione sembrano aver dimenticato le feroci battaglie contro la magistratura a partire dagli anni cinquanta, respingendo il principio della tutela dell'imparzialità della giurisdizione, rendendo non credibile e sospetta l'amministrazione della giustizia. <br>Ricordati i rilievi dell'opposizione in merito alle motivazioni di un provvedimento che avrebbe dovuto servire gli interessi processuali del Presidente del Consiglio e del deputato Previti, osserva come dal 1993 nei confronti del Presidente Berlusconi sia stata avviata una serie di inchieste giudiziarie che hanno dimostrato la fondatezza di quanto la sinistra attribuiva ai magistrati sin dagli anni cinquanta, cioè che da parte di una minoranza militante, presente in gangli vitali dell'ordine giudiziario, si è deciso di usare la clava giudiziaria per abbattere un avversario politico. <br>Ritiene che in democrazia il confronto delle opinioni e non le sentenze debbano essere il parametro per determinare il consenso; l'uso distorto della politica ai fini politici non paga sul piano del consenso e dei risultati elettorali. Rileva quindi come una certa deriva «girotondista» abbia contagiato molti esponenti dell'opposizione, pur con delle autorevoli dissociazioni, rappresentate in particolare dall'onorevole D'Alema. Ribadisce pertanto l'appello, già rivolto da autorevoli esponenti della maggioranza, ad un confronto nel merito del provvedimento, senza atteggiamenti demagogici. <br>Osserva altresì come le fosche previsioni dell'opposizione in ordine alla presunta intenzione della maggioranza di operare forzature per la sollecita approvazione del provvedimento siano state puntualmente smentite: la Casa delle libertà non ha richiesto alcuna procedura d'urgenza e non si è opposta ad un dibattito con tempi eccezionalmente ampi. <br>Evidenzia quindi l'atteggiamento di chiusura pregiudiziale e preconcetta assunto dall'opposizione nei confronti dell'interesse comune della reintroduzione del legittimo sospetto nel codice di procedura penale. Il dibattito deve servire, a suo avviso, ad un confronto serio di opinioni e non come pretesto per infantili girotondi: ritiene che non ci si debba opporre ad un provvedimento solo perché si ritiene che possa impedire una operazione giudiziario-politica di aggressione ad esponenti della maggioranza. Una simile considerazione appare controproducente per gli interessi e i fini politici che la stessa opposizione ritiene di porsi in tale vicenda.<br>A tale proposito ricorda come la cosiddetta via giudiziaria al socialismo non abbia portato fortuna alla sinistra italiana, atteso che il Presidente del Consiglio è stato assolto in quattordici dei sedici processi penali pendenti a suo carico: per tenere in piedi i due residui processi l'opposizione ha attivato strategie che sfuggono a qualsiasi confronto e mirano esclusivamente ad impedire qualsiasi riforma in materia di giustizia, lanciando per altro allarmi infondati. Ritiene pertanto che proposte di merito che non neghino la necessità di introdurre un principio presente in tutti gli ordinamenti che tutela l'imparzialità della giurisdizione, rendendola più credibile e più vicina ai cittadini, potranno essere opportunamente valutate al fine di giungere a soluzioni condivise; tuttavia, se l'atteggiamento dell'opposizione dovesse continuare ad essere di chiusura pregiudiziale, ritiene che la maggioranza abbia il dovere di introdurre modifiche in campo processuale, rilevando come l'amministrazione della giustizia sia stata negli ultimi trenta anni «militarmente» occupata da una minoranza faziosa, che ha ritenuto persino di porsi come interlocutore del Parlamento. <br>Nel momento in cui sono stati travalicati tutti gli ambiti costituzionali, se non vi saranno spazi per una discussione sul piano tecnico e politico volta a pervenire a soluzioni condivise, i deputati di alleanza nazionale e della maggioranza avvertiranno l'obbligo di giungere, nei tempi regolamentari utili, ad una soluzione che consenta la reintroduzione nell'ordinamento di un principio che per troppi anni ne è stato incredibilmente escluso. <br>
    4:12 Durata: 29 min 45 sec
  • Marcella Lucidi (DS-U)

    Marcella Lucidi (DS-U) invita preliminarmente ad utilizzare una terminologia maggiormente corretta, sottolineando che un tema di alto rilievo politico-istituzionale come quello del legittimo sospetto richiederebbe un approfondito esame nel merito, mentre il dibattito è caratterizzato da grande imbarazzo. Esprime quindi il dubbio che nel comportamento della maggioranza vi sia assenza di libertà di determinazione a causa del rapporto del provvedimento in esame con specifiche vicende giudiziarie: si tratta infatti di norme ritagliate sui processi in corso a Milano nei confronti degli onorevoli Berlusconi e Previti e non di norme astratte dirette alla generalità dei cittadini. Esprime quindi perplessità per la straordinaria organizzazione dei lavori decisa per l'esame del provvedimento - caratterizzata a suo avviso da un'eccessiva concentrazione - rilevando che questioni economiche ed internazionali ben più importanti per gli interessi del paese non hanno determinato gli stessi effetti sulla vita parlamentare; sottolinea inoltre la mancanza di trasparenza e la scarsa democraticità di un metodo che usa la maggioranza parlamentare per imporre ai cittadini temi che non hanno scelto al momento del voto. <br>Ricordato che è in corso una valutazione della norma sul legittimo sospetto da parte della Corte costituzionale e che non è compito del Parlamento sostituirsi ad essa, sottolinea la necessità di evitare che venga inserita nel codice penale una fattispecie eccessivamente generica e scarsamente comprensibile per il cittadino comune; rileva inoltre che la possibilità di applicazione delle norme in esame ai processi in corso rappresenta una forzatura costituzionale. Per quanto riguarda l'articolo 47, ricordato che la Corte costituzionale ha già dichiarato incostituzionale la sospensione della sentenza fino al momento della decisione relativa all'istanza di rimessione, sottolinea che la possibilità di reiterazione dell'istanza può precludere la decisione di merito, delineando un percorso in grado di paralizzare l'attività processuale incidendo sulla prescrizione dei reati e, in sostanza, di compromettere l'efficacia dell'azione giudiziaria. <br>Rileva il rischio di reiterazione strumentale dell'istanza di rimessione con riferimento ai processi nei confronti degli onorevoli Previti e Berlusconi, giudicando discutibili le motivazioni addotte per dimostrare una sorta di «inquinamento ambientale» della sede giudiziaria di Milano. Formula quindi rilievi critici in relazione al divieto per il giudice di merito di sindacare sulla fondatezza della richiesta di rimessione e sull'automaticità della sospensione della sentenza, sottolineando i rischi di blocco ostruzionistico del processo. Ribadito l'invito a sospendere l'esame del provvedimento per concentrarsi su questioni più urgenti, auspica almeno che il lungo tempo dedicato all'esame del provvedimento venga utilizzato per modificare, migliorandolo, un testo che considera inaccettabile. <br>
    4:42 Durata: 28 min 16 sec
  • Carlo Leoni (DS-U)

    Carlo Leoni (DS-U) osserva che il contenuto del provvedimento, ma soprattutto il modo in cui è stato approvato al Senato, ha provocato indignazione nell'opinione pubblica ed ha suscitato un certo disagio anche nell'ambito della maggioranza: si tratta infatti di una legge che ha lo specifico obiettivo di influire su alcuni processi in corso, come è stato esplicitamente rivendicato in dichiarazioni alla stampa da esponenti del centrodestra. Ritiene pertanto pienamente legittimo che le forze di opposizione intervengano con la massima decisione in difesa dell'assetto liberale delle istituzioni - il cui pilastro è la separazione dei poteri - a fronte dell'ennesimo tentativo di interferire con processi in corso. Invita quindi la maggioranza ad adottare un comportamento più rispettoso delle prerogative delle istituzioni, sottolineando che i rapporti di forza nel paese non corrispondono agli equilibri parlamentari e che il centrodestra, pur avendo piena legittimità a governare, non ha ricevuto i voti della maggioranza dei cittadini. <br>Evidenziato che la priorità per il paese è rappresentata dalla situazione critica dei conti pubblici e non dalle problematiche legate al legittimo sospetto, per le quali la maggioranza è disposta a bloccare i lavori parlamentari, invita l'ufficio di presidenza delle Commissioni riunite a non imporre nei fatti, attraverso un'organizzazione dei lavori troppo serrata, una procedura d'urgenza che non è stata stabilita. Formula quindi una serie di rilievi critici sul merito del provvedimento, rilevando in particolare che esso rappresenta la legittimazione di strategie processuali dilatorie in contrasto con i principi del giusto processo e della sua ragionevole durata, oggetto delle recenti modifiche costituzionali dell'articolo 111; sottolinea inoltre la formulazione eccessivamente generica della fattispecie del legittimo sospetto e il rischio di paralisi rappresentato dalla sospensione automatica della sentenza in attesa della decisione sull'istanza di rimessione.<br>Ritenendo che la forte opposizione al provvedimento non possa essere superata con generici annunci alla stampa di disponibilità ad introdurre modifiche migliorative al testo, invita la maggioranza a dare prova di lungimiranza ritirando il provvedimento o, almeno, sospendendone l'esame in attesa della sentenza della Corte costituzionale; in tal modo la Camera potrebbe dedicarsi alle questioni realmente urgenti e le Commissioni potrebbero esercitare la loro funzione in modo più dignitoso per l'autonomia parlamentare, definendo un calendario non condizionato da scadenze giudiziarie. <br>
    5:10 Durata: 14 min 35 sec
  • Riccardo Marone (DS-U)

    Riccardo Marone (DS-U) sottolinea preliminarmente che l'esito registrato finora dai processi nei confronti dell'onorevole Berlusconi - numerose prescrizioni ed alcune assoluzioni - sembra testimoniare l'imparzialità piuttosto che la parzialità del tribunale di Milano. Osserva quindi che il provvedimento in esame sarebbe inutile se non ci fosse la parte relativa alla modifica delle norme sulla rimessione del processo, rilevando che l'attesa sentenza della Corte costituzionale, qualunque sia la decisione che sarà assunta, renderà superflua la parte relativa alla reintroduzione del legittimo sospetto. Richiama quindi la non felice applicazione di tale istituto nella storia processuale italiana, rilevando che esso costituisce in ogni caso un aspetto marginale. <br>Fa quindi presente che il testo in esame è una sorta di legge-provvedimento in materia penale - vale a dire una legge a contenuto generale mirata ad un caso specifico - che configura un eccesso di potere legislativo, poiché non ha fini di carattere generale ma l'obiettivo specifico di agevolare singole persone, e soprattutto rischia di determinare un blocco del sistema giudiziario. Sottolinea quindi che manca nel testo una specifica disciplina del legittimo sospetto, un istituto assai delicato poiché introduce una deroga al principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge; ritiene infatti che il vero obiettivo sia l'applicabilità delle nuove norme ai processi in corso in modo da determinarne la sospensione, in aperta violazione del novellato articolo 111 della Costituzione e della sentenza in materia pronunciata dalla Corte costituzionale nel 1996. Evidenzia infine che l'obiettivo di arrivare alla prescrizione dei processi nei confronti dell'onorevole Berlusconi non viene perseguito in via diretta, in quanto le norme in esame prevedono una sospensione dei termini, ma viene raggiunto indirettamente prevedendo la possibilità di avviare un nuovo iter processuale. <br>
    5:25 Durata: 16 min 50 sec
  • Francesco Bonito (DS-U)

    Francesco Bonito (DS-U) sottolinea che il confronto parlamentare sulla proposta di legge in esame assume un significato politico essenziale in relazione alle regole della democrazia maggioritaria, in quanto occasione per l'opposizione di condurre una battaglia volta a difendere le sue prerogative nel contesto del sistema maggioritario. Da questo punto di vista, rivolge un richiamo ai Presidenti delle Commissioni affinché svolgano appieno il loro ruolo istituzionale di tutori anche dei diritti dell'opposizione, non riducendo quindi i tempi a disposizione del dibattito. <br>A suo avviso, ci si deve interrogare sulle motivazioni per le quali il Parlamento ha posto al centro del suo lavoro non un tema di interesse generale ma una parva materia, ossia la modifica dell'articolo 45 del codice di procedura penale, giudicando questo uno dei più grandi paradossi della politica italiana. Sottolinea che un uomo solo, che non rappresenta nulla politicamente e che non è il Presidente del Consiglio, tesse trame ed intrighi riuscendo a condizionare la politica del paese. Ritiene che questa sia una grande questione democratica e che i parlamentari, liberamente eletti dal popolo, non possano accettare che un uomo solo scandisca i tempi della politica nazionale, costringendo il Parlamento a dibattere delle sue vicende personali. <br>Passa quindi a contestare i tre principali fondamenti e presupposti della proposta di legge in esame. <br>Considera una autentica favola la tesi per cui essa riempirebbe un vuoto legislativo, rilevando che secondo la più autorevole dottrina (Cordero, Grevi e lo stesso Taormina) non sussisterebbe alcuna violazione di delega nella formulazione dell'attuale articolo 45 del codice di procedura penale. Peraltro, la Commissione parlamentare bicamerale presieduta dal senatore Gallo, che aveva il compito politico e tecnico-giuridico di controllare la conformità tra principi di delega e contenuto del decreto legislativo, ebbe sul punto una fittissima e proficua interlocuzione con la commissione ministeriale incaricata della redazione del testo. <br>Quanto al fatto che la mancata reintroduzione del legittimo sospetto nell'ordinamento giuridico impedirebbe di avere un giudice imparziale, osserva che le leggi prevedono adeguate contromisure per offrire ad ogni cittadino piena tutela affinché possa avere un giudice indipendente, autonomo e imparziale, ricordando gli istituti dell'incompatibilità, dell'astensione obbligatoria e facoltativa, della ricusazione e infine della rimessione. <br>Si sostiene inoltre che le sezioni unite della Cassazione e la stessa Corte costituzionale richiederebbero a gran voce l'intervento del legislatore. Osserva in proposito che la questione ne è stata sottoposta all'attenzione della Corte costituzionale in quanto ritenuta «non manifestamente infondata».<br>Osserva inoltre che la formulazione del provvedimento rischia di introdurre una norma assolutamente incomprensibile, in quanto verrebbe reintrodotto, quale causa di rimessione, il concetto di legittimo sospetto senza per altro collegarlo ad alcuna situazione oggettiva o soggettiva. Ricorda in proposito che la genericità dell'espressione «legittimo sospetto» consentì un'ampia discrezionalità agli interpreti e fece in modo che in molti casi i giudici finissero per modellare ipotesi non definite del legislatore. <br>Inoltre l'applicazione delle nuove regole ai processi in corso viola il principio del giudice naturale, non essendo possibile una disciplina retroattiva delle regole che presiedono all'individuazione del giudice naturale precostituito per legge. La stessa Corte costituzionale ha richiamato la necessità di evitare che venga designato a posteriori un giudice rispetto ad una determinata controversia, che è esattamente quanto accadrebbe con la proposta di legge in esame. <br>
    5:42 Durata: 29 min 25 sec
  • Nitto Francesco Palma (FI)

    Nitto Francesco Palma (FI), nel rilevare l'impraticabilità della soluzione individuata dal professor Conso, in quanto la normativa attuale non consente all'autorità giudiziaria di Milano di sospendere i processi in corso, osserva tuttavia che essa è indicativa del malessere suscitato dalle anomalie che si stanno verificando presso quella sede giudiziaria. Alla tesi dell'opposizione secondo cui il provvedimento mira a favorire determinati imputati si può obiettare che il legislatore deve interessarsi di novellare il sistema secondo i principi generali dell'ordinamento e non lasciarsi condizionare dalle conseguenze che avrebbero tali modifiche una volta che il Parlamento si sia convinto della loro necessità, rilevando che in ogni caso il non legiferare in materia potrebbe essere ritenuto altrettanto sospetto. Per altro ricorda i numerosi precedenti di interventi legislativi, pienamente condivisibili, ma che ebbero tuttavia ricadute concrete su determinati processi, come fu il caso della legge n. 234 del 1997, che modificò il reato di abuso in atti di ufficio e che fu adottata dal Parlamento senza preoccuparsi del fatto che essa avrebbe inciso su un processo che vedeva coinvolti il Presidente del Consiglio dell'epoca ed un altro esponente di rilievo della maggioranza di quel momento. Inoltre quella legge andava a modificare una norma sostanziale, incidendo quindi direttamente sulla possibilità di assoluzione o di condanna degli imputati. Ricorda quindi la legge n. 405 del 1998 in tema di modifiche in materia di revisione dei processi, che fu approvata dal Parlamento senza che rilevasse il fatto che essa andava ad incidere sul processo Sofri. <br>Non bisogna quindi limitarsi alla polemica spicciola sul cui prodest, ma verificare se i principi su cui si ispira il provvedimento siano o meno corretti sotto il profilo tecnico. <br>Contesta quindi la tesi dell'opposizione secondo cui la reintroduzione del legittimo sospetto come causa di rimessione sarebbe in contrasto con le pronunzie della Corte costituzionale. Ricordati i precedenti guirisprudenziali della Corte costituzionale in materia, osserva che la proposta di legge C. 3102 è in realtà conforme a quanto stabilito dalla Corte costituzionale, prevedendo che se la richiesta di rimessione costituisce riproposizione di una richiesta precedentemente respinta non si dà luogo a sospensione del processo, mentre si consente la reiterazione dell'istanza basata su elementi nuovi, essendo prevalente il valore costituzionale della neutralità del giudice. Pertanto, il provvedimento non offre spazio ad atteggiamenti meramente strumentali degli imputati. <br>Quanto all'interrogativo se sia o meno corretto innovare la normativa in materia, fa presente che le sezioni unite della Cassazione hanno ritenuto l'eccezione di incostituzionalità non solo non manifestamente infondata, ma anche - come prevede la normativa - «rilevante» ai fini della decisione nel merito, vale a dire che la Suprema corte ha ritenuto foriera di un trasferimento del processo la situazione di fatto eccepita da alcuni imputati del processo di Milano. <br>Sottolinea inoltre che il provvedimento incide su norme processuali, consentendo lo spostamento del processo da una sede giudiziaria ad un'altra e da questo punto di vista non si comprende l'atteggiamento dell'opposizione che sembra quasi voler intendere che l'unica autorità giudiziaria in grado di pronunciarsi sia quella di Milano. <br>Lo stesso Consiglio superiore della magistratura ebbe modo di pronunziarsi sull'articolo 45 del codice di procedura penale, sostenendo che il legislatore delegato aveva dato un'interpretazione riduttiva della legge delega, operando una tipizzazione che mal si conciliava con l'ampiezza della formula in quest'ultima contenuta. La stessa Corte di cassazione ha evidenziato la profonda differenza tra il concetto di legittimo sospetto e l'espressione usata dall'attuale codice. <br>Considera poi un errore la tesi secondo cui la reintroduzione del legittimo sospetto violerebbe il principio del giudice naturale. Come afferma la stessa Corte di cassazione, l'istituto della rimessione non costituisce deroga alle regole della competenza, ma anzi un rafforzamento delle stesse sotto il profilo della naturalità del giudice: dopo la modifica dell'articolo 111 della Costituzione, non si può essere in presenza di un giudice naturale quando questi non sia nel contempo terzo ed imparziale. <br>Osserva poi che la formulazione della proposta di legge in esame non è ampia e generica, ma è supportata da un'ampia elaborazione di tipo giuridisprudenziale. <br>Quanto alle critiche sulla previsione della sospensione obbligatoria del processo, rileva che essa non è altro che il tentativo di evitare che una persona perda la propria dignità a causa di un giudice non terzo ed imparziale. <br>Nel condividere la necessità di chiudere la stagione emergenziale rispetto ai problemi della giustizia, sottolinea che ciò deve avvenire per evitare una forte sovraesposizione della magistratura e facendosi guidare dal principio fondamentale secondo il quale quando le garanzie vengono meno è obbligo del Parlamento intervenire per ripristinarle. <p>Pier Paolo Cento (Misto-Verdi-U) e Marco Boato (Misto-Verdi-U) chiedono di rinviare alla seduta di domani il seguito dell'esame del provvedimento. <p>Donato Bruno, presidente, fa presente che risultano iscritti a parlare trecento deputati e che nella riunione congiunta degli uffici di presidenza, integrati dai rappresentanti di gruppo, delle Commissioni riunite I e II, svoltasi il 4 settembre 2002, è stata stabilita la prosecuzione notturna delle sedute dedicate all'esame delle proposte di legge n. 3024 ed abbinate, come già comunicato alle Commissioni nella seduta di venerdì 6 settembre 2002. Sospende quindi la seduta, che riprenderà, presumibilmente alle 19, al termine della riunione congiunta degli uffici di presidenza, già convocata per le ore 18.<br>La seduta, sospesa alle 18, è ripresa alle 20.15. <p>Donato Bruno, presidente, in conformità alle determinazioni assunte nella riunione dell'ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi testé conclusasi, rinvia il seguito dell'esame alla seduta di domani, martedì 10 settembre 2002, alle ore 9. <br>La seduta termina alle 20h20. <br>
    6:11 Durata: 33 min 21 sec