29 AGO 2001

Giorgiana Masi: Daniele Capezzone risponde a Cossiga dalle colonne de Il Messaggero

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"Signor Direttore Una delle pagine più tristi di questa stagione politica è stata, a mio avviso, quella del parallelo tra la morte di Carlo Giuliani a Genova e quella di Giorgiana Masi, a Roma, il 12 maggio 1977.

Pietas imporrebbe, invece, che fosse fino in fondo rispettata la verità di due esistenze profondamente diverse: quella di chi ha scelto la strada della militanza violenta, come Carlo, e quella di chi, all'opposto, come Giorgiana, non tirava né sassi né estintori, ma sorrideva e firmava referendum.

Da questo punto di vista, la targa recentemente affissa a Trastevere da militanti
comunisti, che descrive i due giovani come "uccisi dalla stessa violenza", e sulla quale si è ieri soffermato da queste colonne il senatore Cossiga, è un altro modo per mistificare, per fare confusione e , insieme, per speculare sia sul dolore di allora, sia su quello di adesso.

Peraltro, del 20 luglio 2001, si sa ormai quasi tutto; molto meno si sa, invece, del 12 maggio 1977, di cui si ricorda solo che, verso sera, morì, nei pressi di Ponte Garibaldi, raggiunta da un colpo di pistola, la diciannovenne Giorgiana Masi.

Ma già dalla tarda mattinata, squadre speciali di poliziotti travestiti da "autonomi" avevano provveduto (facendo largo uso di armi improprie, di pistole non di ordinanza e di candelotti lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo) a malmenare e a ferire decine e decine di cittadini inermi, colpevoli di voler partecipare alla festa organizzata dal Partito Radicale a Piazza Navona per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio e per completare la raccolta di firme su otto quesiti referendari.

Una festa, quella dei radicali, che aveva il torto di opporsi al provvedimento governativo, sollecitato dal Ministro Cossiga, che, in palese violazione della Costituzione, aveva sancito il divieto generalizzato di manifestazione nella città di Roma.

Quel divieto aveva già subito significative deroghe (si pensi alle celebrazioni del 1° maggio o alla "festa della musica" organizzata qualche giorno prima dalla Rai), ma, in occasione della manifestazione nonviolenta dei radicali, divenne il pretesto per organizzare il pestaggio - e, potenzialmente, l'assassinio - di tutti coloro che, manifestanti o passanti, potessero essere "sospettati" di volersi recare a Piazza Navona.

I radicali possono oggi confermare il proprio giudizio sui fatti di allora: la morte di Giorgiana non fu un "incidente", ma fu il "bilancio insoddisfacente" di un'operazione a suo modo grandiosa, volta a provocare una strage, ad estendere a tutto il paese il divieto anticostituzionale di manfiestazione, a criminalizzare il Partito Radicale e, in ultima analisi, ad imporre definitivamente agli italiani l'"alternativa" tra Brigate Rosse da un lato e governo di unità nazionale Dc-Pci dall'altro".

Daniele Capezzone, segretario di Radicali Italiani.

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