27 LUG 2002

Fondazione Craxi: Prima Festa Nazionale (sessione pomeridiana)

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 3 ore 15 min

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L'«extraterrestre» Eugenio Scalfari lo chiamò brigante.

Craxi raccolse la sfida.

Un libro, un'intervista e un dibattito spiegano perché «i ghibellini di Ghino di Tacco non sono solo dei volgari ladroni» e perché «le sue idee sono ancora vive»Radicofani, 27 luglio 2002 - E' il 1988.

Bettino Craxi ha appena lasciato Palazzo Chigi alla Dc.

Il suo primo obiettivo diventa condizionare il governo in modo pressante.

Per questo il leader socialista non esita ad usare con spregiudicatezza il suo potere di coalizione.

E' qui che interviene la metafora coniata da Eugenio Scalfari, quel "si comporta
come Ghino di Tacco".

Il segretario del Psi accetta la sfida, da allora inizierà a firmare così i suoi corsivi sull'Avanti!.

Più tardi, dall'esilio, Craxi dedicherà un libro a Ghino di Tacco, libro presentato questa sera alla Prima festa nazionale organizzata dall'omonima fondazione e destinato, una volta trovata la chiave, a svelare al lettore molti particolari della storia italiana degli ultimi decenni.

GHINO DI TACCO, CHI ERA COSTUI - A delineare la figura di Ghino di Tacco, Franco Cardini, professore di Storia medioevale.

Il "masnadiero di Radicofani" nacque da uno dei più importanti casati senesi: la famiglia Cacciaconti Monacheschi Pecorai.

Il padre Tacco di Ugolino, dedito a furti e rapine, fu torturato e giustiziato nella piazza del Campo nel 1286, su sentenza del famoso giurista Benincasa da Laterina.

Più tardi lo stesso Ghino fu bandito dal contado senese e si rifugiò a Radicofani, punto di collegamento e territorio conteso tra il dominio Pontificio e lo Stato di Siena.

Qui i viandanti (Radicofani era posta in corrispondenza del tracciato della via Francigena) venivano attirati in vere e proprie imboscate e quindi derubati di ogni loro avere; dovevano accontentarsi in cambio di un banchetto che veniva loro offerto dal bandito in persona.

Si racconta che Ghino di Tacco seppe inserirsi abilmente tra le lotte e i dissidi per il posssesso del territorio e fece del borgo di Radicofani la propria signoria ed il proprio covo.

Era però un gentiluomo che prima di estorcere si informava sui reali possedimenti della propria vittima, lasciandole sempre di che vivere.

Di lui si parla anche nella Divina Commedia quando punì il giustiziere del padre ed andò a Roma al comando di quattrocento uomini, entrò in tribunale e tagliò la testa del giudice Benincasa (episodio riportato da Dante nella Divina Commedia Purg.

VI 13,14 : "Quiv'era l'Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,..."), infilandola sulla picca.

E' narrato dal Boccaccio nella novella del Decameron dedicata a Ghino (II novella del X giorno) il guarimento dell'abate di Clunj, che riconoscente intercesse presso il papa Bonifazio VIII ai fini di una riconciliazione con Ghino.

Come Craxi, quando accettò prontamente l'appellativo di Scalfari, alcuni contemporanei dubitano della natura di brigante di Ghino di Tacco.

"Non fu infame come alcuni scrivono...

ma fu uomo mirabile, grande, vigoroso..." - scrive, per esempio, Benvenuto da Imola.Ne è convinto Cardini che assicura: "I ghibellini di Ghino di Tacco non sono solo dei volgari ladroni".Riferendosi indirettamente a Craxi, il direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin aggiunge: "Ghino di Tacco era fondamentalmente onesto.

Ha dovuto essere brigante.

In realtà era una persona tormentata".L'INCLINAZIONE ALL'OBLIO DELLA SINISTRA - Se nella singolare figura del masnadiero scorgiamo in qualche modo il Craxi potente, in un'intervista realizzata da Marco Dolcetta ad Hammamett, troviamo il Craxi condannato ed esiliato.

Qui, "in un mondo amico" che lo "rispetta", lo "conosce" e lo "onora", il leader socialista parla dei "bugiardi ed extraterrestri" e della "falsa rivoluzione che in Italia ha portato al potere i comunisti".

"Ci sono persone - racconta Craxi - che si aggirano stralunate con l'aria di aver vissuto vent'anni sulla luna.

Pochi raccontano la propria gioventù".

Il ventennio a cui si riferisce l'ex premier, naturalmente, è quello fascista.

"Pavese, Pratolini, Antonioni, Einaudi erano fascisti.

Eugenio Scalfari scriveva su Roma Fascista.

Si può dire che tutti e quattro i grandi maitre-a-penser del giornalismo italiano sono stati fascisti: Montanelli, Scalfari, Bocca e Biagi".

Bugie e dimenticanze si ripropongono con Tangentopoli.

Racconta Craxi dell'allora Presidente della Repubblica: "Oscar Luigi Scalfaro è stato con me Ministro degli Interni.

Gli ho scritto una lettera sei anni fa, non ho ancora ricevuto risposta.

Ma gli scriverò ancora".Dice bene Daniele Capezzone, unico segretario di un partito ad intervenire qui a Radicofani: "I volti dell'omaggio nel momento del Craxi potente sono gli stessi volti dell'oltraggio nel momento in cui Craxi non lo era più".Volgendo lo sguardo al presente, il giornalista della Stampa Pierluigi Battista individua in questa attitudine all'oblio, la grande debolezza della sinistra.

"Guglielmo Epifani - rammenta Battista - fu un uomo che nella Cgil partecipò in prima persona per il taglio dei punti della scala mobile sulla linea contraria a quella di Lama.

Di tutto questo sui giornali non c'è traccia, eppure non c'è nulla di cui vergognarsi".

"Quando Cofferati - sottolinea ancora il giornalista - difende a spada tratta lo Statuto dei lavoratori ricorda Ugo Spagnoli ma non Federico Mancini (di cui, tra l'altro, fu allievo Marco Biagi) e Gino Giugni.

Allo stesso modo nessuno ricorda che Mancini, l'uomo che scrisse l'art.18, venne poi fatto fuori dalla Corte Costituzionale perché craxiano".

LE IDEE DI BETTINO SONO ANCORA VIVE - Nel 1994, a meno di 24 mesi dalle elezioni che avevano visto il pentapartito guadagnare il 51% dei voti, si verifica la sparizione dei cinque simboli dalla scheda elettorale.

L'evento in sé - sottolinea Daniele Capezzone - è "cosa sconosciuta a qualsiasi paese democratico.

Insomma, queste cose generalmente si realizzano coi carrarmati".

Sopravvivono i comunisti, che - come afferma Craxi nell'intervista a Dolcetta - hanno un "elettorato radicato e ben organizzato".

I socialisti oppongono invece una "debolezza suicida".

"L'unica resistenza che bisognava offrire - spiega lo stesso leader - era la verità: il finanziamento illecito dei partiti certo non era una prerogativa esclusiva di Psi e Dc".

Comunque - e Craxi in quell'intervista sembra convinto - "la ruota della storia gira e le verità prima o poi verranno a galla".Da qui, da una lettura attenta di quegli eventi, Capezzone propone di ricostruire il rapporto tra Craxi e Pannella.

"Entrambi convinti che fascisti, comunisti e clericali non potevano esaurire la storia politica di questo paese, si sono scontrati a volte con durezza" - rammenta il segretario di Ri.

Poi, fra il '92 e il '94 Pannella "fece uno sforzo per scongiurare la vittoria annunciata della gioiosa macchina da guerra, vittoria poi impedita da Berlusconi".

Berlusconi - sottolinea Capezzone - non ha impedito però il realizzarsi di alcuni obiettivi.

Il paese resta nella necessità di "un progetto del respiro di una riforma".

Anche sulle cose - proibizionismo e proporzionalismo - su cui Pannella e Craxi non furono d'accordo.

Le parole di Stefania che aprivano il dibattito suonano come un auspicio: "E' stato il primo socialista liberale ed il primo socialista europeo.

Le idee di Bettino sono ancora vive".

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