04 OTT 2002

Iraq: Gli Usa, l'Europa e la questione mediorientale (con Caracciolo, De Michelis e Selva)

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 2 ore 10 min

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Colpire l’Iraq per arrivare all’Arabia Saudita e costruire un nuovo equilibrio geopolitco in tutta la regione.

Queste per Caracciolo e Walter Russell Mead le reali intenzioni che presuppongono l’intervento armato in IraqRoma, 4 ottobre 2002 - Incontro alla Sala del refettorio della Camera organizzato dalla rivista “Acque e Terre” sul tema: “Gli Usa, l'Europa e la questione irachena”.Walter Russell Mead, considerato uno dei massimi esperti statunitensi di politica estera e di economia internazionale, fa il punto sulla situazione dei rapporti tra l’Iraq e il mondo occidentale.

Per
l’accademico la questione di un’eventuale intervento armato nella regione deve essere letta alla luce della necessità di modificare lo status quo mediorientale.Con o senza l’OnuTale risultato può essere ottenuto cominciando dalla rimozione del rais di Baghdad.

E tanto meglio se alla fine ci sarà una risoluzione positiva del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma se ciò non avverrà l'opinione pubblica americana sosterrà comunque il presidente George W.

Bush perché è largamente diffusa nell’opinione pubblica Usa la priorità di dover imporre lo stato di diritto all'Iraq.Modificare lo status quo attualeLucio Caracciolo, spiega che con la rimozione di Saddam Hussein gli Stati Uniti in realtà intendono avviare una sorta di guerra all'Arabia Saudita e questo “per ridisegnare la mappa geopolitica del Medio Oriente”.

Tuttavia l’amministrazione Bush tende a “vendere una guerra del Bene contro il male” alla propria opinione pubblica.Tale strategia non ha e non può avere effetti positivi in Europa perché è pensata per andare incontro da una parte alle convinzioni di “certe personalità interne all’amministrazione, coma Ashcroft, influenzate dal fondamentalismo evangelico” e dall’altra dalle caratteristiche tipiche dell’opinione pubblica americana.Il fondamentalismo pacifista“Semmai – aggiunge Caracciolo - noi abbiamo un altro tipo di fondamentalismo, ed è quello pacifista”.

Si tratta di “coloro che in questo paese, molto diversamente dal pacifismo Usa, fondamentalmente per principio rifiutano la guerra, e vogliono la pace, anche se essa servisse l’ingiustizia”.

Difficilmente però “questi pacifisti sosterrebbero che nel regime di Saddam loro ci vivrebbero senza problemi”.Permane il fatto "che gli Usa dicano una cosa e ne pensano un’altra”.

Ossia che intendono fare una “guerra all’Arabia Saudita mascherata come guerra all’Iraq”.Non c’entra il petrolioÈ necessario ricordare che “gli Usa posso tranquillamente fare a meno del petrolio dell’Iraq.

Hanno deciso di andare al di là della questione petrolio”.

Il vero problema è che “non si sentono sicuri di questo status quo mediorientale dal quale è arrivato l’11/9”.Caracciolo aggiunge che se questo messaggio “fosse articolato in modo più esplicito avrebbe una capacità di impatto e mobilitazione superiore, sia negli Usa che in Ue.

Incontrerebbe però la forte reazione dei paesi arabi”.

Quanto all’esplicitazione della dottrina della guerra preventiva essa porta con sé il fatto che ad oggi gli Usa “si considerano con le mani libere nell’agire a difesa dei propri interessi nazionali vitali.

E oggi la sicurezza nazionale appare vitalmente minacciata”.Bush come ReaganTale approccio dell’amministrazione Bush può ben definirsi per Caracciolo “neo reaganiano e neo jacksoniano”, in particolare nell’intenzione di “rovesciamento dello status quo, in parallelo con il discorso di Reagan sulla possibilità di convertire l’Urss e trasformarla in uno spazio di democrazia”.Con quella strategia si confutava “chi sosteneva la politica di contenimento per far spazio alla convinzione di poter ottenere un ‘roll back’.

Con la guerra all’Iraq passano in affetti da un contenimento ad un roll back che riguarda la regione.

Conquistata Baghdad si controlla il golfo Persico e si avvia un’influenza verso Iran e Arabia Saudita”.

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