23 NOV 2002

Storiografia: Primo Salone del Libro Storico, tavola rotonda «Le utopie del Novecento» (con Veneziani e Ginsborg)

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 2 ore 27 min

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Ripartire dalla comprensione delle utopie per capire meglio la storia del Novecento.

Ne discutono Veneziani, Luzzatto e GinsborgRoma, 23 novembre 2002 – Prosegue il Primo Salone del Libro Storico con una tavola rotonda sul tema: «Le utopie del Novecento», organizzata da Mirella Serri, dell’Università di Roma, a cui hanno partecipato gli storici Paul Ginsborg, Università di Firenze, Sergio Luzzatto Università di Torino, Giovanni De Luna, Università di Torino, e i due giornalisti e saggisti, Pierluigi Battista e Marcello Veneziani.Corpo e utopiaPer capire le utopie che hanno
attraversato il Novecento, Sergio Luzzatto propone una chiave di lettura inusuale per gli storici, e cioè quella di studiare “il corpo come ingrediente delle utopie totalitarie”.

L’autore del noto saggio «Il corpo del Duce» suggerisce di riflettere su questo elemento “in senso stretto come fatto fisico”, ma “anche in senso traslato, ossia del corpo come rappresentazione organicistica della società futura”.Alla base di questa visione “c’è la rappresentazione del popolo unito.

Di una società che non si poteva pensare divisa, a cui si pensava come a un unico corpo”.

Se dunque il “Popolo è uno, tutti gli altri sono batteri, e l’altro deve essere azzerato come corpo estraneo che va espulso”.Il corpo del capoPartendo da qui “si arriva al corpo del partito e al corpo del capo”, e cioè a quello che "Solgenitzin ha chiamato l’Egocrate”.

In questo senso esistono “analogie tra Stalin, Hitler e Mussolini, i quali offrivano alla società i loro corpi mortali e immortali”.Questa “invadenza del corpo” secondo Luzzatto è connessa al fatto che “la democrazia a partire dalla Rivoluzione Francese aveva disincarnato la società e disincarnato la politica.

Uno dei problemi per la democrazia è che essa contava troppo sui numeri, i calcoli e le schede”.Le dittature del Novecento invece si propongono di “riportare il corpo al centro del discorso”, in primo luogo “abolendo il suffragio a favore del plebiscito”.

Inoltre il “corpo carismatico dell’egocrate del Novecento non prevede la successione”.

E infatti “Hilter, Mussolini e Stalin rifiutano il tema della successione”, questo perché “la dittatura moderna si basa non sulla continuità ma sulla unicità dell’uomo guida”.Dopo il 1945 “le democrazie hanno provato a ripartire dai numeri e hanno provato a cancellare il carisma dei corpi.

L’Italia di De Gasperi è fatta da individui disossati”, mentre “un uomo come Aldo Moro gli italiani lo hanno scoperto quando hanno visto fotografato il suo corpo nella prigione del popolo.

O ancora di più nel bagagliaio della Renault rossa”.Il falò delle utopieMarcello Veneziani discute invece di quello che ha chiamato “il falò delle utopie dal 1968 in poi”.

L’idea “dell’Uomo nuovo, di un Ordine nuovo e un Mondo nuovo è presente in tutte le utopie”.

Veneziani ricorda come la stessa locuzione “ordine nuovo” ricorre sia “nel comunismo, con la nota rivista fondata da Gramsci, sia nel mito rivoluzionario fascista”.In particolare “nel 1968 si radica una sorta di patriottismo anagrafico” con il diffondersi del concetto “siamo tutti figli del nostro tempo, dando vita ad un patriottismo della contemporaneità”.

Si tratta in realtà di “uno dei miti del giovanilismo.

Di colui che “gravido del futuro, rappresenta il simbolo di riferimento dell’utopia”.Inoltre in quel momento si afferma “l’Etica della convinzione che prevale sull’etica della responsabilità”.

Tale etica della convinzione rientra nell’utopia, non curandosi degli effetti ma si cura solo delle intenzioni”.Di tutto ciò, per Veneziani “ad oggi è rimasta solamente la piccola utopia del privato.

Dalle manipolazioni genetiche nel sogno di un uomo nuovo, ai grandi viaggi, all’illusione dell’eterna gioventù, quella di oggi si configura come utopia su misura individuale”.

Si tratta di “utopie Autoreferenziali” e in questo senso “noi ci utopiamo addosso”.

Così “il nostro corpo diventa luogo della nostra utopia”.

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