25 OTT 2004
intervista

La nuova economia del terrorismo. Intervista a Loretta Napoleoni

INTERVISTA | - 00:00 Durata: 55 min 16 sec

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Roma, 23 ottobre 2004 - Radio Radicale ha intervistato l'economista Loretta Napoleoni autrice de "La nuova economia del terrorismo" (Marco Tropea editore), libro che analizza, senza cedere a condizionamenti politici di alcun genere, il sistema economico delle organizzazioni terroristiche.

Il libro ha incontrato solo le critiche del quotidiano "il Manifesto", che non ha gradito l'impostazione di questo studio.

Ecco quali sono stati i punti toccati nel corso di questa intervista.

Il terrorismo è sempre stato un'impresa economica.

Durante la Guerra Fredda, il terrorismo era al soldo delle
superpotenze.

I terroristi hanno combattuto guerre per procura in tutto il mondo, finanziando gruppi armati locali con operazioni legali o sotto copertura (come nel caso dei Contras in America latina).

Alla fine degli anni '70 e all'inizio del decennio successivo, alcuni di questi gruppi si sono attrezzati per privatizzare il terrorismo.

Per raccogliere fondi hanno fatto ricorso ad una mescolanza di attività legali e illegali - l'Ira aveva il monopolio dei trasporti privati a Belfast; L'Olp si ritagliò una parte nel commercio di hashish dalla valle del Bekaa in Libano; Carlos "Lo Sciacallo" e Abu Nidal divennero "fucili da assoldare" per leader arabi come Gheddafi.

La globalizzazione ha rinforzato il terrorismo.

Negli anni Novanta, quando vennero meno le barriere economiche e finanziarie, i gruppi terroristici hanno espanso i loro affari, da quel momento divenuti transnazionali.

Oggi il denaro necessario viene raccolto attraverso le frontiere come dimostrano gli imperi economici di Yousef Nada e Idris Nasreddin, due dei soci in affari di bin Laden.

Secondo i rapporti delle Nazioni unite, il loro giro d'affari, che va dai patrimoni immobiliari all'industria ittica, ha raggiunto l'Europa e l'Africa per un ammontare di centinaia di milioni di dollari.

Ogni volta che un americano legge un giornale o beve un sorso di qualche bevanda contribuisce all'impero di Osama bin Laden Gli affari dei terroristi non potrebbero proliferare senza penetrare nel più vasto mercato del mondo, quello degli Stati Uniti.

Durante la metà degli anni Novanta, quando risiedeva in Sudan, Osama bin Laden acquistò il 70 per cento della Gum Arabic Company Ltd, che produce circa l'80 per cento delle forniture mondiali di gomma arabica.

Estratta dalla linfa delle piante di acacia che crescono in Sudan, la gomma arabica è usata per fissare l'inchiostro sui giornali, per prevenire il deposito che potrebbe formarsi nelle bevande e per realizzare una pellicola protettiva con cui ricoprire dolciumi e pillole affinchè rimangano fresche più a lungo.

L'investimento di bin Laden si è dimostrato capace di produrre moneta sonante.

Nel Novembre del 1997, quando Clinton impose delle sanzioni economiche al Sudan, un buon numero di importatori americani, incluse l'Associazione americana dei giornali e l'Associazione americana delle bevande, si opposero.

Alla fine la gomma arabica venne esclusa dalle restrizioni.

L'economia terroristica vale più del PIL della Gran Bretagna.

La globalizzazione ha anche facilitato l'alleanza di imprese capitanate dai terroristi con attività illegali e criminali.

Questo ha significato un gran giro d'affari.

Oggi il loro fatturato annuo congiunto è sbalorditivo: 15mila miliardi di dollari, più alto del prodotto interno lordo del Regno Unito.

L'economia terrorista è un bene per il capitalismo occidentale Il fatturato di 15mila miliardi viene immesso nelle economie occidentali riemergendo pulito attraverso procedure di riciclaggio in Europa e negli Stati Uniti.

Si tratta di una vitale infusione di denaro fresco in queste economie.

Se lo eliminassimo, l'Occidente si troverebbe automaticamente a dover fronteggiare una recessione.

L'economia terrorista/illegale cresce più rapidamente dell'economia americana.

Finora, i terroristi hanno condotto i loro affari in dollari, principalmente in biglietti da 100 dollari; così accade per il traffico di armi e di droga e per altre attività criminali o illegali.

Dunque, un'indicazione grezza del tasso di crescita dell'economia terrorista è dato dall'emissione annua di nuove banconote americane.

Nel 2000, due terzi dell'emissione monetaria americana, equivalenti a 500 miliardi di dollari, è stata portata fuori dagli Stati Uniti.

Questi dati si riferiscono al denaro portato all'estero attraverso valigette o transazioni bancarie offshore.

Se queste statistiche sono esatte, il tasso di crescita del volume monetario terroristico/illegale è più alto di quello dell'economia americana.

L'11 Settembre è stato uno dei più grandi eventi di insider-trading della storia.

I terroristi sono anche degli esperti speculatori.

Durante le settimane precedenti l'11 Settembre, un volume insolitamente alto di transazioni fu registrato in alcuni settori, come il trasporto aereo, l'energia e le assicurazioni.

Ne furono protagoniste anche le azioni della American Airlines e della US Airlines, poi coinvolte negli attentati.

Un andamento simile investì gli affari assicurativi, con alcune delle principali compagnie del settore che divennero oggetto di un'eccezionale e inaspettata speculazione sul mercato dei titoli.

Il fine settimana successivo agli attacchi, Ernst Welteke, presidente della Bundesbank tedesca, ammise che c'era stata un'operazione di insider-trading da parte dei terroristi e aggiunse che anche il mercato delle merci ne era stato colpito.

Al contrario, alcuni giorni prima degli attacchi, il prezzo del petrolio e dell'oro subirono un improvviso e inspiegabile aumento.

Cosa che venne seguita da un'ondata di attività sul mercato dei titoli.

Il 12 Settembre il prezzo del petrolio fece un balzo di oltre il 13 per cento, mentre quello dell'oro salì del 3 per cento.

I prezzi continuarono a salire per tutta la settimana.

Chiunque avesse saputo cosa sarebbe accaduto l'11 Settembre avrebbe potuto predire un tale andamento.

Fare profitti sul terrorismo.

Il terrorismo è un così buon investimento che anche il governo degli Stati Uniti cercò di entrarvi.

L'estate scorsa il Pentagono fu costretto ad abbandonare un progetto (Future PAM) a cui aveva lavorato per venti mesi e che consisteva nel lancio di un mercato dei titoli on line in cui consentire agli speculatori di scommettere su possibili assassini, colpi di stato e atti di terrorismo.

A capo del progetto c'era un esperto del terrorismo di Stato: il vice ammiraglio John Poindexter, ora in pensione, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Ronald Reagan.

Negli anni '90 Poindexter fu dichiarato colpevole di cinque diversi crimini, inclusi la menzogna al Congresso, distruzione di documenti e ostruzionismo all'inchiesta che il Congresso stava conducendo sullo scandalo Iran-Contra.

Diversi senatori si erano opposti al suo progetto sulla base del fatto che i terroristi ne sarebbero stati i primi beneficiari, essendo loro a portare a compimento gli attacchi.

Il terrorismo è un business così fiorente che nessuno vuole veramente sradicarlo.

Finora, gli sforzi internazionali per frenare la finanza terrorista sono falliti.

I 140 milioni di dollari che sono stati congelati dall'11 Settembre, provenienti per il 70 per cento da conti bancari aperti in Occidente, sono una cifra insignificante.

I profitti generati dalle compagnie che fanno capo ad al Qaeda e dalle donazioni dal mondo musulmano sono rimasti per lo più intoccati.

Per esempio, la Haramain Charitable Foundation, un istituto di beneficenza con un fatturato di 30 milioni di dollari annui, è ancora attiva in numerosi Paesi.

Recentemente ha aperto una nuova scuola islamica a Jakarta, in Indonesia, una delle spine nel fianco dell'Occidente nel sud-est asiatico.

In due occasioni l'Arabia Saudita ha detto di essere d'accordo con la chiusura di questa fondazione, presieduta dallo sceicco Abdul Aziz al-Ashaik, ministro saudita per gli Affari Islamici, ma non l'ha ancora fatto.

Finora l'Arabia Saudita ha congelato fondi terroristi per 4,7 milioni di dollari, chiuso 6 dei 241 istituti di beneficenza sauditi e proibito la raccolta di monete all'entrata dei centri commerciali.

Non molto se paragonato a quanto dicono i rapporti dell'Onu, secondo cui prima dell'11 Settembre il 20 per cento del prodotto interno saudita finiva nelle casse di al Qaeda.

In due occasioni gli USA sono stati sul punto di acciuffare Osama bin Laden.

Il terrorismo è un business troppo lucroso per procedere all'arresto di Osama bin Laden? Nel 1996 il ministro della Difesa del Sudan, il generale Elfatih Erwa, offrì l'estradizione di bin Laden, allora residente in Sudan, ma i funzionari americani rifiutarono.

Chiesero invece che il generale Erwa intimasse a bin Laden di lasciare spontaneamente il Paese.

"Basta che non gli consentiate di andare in Somalia", aggiunsero.

Nel 1993, 18 soldati americani erano stati brutalmente uccisi in Somalia durante delle rivolte di strada in cui erano presenti anche dei seguaci di al Qaeda e gli americani temevano che la presenza di bin Laden in quel Paese potesse creare altri disordini.

Quando il generale Erwa rese noto che bin Laden sarebbe andato in Afghanistan, la risposta americana fu "lasciatelo andare".

Poche settimane dopo l'11 Settembre, i leader dei due partiti islamici pachistani negoziarono l'estradizione del mullah Omar e di bin Laden verso il Pakistan, dove sarebbero stati processati per gli attacchi terroristici in America.

Ancora una volta l'America rifiutò l'offerta.

A due anni e mezzo dall'inizio della guerra al terrore, appare chiaro che i vincitori sono i terroristi; e mentre le finanze di al Qaeda sono ancora intatte, l'America è costretta a fronteggiare il più alto deficit di bilancio della sua storia.

Cosa può essere fatto? Iniziare a trattare il terrorismo per quello che è: un business globale; costringere i nostri alleati musulmani ad agire immediatamente nell'ostacolare il finanziamento dei terroristi, e concentrare i nostri sforzi nel rintracciare i soldi dei terroristi presenti nei nostri Paesi, anche se questo può comportare delle indagini sui capisaldi del capitalismo occidentale: Wall Street, la City di Londra e le migliaia di centri offshore ad esse collegate.

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