13 DIC 2004
intervista

"La posizione della missionaria". Intervista ad Antonio Pascale

INTERVISTA | - 00:00 Durata: 38 min 31 sec

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Roma, 13 dicembre 2004 - La posizione della Missionaria: Teoria e pratica di Madre Teresa, edito in Italia da Minimum fax.

Il libro, scritto da Cristopher Hitchens, uscito nel 1995, provocò ampio dibattito nel mondo anglosassone.

Quello latino e cattolico, che ne scoprì la traduzione nel 1997, proprio nei giorni in cui la missionaria morì, invece non gli dedicò alcuna attenzione.

O, in qualche raro caso, lo definì un libercolo pieno di odio e nefandezze, chiudendo la faccenda con la sempre utile formula del Vangelo: Perdona loro perché non sanno quello che fanno.

Il tutto senza mai
confrontarsi con i contenuti del saggio.

Vale la pena di domandarsi perché informazioni magari spiacevoli, ma documentate e mai confutate, vengano sostanzialmente ignorate in Italia.

Quello che disturba, che lascia perplessi e che a suo tempo spinse Hitchens a scrivere il libro, sono le azioni terrene di Madre Teresa, il suo aver messo in piedi un sistema altamente discutibile che nessuno ha mai osato, o voluto, esaminare e ancor meno criticare.

Hitchens racconta di essersi interessato per la prima volta alla suora dopo essersi reso conto della cieca devozione di cui era oggetto a livello planetario.

E cominciò a porsi qualche domanda.

Per esempio: come si può adorare una donna che, ricevendo nel 1979 il Nobel per la pace, ha pronunciato un discorso nel quale la frase clou era: L'unica, vera minaccia alla pace nel mondo è l'aborto? Che intrattiene relazioni di amicizia, e sostegno politico, con dittatori sanguinari quali gli haitiani Duvalier? Dov'è la credibilità di una persona che proibisce l'uso delle medicine più comuni nei "suoi" ospedali, ma si fa curare nelle migliori cliniche private della California? Con quale diritto decide le sorti dei "suoi" bambini, preferendo lasciarli parcheggiati nei "suoi" miseri orfanotrofi piuttosto che affidarli a genitori pieni d'amore, ma privi degli altissimi standard morali da lei richiesti? Perché, di tutti i milioni di dollari affluiti nelle casse dell'Ordine, neanche un centesimo si trova nel posto più logico, ossia nelle banche di Calcutta? In effetti, a quest'ultima domanda Hitchens aveva già trovato risposta.

Per intuire quale sia, basta riflettere sul fatto che il Governo indiano è molto rigido in materia di contabilità delle organizzazioni no profit: per legge, tutte le donazioni e i conti devono essere resi pubblici.

Per le altre domande, il saggista andò in India a incontrare Madre Teresa.

Non senza aver letto, prima, un rapporto pubblicato nell'autorevolissima rivista scientifica The Lancet: un lungo articolo, nel quale un medico esponeva le condizioni sanitarie dei vari "ospedali" creati dalla suora.

Il resoconto era raccapricciante: i malati sono ammucchiati per terra o su brandine sporche, lo stesso ago è riutilizzato finché non si rompe (alla faccia delle più elementari regole di igiene), non c'è personale specializzato, non è prevista alcuna terapia del dolore né alcuna forma di training medico per le sorelle che accudiscono i non morenti, nessuno è in grado di fare una diagnosi e quindi di salvare una persona.

Tutte informazioni che Hitchens verificò in prima persona.

E soprattutto un fatto lo sconvolse: Madre Teresa non ha mai avuto la più lontana intenzione di curare gli altri, di alleviare fisicamente le loro sofferenze.

Anzi, uno dei cardini della sua dottrina è basato proprio sul dolore fisico: Gesù ha sofferto sulla croce, ergo i suoi figli devono fare altrettanto.

Indipendentemente dalla loro volontà.

Nel suo libro, e nelle decine di interviste rilasciate dopo la pubblicazione, Hitchens riporta le testimonianze dei volontari e delle tante sorelle che hanno abbandonato l'ordine.

Storie sempre uguali: non accettavano più di vedere soffrire fisicamente i malati, sapendo che esistevano i mezzi per alleviarne il dolore.

Non sopportavano più di non potere comprare antibiotici specifici per curare la tubercolosi di tanti bambini.

Né che un paziente facilmente curabile non fosse mandato in un altro ospedale perché altri avrebbero potuto chiedere la stessa cosa.

Erano disgustati dal dover battezzare di nascosto i morenti.

O dal veder rifiutata la costruzione di un ascensore, offerta dal Comune, in un rifugio per i poveri nel Bronx, perché allo spostamento dei disabili avrebbe provveduto il cielo.

Non capivano perché, con tutto il denaro raccolto, non si potesse costruire un ospedale efficiente.

Né perché Madre Teresa si buttasse, con una foga da crociato, nel referendum contro il divorzio in Irlanda, ma rilasciasse interviste nelle quali benediceva con giubilo la fine del matrimonio della sua amica Lady Diana.

Erano esterrefatti dall'esperienza di alcune sorelle romane, le quali, trovandosi con troppi pomodori, avevano deciso di farne conserva.

Che fu buttata, in quanto segno di sfiducia nella provvidenza divina.

Se questi episodi fossero decontestualizzati, fornirebbero materia eccellente per qualche gag di humour nero.

Ma Hitchens non è un umorista e noi, leggendolo, non possiamo ignorare la domanda che sottende tutto il libro: Madre Teresa era davvero una santa? O piuttosto era una dogmatica integralista, che usò i poveri e i morenti per lodare e promuovere una forma di religiosità spietata, intollerante e probabilmente estranea alla maggior parte dei credenti? Quegli stessi credenti - troppo occupati dai problemi materiali, e dal bisogno di avere la coscienza tranquilla - che parteciparono alla costruzione del mito senza porsi troppe domande.

Ora che Madre Teresa è in cielo (ma siamo sicuri che, con il suo passato, non debba scontare almeno una piccola pena in purgatorio?) pare che il nuovo vertice delle Missionarie di Carità stia modificando le regole.

Ne abbiamo parlato con Antonio Pascale, curatore dell'introduzione dell'edizione italiana del libro.

Il tutto preceduto dalla lettura di un articolo del settimanale Famiglia Cristiana che mette a confronto Emma Bonino con la missionaria.

Intervista di Lanfranco Palazzolo.

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