05 APR 2001

ItalianiEuropei: «Il cinema italiano e l'Europa. Identità, strategie e risorse»

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 5 ore 5 min

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Roma, 4 aprile 2001 - Documento audiovideo del convegno dal titolo: "Il cinema italiano e l'Europa.

Identità, strategie e risorse", promosso dalla Fondazione Italianieuropei e dalla Fondazione Mario Cecchi Gori.

Al centro del dibattito, lo stato del cinema italiano e l'idea, proposta dal Ministro dei Beni Culturali, Giovanna Melandri, di creare un'area culturale europea sul modello di quella costituita per la moneta unica, per fronteggiare meglio la predominanza statunitense.

Apre la discussione, l'intervento di Indro Montanelli che afferma che il cinema italiano "non potrebbe essere ad un
livello più basso".

Ma Mario Monicelli, gli oppone subito che nell'ambito europeo "ogni cinema vive una sua vita grama e miserabile al suo interno".

L'anziano regista ammette peraltro di non aver compreso la ricetta proposta dall'onorevole Melandri e dal presidente di Eurovisioni, Luciana Castellina, per creare un cinema unico nel vecchio continente.

Secondo Monicelli il più grande aiuto da dare al cinema non consiste nella promozione di autori ma nella creazione di un'industria, che negli anni '50-'60 esisteva e permetteva (anche ai grandi autori) di fare 250-300 film all'anno.

"Nulla si assomiglia come il nostro cinema ed il nostro Paese".

Nel corso di un articolato intervento, Valter Veltroni spiega che c'è stata una certa volgarità che si è fatta avanti nella vita italiana e così anche nel nostro cinema.

"Chissà che in questo periodo il cinema non ritorni a conquistare una certa grandezza, indotto da una stanchezza che fa strada a qualcosa di più sofferto, consapevole e carico di energia".

Il segretario dei Ds in questo senso conferma che "il cinema italiano ha i fondamentali a posto" e sottolinea i meriti del governo dell'Ulivo che ha riportato le nuove generazioni al cinema.

Altro punto di vista, quello di Francesco Rosi che, pur affermando di non aver ricette da proporre, ricorda il valore della memoria e sottolinea la responsabilità della televisione.

"I giovanissimi non conoscono il cinema italiano, perché le televisioni non lo trasmettono" - dichiara il regista de "Le mani sulla città".

Dello stesso parere, Suso Cecchi d'Amico, che "in attesa di fare il meglio", chiede almeno il rispetto delle regole stabilite, ad esempio per quanto concerne la programmazione del cinema italiano in tv.

Dopo Veltroni, il cinema di oggi trova ancora un elogio nelle parole di Angelo Guglielmi, direttore dell'Istituto Luce, che ne mette in risalto la libertà dalle influenze di una monocultura dominante.

"E poi la cultura non si misura dal consumo" - aggiunge Guglielmi.

Similmente Umberto Eco ricorda che "le grande opere d'arte non nascono mai per una decisione culturale dall'alto" e che "in Italia nel momento più buio sono venuti fuori i film migliori".

Le idee che il noto scrittore considera più convincenti comunque passano per il potenziamento del cinema locale e del cinema giovanile.

A favore di una federazione degli istituti di cultura europei sul modello di quelli americani, si schiera invece il neo direttore dell'Unità, Furio Colombo, che sottolinea l'attenzione statunitense al cinema italiano.

All'evocazione della televisione e soprattutto della televisione pubblica, in numerosi discorsi, risponde nella sua relazione, il Consigliere d'Amministrazione Rai, Stefano Balassone.

"Solo un'azienda sovrana può perseguire una vera concorrenza ed una logica di sviluppo della produzione" - dice.

Secondo il consigliere, in scala internazionale e con riferimento alla dimensione aziendale, sia Rai sia Mediaset sono "nani" che, quindi, "non riusciranno a trascinare il cinema nel mercato globale".

E dato che le direttive-tampone sono adatte all'emergenza, a questo punto occorre "intervenire sugli assetti di sistema, puntare sullo sviluppo anche conflittuale degli interessi ed evitare di compromettere i poteri pubblici nella funzione di guardiani dell'esistente".

Ma la produzione televisiva trova nuove critiche in Bernardo Bertolucci.

"La sottocultura diffusa nel nostro Paese non permette agli italiani di rendersi conto dell'irrealtà che viene proposta dalle nostre televisioni" - afferma il regista di "Novecento".

Ed aggiunge: "Era triste la televisione quando imitava il cinema, adesso però è il cinema (anche a livelli alti) che imita la tv".

Tra chi propone rimedi, Lino Miccichè, professore e critico cinematografico, sottolinea l'importanza della formazione.

"I ragazzi sono educati da una scuola non statale, ma da una scuola privata che è il mercato" - afferma.

Conclude l'incontro, il presidente della Fondazione Italianieuropei, Massimo D'Alema, introdotto da Roberto Benigni che dichiara di essere in procinto di girare, con l'aiuto del presidente dei Ds, un orror-fantascientico su un imprenditore con uno stalliere mafioso che nel finale riesce a diventare presidente del Consiglio. .

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