12 DIC 2001

Confindustria: «Previsioni macroeconomiche. Benchmarking competitivo: Il sistema universitario italiano» (con D'Amato)

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 2 ore 25 min

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Le previsioni macroeconomiche del Csc manifestano un «cauto ottimismo».

Ma gli industriali avvertono: «Senza le riforme non sarà possibile ridurre la pressione fiscale, la spesa pensionistica e pubblica necessarie per rendere il nostro paese capace di crescere»Roma, 12 dicembre 2001 - «Alcune misure sin qui attuate dal Governo sembrano atte a migliorare il potenziale di sviluppo dell’economia, ma le prospettive della spesa pubblica rimangono un ostacolo rispetto all’attivazione di quel circolo virtuoso, fatto di riduzioni di imposte e rilancio della crescita, che costituiva il
fondamento logico del progetto enunciato nel Dpef.

La costruzione del consenso attorno a quel progetto rimarrà una delle sfide centrali per l’attività di Governo nel futuro prossimo».

Parla di un «cauto ottimismo» il direttore del Centro Studi di Confindustria, presentando le ultime previsioni macroeconomiche.

In realtà, l'analisi presentata oggi pare molto lontana da quella formulata all'indomani dell'11 settembre, e tante volte richiamata dal ministro dell'Economia Tremonti.Nel mirino i tassi della Bce e le promesse del DpefPreoccupa Confindustria la politica monetaria condotta dalla Bce, che ha calato di soli 100 punti i tassi a fronte dei 150 delle autorità Usa.

Soprattutto, però, delude il pur «opportuno» rinvio dell'«ambizioso proposito del Dpef di ridurre la spesa corrente primaria di un punto di Pil all’anno, come premessa per ridurre il disavanzo e la pressione fiscale».Lo conferma Antonio D'Amato intervenendo al seminario di presentazione del Rapporto.

«Gli industriali italiani - afferma il presidente di Confindustria - hanno mantenuto una solida fiducia nella capacità del governo di dar corso a riforme strutturali.

Ma questa non può essere una apertura di credito in bianco ad una stagione di riforme se e quando verrà».La manovra, infatti, secondo Confindustria genera due effetti.

«Il primo - spiega Galli - è che la spesa corrente primaria non solo non diminuisce, ma aumenta leggermente rispetto al 2001: dal 37,2% del Pil al 37,3, secondo le valutazioni ufficiali.

Di più secondo le valutazioni del Csc».«Il secondo riguarda le conseguenze della manovra sugli anni successivi al 2002.

Sempre stando alle valutazioni ufficiali, la legge finanziaria migliora l’avanzo primario di 9 miliardi di euro nel 2002.

L’effetto si riduce a 6,5 miliardi nel 2003 e cambia di segno, ossia è tale da determinare un peggioramento dei conti (per 1,8 miliardi di euro), nel 2004».

Ciò è dovuto al fatto che la manovra si fonda largamente su misure di carattere straordinario, ancorché - sempre secondo gli autori dello studio - «ingegnose e in gran parte meritorie» (cartolarizzazioni, scudo fiscale, emersione, rivalutazione dei cespiti), a fronte delle quali vi sono aumenti di spesa (principalmente per le pensioni al minimo e per i contratti del pubblico impiego) e riduzioni di imposte (principalmente le detrazioni per i figli a carico) che hanno carattere permanente.

Bene la delega sul lavoro, improbabile quella sulle pensioniE non è tutto.

Le aspettative di un’inversione di tendenza rispetto a uno scenario di questo tipo erano essenzialmente affidate alle leggi delega sul lavoro e sulle pensioni.

La prima se approvata dal Parlamento e coerentemente attuata dal Governo, «potrebbe determinare effetti positivi sull’economia sia direttamente, per via di più efficienti meccanismi per l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, sia indirettamente attraverso l’aspettativa di un cambiamento della regolazione in senso meno sfavorevole all’imprenditorialità».

Sulla seconda delega, relativa alle pensioni, e tuttora oggetto di confronto fra il Governo e le parti sociali, si appunta tutto lo scetticismo di Confindustria.

«Le proposte di cui si parla in questi giorni, basate su incentivi a proseguire l’attività lavorativa, hanno costi certi per lo Stato (perché danno un beneficio anche a chi comunque non avrebbe scelto la via del pensionamento di anzianità) e benefici incerti (non si sa quanti sceglieranno di proseguire), di modesta entità (perché gli incentivi, anche se efficaci, costano) e soprattutto di breve periodo (perché coloro che rimangono dovrebbero maturare diritti pensionistici più elevati)».Al momento, - secondo il Rapporto - e salvo improvvisi cambiamenti di rotta, non appare possibile ipotizzare uno scenario caratterizzato da una consistente riduzione della spesa pensionistica sia nel breve che nel medio termine.«La situazione è estremamente pericolosa - chiosa D'Amato - se ci si illude tutti che con riforme a rate il paese possa voltare pagina.

Le imprese italiane stanno facendo meglio degli altri, perché gli industriali hanno mantenuto salda la fiducia nella capacità di riformare il sistema.

Attendiamo le riforme con fiducia ma anche con grande rigore».

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riduci

  • Enrico Bondi, consigliere delegato Centro Studi Confindustria

    <strong>Indice degli interventi</strong>
    0:00 Durata: 3 min 48 sec
  • Giampaolo Galli, direttore del Centro Studi di Confindustria

    0:03 Durata: 36 min 49 sec
  • Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, presidente Isae

    0:40 Durata: 28 min 1 sec
  • Guido Barilla, delegato Confindustria per le attività di education e conoscenza, presidente Barilla

    <strong>Il Rapporto sul sistema universitario italiano</strong><br>
    1:11 Durata: 2 min 35 sec
  • Giulio De Caprariis, direttore Nucleo problemi

    1:14 Durata: 27 min 55 sec
  • Guido Barilla, modera

    1:42 Durata: 3 min 25 sec
  • Adriano De Maio, rettore Politecnico di Milano

    1:45 Durata: 18 min
  • Francesco Giavazzi, presidente Igier/Bocconi

    2:03 Durata: 8 min 48 sec
  • Antonio D'Amato, presidente di Confindustria

    <br><strong>Dall'archivio: le precedenti edizioni del rapporto</strong> 25 settembre 2001 20 giugno 2001 13 dicembre 2000<br>
    2:12 Durata: 16 min 8 sec