18 FEB 2002

Cgil: «Il lavoro flessibile. Cosa pensano gli imprenditori» (con Cofferati)

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 1 ora 45 min

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Sono le aziende più dei lavoratori a puntare al posto fisso perché dà migliori garanzie per la stessa efficienza delle imprese.

E' quanto emerge da un'indagine della Cgil.

Quasi la metà dei collaboratori coordinati e continuativi ed occasionali sono lavoratori dipendenti mascheratiRoma, 18 febbraio 2002 - «Lavoro flessibile.

Che cosa pensano davvero imprenditori e manager» è il titolo di un volume che raccoglie i risultati di un’ampia ricerca sulla flessibilità del lavoro realizzata dall’Ires Cgil presso gli imprenditori.Attraverso un questionario sottoposto ai titolari delle imprese
italiane, gli autori - Aris Accornero, Giovanna Altieri e Cristina Oteri - hanno tracciato un quadro delle varie forme di lavoro flessibile.

Soprattutto: dei motivi per cui gli imprenditori vi fanno ricorso, dei vantaggi e degli svantaggi, delle figure professionali coinvolte, delle condizioni delle prestazioni lavorative, del fabbisogno di lavoro flessibile.

Di fatto sono state sentite 467 imprese.

Il quadro che ne emerge è quello di tanti modi di intendere e di realizzare la flessibilità.

Per Sergio Cofferati è l'occasione di sfatare quelle che considera vere e proprie leggende.«Il bisogno di flessibilità in uscita non è dato in natura»A cominciare dall'idea per la quale il lavoro flessibile è una sicura carta d'accesso al lavoro standard.

«Addirittura - rammenta il segretario della Cgil presentando il libro - si dice che al Nord il 40% del lavoro interinale diventa rapporto di lavoro stabile».

L'ennesima «leggenda che circola».

«Quando una persona è assunta, è già passata da un numero di rapporti parziali, interinali, determinati...»Un'invenzione, soprattutto, è per Cofferati «il bisogno di flessibilità in uscita».

Si tratta di un dato - spiega - che «in natura non esiste».Nemmeno la new economy supera il lavoro subordinatoChe non ci sia «una forte richiesta di lavoro al di fuori del lavoro subordinato», è un dato condiviso anche da Tito Boeri, autorevole economista e docente della Bocconi.

Dati alla mano, Boeri sottolinea che nonostante l'ampia letteratura, l'idea di un mercato di lavoro autonomo depresso resta nel nostro paese pura «mitologia».

«Sono il 10% degli intervistati - conferma l'indagine Ires - sente la necessità di collaborazioni occasionali e prestazioni di opera».«Anche le nuove tecnologie - aggiunge Boeri - non superano il lavoro subordinato.

Semmai lo propongono in modi diversi».

Detto questo, però, secondo l'economista resta acquisito che la flessibilità sia in entrata che in uscita non può che essere benvenuta nel mercato del lavoro italiano.Più flessibilità non comporta necessariamente più attivitàDiversa la strada percorsa dagli autori del libro.

Per Aris Accornero, il Governo con il Libro Bianco sul lavoro rischia proprio d'incorrere nell'«errore di ritenere che per alzare il tasso d'attività serve maggiore flessibilità».

Al contrario, per il noto sociologo, aggiungere quattro o cinque nuovi tipi di contratto a quelli esistenti potrebbe essere più un danno che altro.

Stando ai dati raccolti.

Una visione «tutta utilitaristica e strumentale»Il compito di illustrare i risultati dell'indagine è riservato a Giovanna Altieri, che è anche direttore dell'Ires.

L'autrice spiega che in questa ricerca ciò che l'ha colpita di più, a dispetto della variabilità delle forme di utilizzo, è stata «la grande omogeneità di approccio al problema della flessibilità».

Ossia: una visione del problema in chiave «tutta utilitaristica e strumentale».

«Un distacco da ipotesi preconcette e viceversa una forte consapevolezza del fatto che è un modo per rispondere a problemi concreti con cui l’impresa deve fare i conti».I risultati dell'indagineSecondo lo studio dell'Ires, in un terzo delle imprese non viene utilizzata nessuna forma di lavoro flessibile.

Ciò riguarda soprattutto le piccole imprese.

Al contrario nelle più grandi il mix delle modalità flessibili aumenta.

In ogni caso il lavoro atipico nell’ambito del lavoro dipendente in pochi casi supera la soglia del 20% del lavoro dipendente totale e circa i 2/3 degli imprenditori ritengono che in azienda i lavoratori indipendenti non dovrebbero essere più del 10%.

Il settore manifatturiero è quello meno flessibile.

Intermediazione finanziaria e immobiliare, informatica e ricerca sono le aree di maggiore concentrazione di forme flessibili.

Il part-time è la modalità più gettonata, seguita dalle collaborazioni coordinate e continuative e dal tempo determinato.Il 45% dei lavoratori indipendenti sono dipendenti mascheratiIl telelavoro è rarissimo.

Gli stessi indipendenti, per oltre i due terzi delle imprese, operano presso la sede aziendale.

Tanto più è grande l’impresa tanto più gli stessi indipendenti sono internalizzati, soprattutto se sono collaboratori coordinati e continuativi o occasionali.

«Questo significa – spiega Altieri – da un lato che le imprese hanno bisogno di lavoratori fortemente integrati e interni all’impresa, ma anche che c’è una quota di utilizzo improprio del lavoro indipendente, ossia di dipendenti mascherati da indipendenti.

Si tratta di una quota minoritaria, ma non certo marginale: il 45 per cento dei casi».Il contratto di formazione-lavoro viene considerato il più conveniente, segue il tempo determinato pieno ed il part-time, ossia tutte le forme flessibili del lavoro dipendente.

Il ricorso al lavoro indipendente viene considerato conveniente solo in seconda battuta e soprattutto se assume la forma della collaborazione coordinata e continuativa, cioè quella più vicina al lavoro dipendente.

La preferenza va alle forme di lavoro dipendente che rendono più conveniente il costo del lavoro.Il settore e l’organizzazione delle imprese influiscono sui modelli di flessibilità preferita.

Le piccole tendono a preferire l’apprendistato e il tempo determinato, al crescere della dimensione cresce la preferenza verso il tempo determinato part-time e verso il ricorso a ditte esterne.Il lavoro indipendente è considerato più conveniente nei settori delle comunicazioni, dei trasporti, del magazzinaggio, dell’istruzione.

In generale nel settore terziario emerge una preferenza verso forme di lavoro flessibile caratterizzate da minori vincoli, come le collaborazioni occasionali.Quasi mai si attivano collaborazioni in vista di nuove assunzioniNon sono i vincoli al licenziamento a spingere verso la flessibilità.

Questo è anzi l’ultimo dei motivi segnalati come causa di introduzione di lavoro non standard, soprattutto dalle imprese che vanno meglio.

Prevalgono viceversa ragioni legate all’esigenza di avere specifiche figure professionali, così come quella di fronteggiare la variabilità del mercato.Anche l’esigenza di ridurre i costi del lavoro si colloca solo come terza causa.

C’è un doppio mercato: il lavoro flessibile e quello standard si incontrano poco.

Così, quasi mai si attivano collaborazioni (sia occasionali che continuative) per provare il personale in vista di nuove assunzioni.Del resto per il 90% delle imprese non ci sono ostacoli all’introduzione del lavoro flessibile: solo una minoranza di imprenditori segnala come ostacoli aspetti normativi o eventuali resistenze dei lavoratori.

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  • Agostino Megale, presidente dell'Ires

    <strong>Indice degli interventi</strong>
    0:00 Durata: 5 min 20 sec
  • Giovanna Altieri, direttore dell'Ires, co-autrice del libro

    0:05 Durata: 20 min 57 sec
  • Agostino Megale, modera

    0:26 Durata: 6 min 18 sec
  • Tito Boeri, docente di Economia del lavoro presso l'Università Bocconi

    0:32 Durata: 16 min 58 sec
  • Aris Accornero, docente di Sociologia Industriale 'La Sapienza', co-autore del libro

    0:49 Durata: 14 min 24 sec
  • Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil

    1:03 Durata: 41 min 5 sec