30 APR 2002

Eutanasia: Ecco perché la Corte europea dei diritti umani ha detto 'no' a Diane Pretty

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Registrazione video di "Eutanasia: Ecco perché la Corte europea dei diritti umani ha detto 'no' a Diane Pretty", registrato martedì 30 aprile 2002 alle 00:00.

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  • <strong>Altri servizi</strong> Il commento di Luca Coscioni<strong>Documenti</strong> La sentenza della Corte di Strasburgo La proposta di legge dei radicali in tema di eutanasia
  • <p>Londra, 29 aprile 2002 - «La legge mi ha privato di tutti i miei diritti». Con queste parole, <em>pronunciate</em> grazie all'aiuto di un computer, Diane Pretty ha commentato il verdetto della Corte europea dei diritti umani, che ha respinto la sua richiesta di poter essere aiutata a morire dal marito senza conseguenze penali per lui. Nella conferenza stampa seguita al verdetto della Corte europea, il marito di Diane, Brian, ha lanciato un appello all'opinione pubblica, affinché faccia pressione sul governo e lo convinca a modificare la legge, permettendo l'eutanasia. <p><strong>Il caso di Diane Pretty</strong>Cittadina britannica, nata nel 1958, Diane abita a Luton. Paralizzata dal collo in giù, a causa di una malattia neurodegenerativa che colpisce i muscoli, ha un'aspettativa di vita davvero breve. La sua capacità d'intendere e di volere è tuttavia intatta. <p>Considerato che la fase terminale della malattia è dolorosa e degradante, la donna vorrebbe essere messa in grado di decidere come e quando morire.<p>Nel diritto inglese, infatti, non è un crimine togliersi la vita, è invece perseguibile per legge chi aiuta qualcuno a suicidarsi. Diane, incapace a procurarsi la morte senza assistenza, ha chiesto ai giudici inglesi l'immunità per suo marito. Immunità rifiutata con due decisioni: in primo grado ed in appello. <p>Per questa ragione, il 21 dicembre 2001, Diane Pretty è ricorsa alla Corte europea dei diritti umani, denunciando la violazione da parte dello Stato britannico degli art. 2, 3, 8, 9, 14 della Convenzione.<p> Il 22 gennaio 2002 la Corte ha deciso di dare priorità al suo ricorso. Ieri tuttavia i sette giudici del collegio hanno rigettato la richiesta: nel suo caso nessun articolo della Convenzione dei diritti dell'uomo è stato violato dallo Stato britannico.<p><strong>Le motivazioni della sentenza</strong><p><strong>Art.2</strong> - Diane ritiene violato innanzitutto l'articolo 2 della Convenzione, perché questo affiderebbe solo all'individuo la decisione di vivere o morire. Sarebbe questo il necessario corollario del diritto alla vita, tutelato dalla norma in questione. Per Diane è obbligo dello Stato prevedere una formula legale che le consenta il pieno esercizio, anche assistito, di questo diritto.<p>Per i giudici l'articolo 2, seppur suscettibile di un'interpretazione ampia ed estensiva, non comprende invece questa accezione «negativa» del diritto alla vita. Senza una distorsione di significato, dunque, l'art. 2 non può essere interpretato come conferente a Diane il diritto alla morte.<p><strong>Art.3</strong> - L'ammalata considera inoltre violato l'art.3 della Convenzione. In base a questa norma, il Governo della Gran Bretagna, oltre che obbligato ad astenersi dall'infliggere ad alcuno un trattamento inumano e degradante, sarebbe anche tenuto a fare passi positivi per impedire che i cittadini siano soggetti a situazioni di questo tipo. <p>I giudici hanno invece negato questa interpretazione, ritenendo che l'art. 3 non contempli alcun diritto dell'individuo a reclamare un comportamento attivo dello Stato che non sia in linea con i principi generali della Carta e, segnatamente, con l'art.2.<p><strong>Art. 8, 9, 14</strong> - Diane si appella anche all'art.8, che riconosce il diritto di autodeterminazione dell'individuo, e all'art.9, che tutela la libertà di manifestazione delle proprie convinzioni.<p> In base all'articolo 14, inoltre, il divieto del suicidio assistito determinerebbe secondo Diane una discriminazione dei malati incapaci di togliersi la vita da soli rispetto a chi è in grado di farlo da sé. <p>Tutti questi motivi sono stati giudicati infondati dalla Corte. Per quanto concerne l'art.8 i giudici hanno affermato che l'interferenza dello Stato nella libertà di comportamento dell'individuo può essere in questo caso giustificata, in quanto «necessaria in uno Stato democratico» allo scopo di proteggere diritti altrui. Con riferimento all'art.9, poi, la Corte ha ritenuto che non tutte le opinioni e le convinzioni sono oggetto di tutela. Nella specie, la decisione di Diane non integra quel genere di manifestazione religiosa o comportamentale contemplata dalla norma. Infine, nemmeno l'art. 14 può dirsi violato in quanto la discrimazione ha una ragione: la necessità di non mettere a rischio la protezione della vita dei cittadini.