28 GIU 2002

Nessuno Tocchi Caino: Presentazione del rapporto 2002 sulla pena di morte

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Un passo avanti nella lotta contro la morte come «pena di Stato»: il Governo italiano si farà portavoce all'Onu di una moratoria universale.

Ma nel 98% dei paesi occorre ancora combattere per la democraziaRoma, 28 giugno 2002 - 4.700 esecuzioni in un anno è una cifra che parla da sé.

Il dato, però, dice molto di più se accostato ad un altro: il 98% di queste morti è avvenuta in paesi totalitari ed autoritari.E' questa la ragione per cui, Sergio D'Elia, presentando il Rapporto 2002 di Nessuno Tocchi Caino, premette che «la lotta contro la pena di morte nel mondo è una lotta per la
democrazia».

La soluzione definitiva del problema non può prescindere dalla battaglia per l'affermazione dello Stato di diritto, per il riconoscimento e la tutela dei diritti umani e della libertà religiosa.Non è un caso - sono parole di Marco Pannella - che «negli Stati Uniti - 66 giustiziati nel 2001 - tutti sono divenuti simboli della lotta per la vita e per il diritto».

In alcuni paesi mediorientali, invece, «la pallottola americana o israeliana restituisce il carattere di uomo o di donna o di persona a chi l'ha incontrato».

La vittima - osserva Pannella - fino a un attimo prima «non era titolare di nessun diritto umano».

L'impegno del GovernoCome tutte le associazioni che non vogliano vivere della permanenza del problema contro il quale lottano, Nessuno Tocchi Caino si è posta una scadenza, il 2003.

Se oggi l'attenzione è volta soprattutto all'uso della pena capitale e della tortura per reprimere movimenti spirituali, dai cristiani che hanno distribuito Bibbie ai praticanti del Falun Gong in Cina, ai cristiani e buddisti in Vietnam, ai membri di chiese clandestine nella Corea del Nord, domani - come preannuncia D'Elia - potrebbe spostarsi verso la «questione razziale».Assume, dunque, estrema importanza quanto annunciato oggi dal sottosegretario agli Esteri, Mario Baccini.

L'Italia ha intenzione di farsi portavoce di una moratoria universale per i condannati a morte, bloccata nel 1999 all'Assemblea delle Nazioni Unite di New York.

«La ripresenteremo - afferma l'esponente del Governo - e faremo in modo che possa essere votata nel 2003».

I dati del RapportoIl Rapporto 2002 sulla pena di morte nel mondo, pubblicato da Marsilio a cura di Elisabetta Zamparutti, e presentato stamani nella sede del Partito radicale Transnazionale, consta di quasi seicento pagine, precedute da tre brevi scritti di Marco Pannella, Giuliano Rapetti (il paroliere Mogol) e Fernando Savater, il filosofo spagnolo molto noto in Italia per i suoi libri e i suoi interventi sui media.Seicento pagine che contengono dati confortanti e terribili, vittorie e sconfitte della lotta che da quasi dieci anni vede impegnata l'associazione federata al Partito Radicale.

Negli ultimi 15 anni quasi 30 paesi hanno abolito la pena capitale.

Ciononostante le condanne a morte eseguite sono quasi raddoppiate rispetto al 2000.

Nel 2001 sono state infatti oltre 4.700 le esecuzioni e in molti casi si è trattato di lapidazioni, impiccagioni, decapitazioni e fucilazioni.Nessun confronto è possibile con la Cina, dove la campagna statale contro la criminalità denominata 'colpire duro' (viene lanciata periodicamente ogni due-tre anni) ha portato le condanne a morte da 1.077 a 3.500.

Una media di dieci esecuzioni al giorno, con una giornata speciale, il 19 aprile 2001, in cui il precedente record di 89 esecuzioni è stato frantumato con la bellezza di 206 esecuzioni di stato.

L'Iran teocratico ne ha effettuate almeno 198, quasi tutte per impiccagione anche se non viene disdegnata la lapidazione.

Segue l'Iraq di Saddam Hussein a quota 179; il Kenya, il Tagikistan e il Vietnam sono a 100, l'Arabia Saudita a 82, lo Yemen a 80.

Gli Stati Uniti hanno effettuato 66 esecuzioni, che rappresentano il numero più basso degli ultimi cinque anni.

C'è stato anche un calo delle condanne a morte, parallelo alla diminuzione degli omicidi.

Il sostegno dell'opinione pubblica alle sentenza capitali è sceso dall'80 per cento del '94 al 65 per cento del 2001, soprattutto perché si fa largo la consapevolezza che i processi sono molto influenzati da fattori razziali.

L'11 settembre potrebbe però segnare un'inversione di tendenza: in vari stati ci sono proposte di norme antiterrorismo che prevedono la sentenza capitale, e in quello di New York una legge del genere è stata approvata a una settimana dall'attentato.

Lo stesso decreto militare antiterrorismo firmato da Bush per i cittadini stranieri ha riaperto la strada a soluzioni di questo tipo.

Ci sono però state molte critiche, che hanno portato a correggerlo con migliori garanzie per gli imputati.E' una conferma, questa, di come la strada della democrazia, benché difficile e lenta, resti l'unica per sperare di poter chiudere con una pratica che, sono parole di Savater, accredita «la morte come qualcosa di positivo».

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