11 SET 2002

Confindustria: «L'Economia mondiale, un anno dopo. La politica economica verso la finanziaria» (con D'Amato e Tremonti)

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 7 ore 23 min

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Ad un anno dall'attentato alle Twin Towers, Confindustria traccia lo scenario macroeconomico ed analizza una questione centrale per il risanamento dei conti pubblici dell’Italia: il passaggio al federalismoRoma, 11 settembre 2002 - «Serve una politica di rigore e di risanamento finanziario» - dichiara il presidente, Antonio D'Amato.

Un'analisi del Centro Studi spiega cosa non ha funzionato e dove bisogna operare.

Presenti, tra gli altri: il ministro dell'Economia e delle finanze, Giulio Tremonti, l'economista di Forza Italia, Renato Brunetta, l'ex ministro dei Trasporti, Pier Luigi Bersani
ed Ignazio Angeloni, della Banca Centrale Europea.

La crescitaPartiamo dai numeri.

Secondo il Csc per quest'anno l'Italia non dovrebbe crescere più dello 0,6%.

Dovrebbe andare meglio nel 2003, per il quale si prevede un tasso di crescita del 2,2%.

Parla di una ripresa possibile, dunque, il chief economist, Gianpaolo Galli: «Abbiamo fiducia negli Stati Uniti, sta crescendo il commercio internazionale, specie nel Far East, le politiche monetarie rimangono espansive».

«Chiaramente - aggiunge Galli - il quadro andrà rivisto alla luce delle decisioni che prenderanno gli Stati Uniti sull’Iraq, degli schieramenti che si determineranno, di ciò che succederà al petrolio e al dollaro».L'inflazione Per quest’anno, l’inflazione media sarà circa il 2,4%.

Oggi siamo al 2,3%, quasi un punto sotto il picco dell’anno scorso.

L'inflazione, dunque, - nonostante la diversa percezione che ne hanno i consumatori - è scesa.

Su questo punto il direttore del Csc insiste: «La fiducia delle famiglie che aveva retto bene all’11 settembre, è letteralmente crollata nel corso di quest’anno.

I consumi - causa un effetto euro ben più forte del previsto - sono fermi».

Cosa è successo - il problema investe tutta l'area euro - lo spiega l'Eurostat.

«L’impressione dei consumatori secondo cui ci sarebbero stati significativi aumenti di prezzi per certi beni e servizi, tipicamente di acquisto frequente, è confermata; tuttavia l’impatto di tali aumenti non è stato sufficientemente grande da far salire l’inflazione generale in maniera significativa, anche perché contemporaneamente vi sono stati altri beni che hanno registrato aumenti di prezzo assai contenuti o addirittura riduzioni, controbilanciando gli effetti dei primi».

In Italia però, - causa il maltempo, il changeover, il petrolio - l'inflazione è scesa più lentamente di quanto avrebbe dovuto.

La previsione tendenziale del Csc per il 2003 è 1,8%.L'inflazione programmata Ed ecco un altro punto importante della relazione di Galli.

«Riteniamo - sottolinea il chief economist - che l’1,4% programmato non sia impossibile.

Una riduzione di un punto in un anno è accaduta varie volte».

Ed aggiunge: «Il punto è che queste cose non accadono da sole.

Bisogna far sì che accadano.

Se tutti dicono che l’inflazione programmata è irrealistica, allora diventa davvero irrealistica».«In un meccanismo virtuoso - continua Galli - i rinnovi contrattuali li si fanno all’inflazione programmata e allora su questa finiscono per convergere le aspettative e i comportamenti concreti di tutti gli operatori economici, imprese, commercianti, authority, governo.

Se si dice che è irrealistico, l’unica cosa certa è che intanto partono i prezzi.

Poi, per i salari si vedrà.

Se recuperano, avremo solo più inflazione e meno competitività.

Quindi meno sviluppo e, alla fine, redditi reali più bassi per tutti».

I conti pubbliciSiamo alla questione dei conti pubblici.

«C’è innanzitutto - osserva Galli - un problema di eredità del 2001 e di ritardi nelle statistiche per cui ci siamo accorti solo a giugno/luglio di quest’anno dell’entità del buco del 2001».

«A gennaio del 2002, - prosegue - tutti pensavamo che il disavanzo del 2001 fosse stato 1,2% del Pil.

Fu allora che l’opposizione disse che il buco denunciato da Tremonti non esisteva.

A marzo l’Istat uscì con il primo dato ufficiale di 1,4%, poi corretto a maggio nell’1,6%.

A giugno è venuta una decisione dell’Eurostat sulle cartolarizzazioni, della quale il minimo che si può dire è che stata un po’ tardiva, che ci ha portato al 2,2%.

Se al 2,2 aggiungiamo le una tantum fatte un po’ da Visco e un po’ da Tremonti, per rimediare, si ottiene il 2,7%, che è la vera eredità del 2001».Il governo può arrivare all'1,4% per il 2003 Secondo Confindustria il governo può farcela.

«Crediamo che il governo, sia contenendo la spesa, come ha iniziato a fare in questi giorni, sia con le cartolarizzazioni già in cantiere, riesca a contenere il disavanzo di quest’anno entro l’1,8%.

Per il 2003, se davvero si riesce a fare una manovra da 20 miliardi di euro, si potrà arrivare a 1,4%».

La questione del federalismoE veniamo alla parte monografica del rapporto.

Secondo il Centro Studi, un problema fondamentale alla base della questione dei conti pubblici attiene alla riforma federalista.

Galli spiega che uno dei nodi centrali è nell'interpretazione data dalle Regioni e dai Comuni dei nuovi articoli 114 e 119 della Costituzione.

«Sia le Regioni che i Comuni sostengono che in base al nuovo art.

114 sono equi ordinate allo Stato, ossia hanno pari dignità costituzionale.

Dunque, semplificando un po', non è lo Stato, né il Ministro dell’Economia e neppure il Parlamento, che decide quali sono gli obiettivi di finanza pubblica e gli strumenti per raggiungerli.

Tutto va deciso con il consenso, ossia ricercando accordi in sede di Conferenza Stato-Regioni- Autonomie.

Quasi come nei rapporti fra due Stati indipendenti».

In questo quadro non è chiaro però come si possano fare le grandi opere pubbliche di interesse nazionale, in una situazione in cui già nel 2001, l’85% della spesa per investimenti faceva capo agli enti locali.

«Forse - osserva Galli - l’idea di Tremonti, di fare una Spa che per definizione non è né statale né locale, ma degli azionisti, è l’unica possibile».

C'è poi la questione del coordinamento delle materie concorrenti ed i punti interrogativi sulla risoluzione delle controversie.

Galli cita un intervento del Presidente del Senato sul ruolo della conferenza Stato Regioni, sul rischio di snaturare la Corte costituzionale e di “svuotare” il Parlamento.

Da cui il rischio di un federalismo non cooperativo, ma «fra il conflittuale e il consociativo».

Osserva Galli: «Il federalismo è una strada particolarmente complessa in paesi come il nostro con forti divari di sviluppo al suo interno perché si pone un dilemma fra equità ed efficienza.

Per fare equità bisogna mettere in atto forti meccanismi di perequazione delle risorse dalle regioni ricche a quelle più povere.

Il rischio è quello di diminuire gli incentivi all’efficienza».Due certezzeConfindustria - conclude Galli - non propone «ricette, ma due piccole certezze».

«1.Lo Stato, in particolare il Ministro dell’Economia, non può rinunciare a controllare i disavanzi, ma anche la spesa degli Enti decentrati, specialmente sino a che lo Stato rimarrà il pagatore di ultima istanza.

2.Il disegno di legge La Loggia (che dovrebbe portare attraverso un lungo processo alla definizione dei principi fondamentali dell’ordinamento, cui tutti dovrebbero essere sottoposti) e il cosiddetto processo di restyling del titolo V non possono portare a modifiche marginali».

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  • Vittorio Mincato, consigliere incaricato per il Centro Studi

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  • Giampaolo Galli, direttore del Centro Studi di Confindustria

    0:05 Durata: 33 min 12 sec
  • Ignazio Angeloni, Banca Centrale Europea

    0:38 Durata: 12 min 18 sec
  • Paolo Onofri, docente di Politica Economica Università di Bologna, Associazione Prometeia

    0:51 Durata: 22 min 44 sec
  • Pier Luigi Bersani, ex ministro dei Trasporti

    1:13 Durata: 17 min 45 sec
  • Renato Brunetta, economista ed europarlamentare di Forza Italia

    1:31 Durata: 15 min 29 sec
  • Giulio Tremonti, ministro dell'Economia e delle finanze

    1:47 Durata: 22 min 8 sec
  • Antonio D'Amato, presidente di Confindustria

    2:09 Durata: 18 min 43 sec