30 SET 2002

Giustizia: «Detenzione speciale in Italia, diritti civili e costituzionali del detenuto. Art 41 bis: il fine giustifica i mezzi?»

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 16 ore 43 min

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Ciò che non fecero i giustizialisti, lo fecero i garantisti.

Un convegno promosso dagli avvocati romani è l'occasione per raccontare la vera storia dell'art.41-bisRoma, 28 settembre 2002 - Può darsi che abbia ragione Paolo Cento: «Quanto avvenuto al Senato non chiude il dibattito sull'art.41 bis».

Può darsi invece che sia vero quel che afferma Antonio Di Pietro: «La formulazione attuale del 41-bis contiene proprio quelle modifiche che avevano suscitato perplessità applicativa».

O sia probabile che, come osserva un senatore Ds, Sandro Battisti, «la maggior parte degli italiani non
vorrebbe vedere quei 534 detenuti in regime di 41-bis, li vorrebbero vedere morti sulla brace».

Ma c'è un fatto ed è la generale confusione che maggioranza ed opposizione hanno mostrato nella approvazione di un provvedimento che incide sul regime carcerario di centinaia di cittadini.

La racconta, in un convegno promosso dagli avvocati, Lino Jannuzzi, senatore di Forza Italia che assieme ad Ottaviano Del Turco, Emiddio Novi, Carlo Taormina, Alfredo Biondi, Giuliano Pisapia, e per certi versi Vincenzo Siniscalchi, è una delle rare voci che rompono l'in idem placitum delle forze parlamentari.

La vera storia del 41-bis«Invece di parlare contro il 41-bis - afferma il direttore de Il Velino - vi voglio raccontare come siamo arrivati a questo punto.

Questa storia, attraverso un espediente, va avanti da dieci anni».

L'espediente cui si riferisce Jannuzzi e che è stato usato sino ad oggi è quello della proroga del carcere duro per i mafiosi, di sei mesi in sei mesi.

Essenziale perché da una parte «permette alla Corte Costituzionale di fingere che non è incostituzionale» e dall'altra «frega anche i ricorsi perchè non si fa in tempo una volta che uno ha avuto il decreto di proroga che mentre la Corte costituzionale lo mette a registro scadono i sei mesi e arriva un'altra proroga».

Praticamente un altro atto, contro cui è necessario sollevare un nuovo ricorso.

Stavolta, invece, il ministro Roberto Castelli ha presentato in Consiglio dei ministri un decreto che proroga il 41-bis per quattro anni.

Jannuzzi lo legge sui giornali e pensa: «Ma come? Riina ha tutto il tempo per farselo bocciare».

Ne parla al Guardasigilli, che gli spiega che «quella è una cosa di principi, ma l'attuazione resta sempre quella.

Il capo del Dap (Giovanni Tinebra, ndr) mi ci ha fatto un promemoria spiegando che era meglio se facevamo così».

Il senatore di Forza Italia, commenta: «Ciò che non fecero i giustizialisti, lo stiamo facendo noi garantisti.

Ma è anche la storia di quelli che non sanno quello che fanno».

Il Cdm senza nemmeno discutere approva all'unanimità queste proposte.

Il giorno dopo il senatore Angius che - secondo Jannuzzi - «fino ad allora non aveva minimamente pensato a questo» propone che sia definitivo: «Quattro anni? Quattro anni sono pochi, facciamo definitivo».

Né Giancarlo Caselli (a capo del Dap, prima di Tinebra), né Diliberto erano mai arrivati a tanto.

«Presi di contropiede, - soggiunge Jannuzzi - i ministri che ventiquattro ore prima avevano approvato il progetto di legge chiedono che sia definitivo».

Risultato: il 26 settembre scorso tutta la Commissione antimafia, meno Del Turco e Novi, vota a favore.

E' in discussione la nostra civiltà giuridicaDi paradossi parla anche Maurizio Turco, presidente degli eurodeputati radicali.

Ai cittadini che bramano di «seppellire con il fuoco» i mafiosi - ancora parole di Battisti - bisognerebbe spiegare che «colui che fino a un mese fa faceva l'ora d'aria con Totò Riina oggi è libero».

Spunti di maggiore riflessione - secondo Turco - dovrebbero invece destare interviste come quella a Piero Grasso, procuratore-capo di Palermo, che «ancora a maggio di quest'anno su Famiglia Cristiana sosteneva che c'era stato un allentamento nella lotta alla mafia perché era stato tolto il vetro nei colloqui».

Concetto ribadito da Sergio D'Elia, presidente di nessuno Tocchi Caino, che rifiuta l'equazione di Grasso: «Come se avere a cuore la civiltà giuridica di un paese significasse stare al gioco della mafia».

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