16 GEN 2003

Processo Andreotti: L'esame di Nino Giuffré (prima parte)

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 13 ore 24 min

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Esame di Nino Giuffré da parte della pubblica accusa.

Il pentito depone nell'ambito del processo d'appello in corso a Palermo a carico del senatore a vita Giulio Andreotti, imputato di associazione mafiosa.Milano, 16 gennaio 2003 - E' iniziata poco prima delle 10 nell'aula bunker di San Vittore l'audizione di Nino Giuffé, da parte della pubblica accusa.

Il pentito depone nell'ambito del processo d'appello in corso a Palermo a carico del senatore a vita Giulio Andreotti, imputato di associazione mafiosa.

L'ex presidente del Consiglio è presente in aula.

Michele Greco, Nino Salvo e Giulio
Andreotti - Interrogato dal procuratore generale Anna Maria Leone, Giuffé ha dichiarato di aver appreso da Michele Greco che Nino Salvo doveva parlare con Giulio Andreotti, affinché questi intercedesse per la situazione di Cosa nostra, che cominciava a subire una pressione forte dalla magistratura e dalle forze dell'ordine.

I cugini Salvo - ha precisato il pentito - erano persone molto influenti e importanti per le conoscenze altolocate che avevano a Roma.

L'episodio cui si riferisce Giuffré si colloca gli inizi degli anni '80, nel periodo della latitanza di Michele Greco a Caccamo.

Allora Greco era rappresentante provinciale e regionale di Cosa nostra.

Giuffé ha precisato di aver visto il boss incontrare Salvo e di aver appreso l'oggetto di quegli incontri al termine, quando Greco rimaneva solo con lui e Ciccio Intile.

Andreotti - ha sottolineato il pentito - ci venne presentato come uomo d'onore.

Successivamente - ha proseguito Giuffré - Michele Greco incontrò Gioia, il fratello del ministro, e riferì di avere pregato questo signore di volersi interessare per le esigenze di Cosa nostra sempre facendo riferimento ad Andreotti.

Più tardi, Greco si mostrò soddisfatto, perché erano arrivate risposte positive.

Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino - Interrogato dal procuratore generale Daniela Giglio, Giuffré ha poi spiegato che i cugini Salvo e il loro rapporto con Lima sono rimasti il principale anello di congiunzione di Cosa nostra con la politica, anche dopo la guerra di mafia che cambiò gli assetti di potere all'inizio degli anni '80.

Ma Provenzano aveva un'altra strada privilegiata per arrivare ad Andreotti, secondo Giuffré: Vito Ciancimino.

Ciancimino, Lima, Provenzano, Falcone e Andreotti - «Ciancimino ha sempre fatto gli interessi di Cosa Nostra - ha aggiunto Giuffré - e in particolare di Provenzano.

Non aveva un grandissimo elettorato nella Dc e si doveva creare un ruolo.

In queste circostanze Andreotti faceva da paciere, cercava di raffreddare gli scontri pacificando».

Giuffré si riferisce in particolare agli scontri con Salvo Lima.

Questi dopo le prime voci sul suo conto, aveva cominciato a scantarsi, ad avere paura e «non difendeva più Cosa nostra come in un primo tempo», tanto che lo stesso Provnzano avrebbe commentato: «Quando i politici si convincono che si sono accesi i riflettori della magistratura, diventano dei miserabili».

A preoccupare erano le inchieste di Giovanni Falcone «che aveva iniziato un lavoro molto incisivo ed era il nemico più grande».

Nella seconda metà dgli anni '80, col primo maxiprocesso, Provenzano imputò a Lima la responsabilità di non aver difeso a sufficienza l'organizzazione e la sua candidatura alle elezioni europee viene vista come un modo «per defilarsi».

«Dentro Cosa nostra - ha commentato Giuffé - questo non esiste: chi entra ci deve restare.

Se ne esce solo con la morte».

I corleonesi e Forza Italia - Oltre a Ciancimino i corleonesi avrebbero cercato anche un altro referente, negli anni '90, nell'ex presidente della regione Mario D'Acquisto, «ma poi si intrapresero altre strade», anche perché nel frattempo «la situazione politica era cambiata».

Nel '93, poi - ha detto Giuffé - «si comincia a pensare ad una nuova forza politica, Forza Italia, che poi successivamente appoggeremo».

Stefano Bontade e Giulio Andreotti - «Si diceva, ma era un sentito dire, - ha poi affermato il collaboratore di giustizia - che tra Stefano Bontade ed Andreotti vi erano stati dei contatti diretti, degli incontri diretti.

Non so se fosse leggenda, ma c'era qualcuno che diceva che vi fossero stati dei contrasti tra i due.

Ho sentito dire che in uno di questi incontri Bontade ha messo i puntini sulle i, che in Sicilia contava la mafia e non Andreotti.

Queste notizie mi sono state riferite da Michele Greco e da Ciccio Intile».

L'avvocato Franco Coppi, difensore del senatore a vita, che ha chiesto la parola, ha sottolineato che queste dichiarazioni di Giuffré «sono una assoluta novità».

Il legale ha chiesto l'acquisizione di un verbale, redatto il 7 novembre scorso, in cui il pentito avrebbe già riferito queste circostanze.

Riina voleva uccidere Provenzano - «Ridendo, ridendo un giorno, alla fine degli anni '80, - ha raccontato il pentito - Riina mi chiese: 'ma Provenzano per farsi gli appuntamenti quando esce?' A volte di mattina, risposi io - ha proseguito Giuffré - e a volte di pomeriggio.

Riina aggiunse: 'Beato lui, io sono costretto a uscire solo di pomeriggio'.

All' inizio non diedi peso a questa domanda, posta con il sorriso sulla bocca, come se fosse banale, successivamente la collegai all'accentuarsi dei contrasti tra i due su temi di politica e di gestione degli appalti pubblici».

Riina sottovalutò il maxiprocesso - «Quando iniziò il primo maxiprocesso contro Cosa nostra, - ha dichiarato inoltre Giuffé - Totò Riina era convinto che le cose potessere essere risolte senza troppi danni per le cosche.

Tutti ci prodigavamo a cercare contatti con politici e avvocati e si era convinti, perché ce lo aveva detto Riina, che c'erano garanzie che non ci sarebbero state grosse condanne e che tra il primo grado, l'appello e la Cassazione, tutto si sarebbe risolto».

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