04 MAR 2003

Il caso Sofri a Strasburgo: Intervista all'avvocato Alessandro Gamberini

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 26 min 10 sec

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Non vogliamo provare un complotto, ma solo l'incuria e la violazione palese di alcune fondamentali regole di garanziaStrasburgo, 4 marzo 2003 - Alessandro Gamberini, membro del collegio difensivo di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, davanti alla Corte europea dei diritti umani, spiega che l'oggetto di questo giudizio è limitato ai passaggi nei quali si è svolta questa vicenda processuale che hanno visto delle «violazioni palesi di regole di garanzia».

Passaggi che riguardano la violazione del principio di imparzialità del giudice, per esempio, come accadde in primo grado.

Racconta il
difensore: «Il presidente era già stato nominato vice-capo della Procura di Milano di cui doveva in quel contesto esaminare la ricostruzione.

Tra l'altro, quella procura era fortemente impegnata per la condanna degli imputati del caso Calabresi.

Addirittura fu fatta una conferenza stampa sul tema».

Un altro passaggio fondamentale concerne il proscioglimento degli imputati dopo l'annullamento della condanna da parte delle Sezioni Unite.

Secondo i ricorrenti fu «suicidato» con una motivazione deliberatamente illogica da parte del giudice redattore della sentenza.

Spiega ancora Gamberini: «Se il proscioglimento fosse stato ben motivato stante i limiti di sindacato della Cassazione la cosa sarebbe finita lì.

Ma se un giudice stende 382 pagine per sostenere gli argomenti contro l'imputato e poi nelle ultime 4 pagine si limita a dire che sono sorti alcuni dubbi in riferimento a circostanze che peraltro esplicita essere del tutto marginali e con questo giustifica il proscioglimento, appare chiaro che fa una sentenza deliberatamente suicida.

Tradendo per di più la volontà collegiale».

C'è poi il caso di un giudice che aveva manifestato fin da prima, in colloqui privati, il suo pregiudizio nei confronti degli imputati, e che continuò a manifestarlo dopo.

«Ci sono state rivelazioni di giurati in questo senso del tutto attendibili.

Non possiamo dimenticare che uno di questi giurati era una persona legata a movimenti di estrema destra (presumibilmente, quindi, senza alcuna simpatia per gli imputati) e che però era rimasto sconcertato dal modo in cui il giudice Della Torre operava in camera di consiglio».

Fondamentale, naturalmente, anche il comportamento delle forze di polizia.

«Pensiamo anche a come i carabinieri hanno coperto la menzogna di Marino relativo al fatto che lui si fosse presentato da loro solo il giorno prima del colloquio con il magistrato.

Il parroco di Marino al dibattimento rivelò che quei colloqui risalivano a venti giorni prima».

C'è infine la questione dei reperti scomparsi (i proiettili, l'autovettura usata dal commando omicidiario), la cui rilevanza è stata verificata nel procedimento di revisione.

«E' la prova - conclude Gamberini - di un'incuria burocratica che si lega alla scarsissima diligenza che hanno avuto i magistrati inquirenti quando arrestati gli imputati, invece di andare a verificare le parole di Marino attraverso il riscontro con le prove non hanno in alcun modo garantito che questi reperti fossero conservati.

Non dimentichiamo che ci sono persino reperti distrutti dopo che gli imputati furono arrestati».

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