27 SET 2001

USA: Limes, La guerra del terrore

[NON DEFINITO] | - 00:00 Durata: 2 ore 14 min

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Registrazione video di "USA: Limes, La guerra del terrore", registrato giovedì 27 settembre 2001 alle 00:00.

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  • Introduzione di Umberto La Rocca, presidente SIOI - Società italiana per l'organizzazione internazionale

    Roma, 27 settembre 2001 - In occasione dell'uscita del quaderno speciale sugli attentati negli Usa, "La guerra del terrore", la rivista Limes ha organizzato un incontro-dibattito nella sede del Sioi sui mutamenti degli scenari geopolitici a seguito degli attacchi terroristici dell'11 settembre<p><strong>Il mandato fiduciario degli Usa a Bush </strong><p><strong>Umberto La Rocca</strong>, ha evidenziato che gli Stati Uniti hanno conferito a Bush un "mandato fiduciario", che consente al presidente statunitense "una certa autonomia di giudizio e di azione in questa prima fase della crisi, la più delicata"<p>La Rocca ha poi svolto una seconda riflessione, che si riferisce "all'azione diplomatica ad ampio raggio che gli americani stanno conducendo per creare questa grande coalizione anti-terrorismo".<p> A tal proposito il presidente del SIOI ha ricordato che l'area di maggior interesse per Bush è quella araba, in cui la "situazione è ancora fluida" e il fattore più importante è che "nessuno stato riconosce la legittimità del governo di Kabul, elemento sicuramente positivo per l'amministrazione Bush<p> Gli strumenti che questa grande coalizione potrà utilizzare passano dall'azione militare a quella politica che mira ad isolare il governo dei Taleban, in questo senso "un primo risultato è stato conseguito", congiunte ad un'azione economica che "mira a inaridire le fonti di finanziamento del terrorismo". <p>"Le cose stanno andando bene, ma non per il meglio", vi sono infatti due pericoli fondamentali: il primo "è rappresentato dalla situazione economica e dalle possibili incidenze della crisi economica che si sta preannunciando" con una "recessione generalizzata", che può incrinare la compattezza dell'alleanza soprattutto per quanto concerne i paesi più poveri. <p>Il secondo problema è costituito dall'indeterminatezza militare: da un lato si dice che non ci sarà una ripetizione di Desert Storm e dall'altro si parla di azioni mirate" e su questo "Bush si muove sul filo di un rasoio, perché da una parte ha la fiducia dell'opinione pubblica americana e dall'altra ci sono i paesi arabi moderati che temono che il coinvolgimento della popolazione civile nelle azioni militare li metta in difficoltà con le proprie opinioni pubbliche". <p><strong>Una guerra per difendere i pilastri della società americana</strong><p>Per l'opinione pubblica americana "è una guerra importante per gli obiettivi e per la gamma delle risorse che verranno impegnate. Gli obiettivi - ha chiarito <strong>Reginald Bartholomew </strong> - sono due: impedire altri forse peggiori attacchi contro gli Usa e i suoi alleati", e nello stesso tempo evitare che vi siano delle restrizioni ai pilastri della società americana: "l'open society e la free way of life", per difendere questi obiettivi gli Stati Uniti "fanno la guerra". <p>"Questi obiettivi - ha spiegato l'ex ambasciatore Usa a Roma - vanno ben al di là del peace-keeping nei Balcani o in Africa e per questo l'America sarà pronta ad impegnare tutte le risorse possibili e ad accettare le morti di giovani militari" per garantire la difesa della sicurezza fisica dagli attacchi e dalla continuità dell'American way of life. <p>L'ex ambasciatore degli Usa in Italia, dichiarandosi non a conoscenza delle intenzioni del governo, ha affermato che "non ci sarà un attacco generalizzato al di là dell'Afghanistan, non ci sarà uno sforzo contro altri stati nell'immediato", ma l'obiettivo di questa guerra è quello di "distruggere, sconvolgere, dissuadere ogni gruppo terroristico, ogni stato che li hanno appoggiati o hanno dato loro rifugio, dunque Osama bin Laden e l'Afghanistan non sono tutto il problema, la campagna andrà ben al di là di questo"<p><strong>Non è facile individuare un nemico da battere</strong><p>Gianni De Michelis, dando per assodato che si tratta di una guerra, ha evidenziato che il problema è "identificare un nemico da battere, non facilmente individuabile". <p>È quindi importante chiedersi qual è "l'obiettivo del nemico", secondo l'ex ministro degli Affari Esteri "è la conquista del potere da loro", e in particolare in Pakistan, Egitto e Arabia Saudita. <p>Il problema, secondo De Michelis, quindi non è conquistare l'appoggio formale dei paesi arabi ma conquistare la maggioranza delle opinioni pubbliche, dei popoli alla coalizione". <br>La domanda, ha concluso l'ex ministro degli Esteri, dovrebbe essere se verrà bombardata l'Arabia Saudita, non l'Afghanistan<p><strong>La guerra come sospensione della politica</strong><p> "Essendo il nemico non identificabile", né localizzabile in modo chiaro "il prodursi della guerra è tale per il soggetto che la attiva ma non è raffigurabile in confini definiti" e "questo può giustificare qualsiasi intervento in qualsiasi momento in qualsiasi parte del mondo".<p> <strong>Fausto Bertinotti </strong> ha svolto una riflessione sull'opportunità di pensare ad una guerra piuttosto che ad una lotto contro il terrorismo e ha proposto di "analizzare il retroterra". <p>Il segretario di Rifondazione ha quindi fatto riferimento alla querelle scatenata dalle parole di Silvio Berlusconi sul maggiore grado di civiltà che contraddistingue l'Occidente rispetto ai paesi islamici, affermando che le dichiarazioni del presidente del Consiglio e quelle del presidente degli Stati Uniti sull'ipotesi di una "crociata contro il terrorismo", sono di fatto espressioni di una sospensione della politica: "Abbiamo imparato - ha dichiarato Bertinotti - che non si tratta tanto di combattere il terrorismo quanto di decidere della natura di governi di altri paesi" e per far questo "si ricorre alla guerra. La politica cioè entra in una eclisse, in una sospensione di sé, e affida alla guerra il perseguimento degli obiettivi".<br>Questo sta determinando la crisi della democrazia che si sta dirigendo, secondo Bertinotti, verso una tecnocrazia.<p> In conclusione, "il terrorismo - ha affermato il segretario di Rifondazione Comunista - ha il carattere di un'irriducibile avversità alla civiltà che conosciamo e la guerra è replica altrettanto irriducibile a qualsiasi incompatibilità alla civiltà che ormai conosciamo, quindi chi si fa forte della corazza dell'occidente in realtà colpiscono uno degli elementi essenziali per gli occidentali: l'impasto tra democrazia e politica che è una garanzia per qualunque idea della cittadinanza".<p><strong> Le piramidi non possono vincere le reti </strong> <p>"Il primo obiettivo di bin Laden è sicuramente quello - ha spiegato <strong>Carlo Jean </strong>- di prendere il potere in Arabia Saudita e con il potere tutte le risorse collegate". <p>Gli attacchi al cuore degli Stati Uniti hanno evidenziato, secondo il rappresentante personale del Presidente dell'OSCE, che "il livello di professionalità e di sicurezza di queste reti terroristiche è estremamente rilevante". Le organizzazioni statali sono "strutture piramidali. Le piramidi non possono vincere le reti, l'unico sistema per combatterle è quello dell'intelligence all'interno delle reti". Il modo per limitare il rischio che si verifichino nuovamente attacchi delle dimensioni di quelli dell'11 settembre sono "risposte di carattere militare contro gli stati che appoggiano il terrorismo". L'attacco all'Afghanistan presenta delle difficoltà superabili con "un riassetto geopolitico" e contro questo terrorismo "c'è una convergenza di fatto tra Usa e Russia", dimostrata dalle parole di Bush e Putin.<p><strong>L'unità dell'Occidente</strong><p>Per Marco Follini, "l'Occidente è più unito di quanto non sia stato dalla caduta del muro di Berlino ad oggi" e "invocare lo spirito bipartisan è un'ovvietà". <p>Tutti, , secondo il presidente del CCD, sono convinti che non ci debba essere scontro tra le civiltà occidentale e islamica, si pone però la questione della crescente necessità del rispetto di diritti fondamentali. Nel rispetto delle differenze, quindi, "non può esserci un grado di differenza tale tra le civiltà che richiami lo scontro".<p><strong>Rafforzare le istituzioni internazionali per mantenere l'unità</strong><p>Enrico Letta ha espresso la convinzione che "l'Europa e l'Italia hanno dato una risposta positiva" a livello del sistema politico. <br>Ora la questione è "vedere se tiene questa unità".<p> Il punto dissonante per quanto riguarda il sistema Italia, secondo l'ex ministro dell'Industria, è che "il presidente del Consiglio", sfruttando il momento di crisi e di conseguente unità, faccia "passare in Parlamento provvedimenti sulle rogatorie internazionali", che fanno riemergere il problema del conflitto di interessi.<p> "Di fronte a questi momenti non debbono esserci sbavature" da parte dei leader di maggioranza e opposizione, ma "una linearità di comportamenti" in una "logica di rispetto reciproco". <p>È necessario, per far sì che i pilastri della società occidentale continuino a essere tali, "rafforzare gli organismi internazionali".<br> "Noi ci siamo trovati - ha osservato Letta - all'indomani dell'11 settembre, avendo davanti un quadro delle organizzazioni internazionali in cui, se togliamo l'Europa, tutto il resto degli organi multilaterali e delle istituzioni internazionali è in una crisi non paragonabile a nessun'altra crisi mai vissuta nella storia della politica internazionale".<p> Il punto di crisi della globalizzazione, ha concluso l'ex ministro dell'Industria, "è nel fatto che il processo di globalizzazione non è andato di pari passo con un rafforzamento delle istituzioni"<br>
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  • Reginald Bartholomew, Gianni De Michelis, Enrico Letta, sull'allargamento dell'UE

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