12 FEB 2008
intervista

Jihad nel 21° secolo: intervista a Marc Sageman realizzata da Marta Brachini

INTERVISTA | di Marta Brachini - ROMA - 12:42 Durata: 6 min 28 sec
Scheda a cura di Fabio Arena
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Marc Sageman, sociologo ed ex agente della Cia in Afghanistan tra il 1987 e il 1989 e in India dal 1989 al 1991, e’ ora senior fellow del Foreign Policy Research Institute.

E’ appena uscito il suo ultimo libro Leaderless Jihad che con Understanding Terror Networks (2004) contiene una analisi di quattrocento biografie di terroristi di Al-Quaeda e dello stato della rete internazionale post-undici settembre.

Dopo aver lasciato la Cia e completato gli studi in medicina, Marc Sageman lavora oggi come psichiatra criminale, e con la sua esperienza sul campo e competenza specialistica fa un
ritratto dell’evoluzione del fenomeno della affiliazione e dell’azione terroristica islamica nel Ventunesimo secolo.

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  • Marc Sageman

    senior fellow Foreign Policy Research Institute

    Intervista in lingua inglese La sua analisi del terrorismo e’ molto diversa dalle teorie piu’ diffuse. Lei sostiene che la spinta di una persona verso l’azione terrorista non deve essere cercata nella pazzia, nell’influenza di cattive madrasse o nel fattore poverta’. Qual’e’ il suo punto di vista? Se si studiano i terroristi come soggetti individuali, quello che va analizzato e’ il loro background sociale. E questo solitamente e’ di middle class, con educazione laica, genitori laici, istruzione medio-alta. Circa il 62 per cento della media internazionale fanno studi universitari. E la maggior parte di loro ha studiato scienze naturali o ingegneria. E se si guarda al numero degli arresti ci si rende conto che meno del 10 per cento di loro ha dei precedenti penali. Sono generalmente in buona salute, molti sposati con figli. Sono generalmente gente normale fino a quando non gli si attribuisce la definizione di terroristi. Dunque la religione non ha nessun ruolo nella formazione di un terrosta. E’ un fattore centrale nella valutazione oppure no? Ci sono diverse ondate di cambiamento e Al Quaeda cambia strategia ogni volta. Nelle prime due prima dell’ 11 settembre la religione e’ stata piu’ determinante, soprattutto perche’erano coinvolti piu’ intellettuali. Dopo l’11 settmbre, e specialmente dopo il 2003 con l’invasione dell’Iraq, non ci sono intellettuali ne’ studiosi tra i personaggi arrestati, ma persone che pensano alla religione come una cosa di sola carta che sa di un islam tiepido. Questo mi fa pensare a una diminuzione di importanza della religione come fattore motivante per queste persone. Secondo le sue ricerche la rete del terrorismo internazionale sembra essere diventata una rete di jihadisti “freelance”, secondo l’espressione usata dall’Economist nella recensione del suo libro. E’ una definizione sintetica accettabile del mio argomento. Ma ho usato la parola “leaderless” per descivere una situazione in cui le giovani generazioni non hanno piu’ una connessione diretta con una leadership tradizionale. Di conseguenza essi cercano di anticipare quello che la leadership potrebbe volere da loro e agiscono nel suo nome, al quale si ispirano anche se non sanno se la loro azione verra’ accettata o meno. Ma si ispirano comunque all’ideologia di guerra tradizionale di Al-Quaeda. No. Loro agiscono secondo un personale concetto di guerra tradizionale, che potrebbe essere sbagliato. E proveranno piu’ azioni per vedere poi se Al-Quaeda le accettera’ o meno. E’molto diverso rispetto a prima dell’undici Settembre, quando esistevano i campi di addestramento di Al-Quaeda in Afghanistan, dove potevano avere un controllo di comando collegato alla centrale di Al-Quaeda. Ora sta tutto a loro decidere quello che Al-Quaeda potrebbe volere da loro. I giovani che vogliono entrare nella rete si trovano al momento senza una guida. Esiste una formula per contro attaccare il terrorismo, un modo per fronteggiare una minaccia di guerra non simmetrica come quella posta dal terrorismo internazionale? E’ naturale che gli individui che stanno per compiere attacchi terroristici vadano arrestati ed resi inattivi. Ma questa non e’ la parte piu’difficile. Il nodo da sciogliere e’ come evitare che i giovani attratti dalla possibilita’ di diventare terroristi diventino migliaia. Specialmente in Europa, dove l’immigrazione e’ ancora un problema irrisolto, questo pericolo e’ maggiore. http://www.economist.com/books/displaystory.cfm?story_id=10601243 http://www.upenn.edu/pennpress/book/14390.html
    12:42 Durata: 6 min 28 sec